Watch, Swatch, Smartwatch e l’Orologio della Stazione: 1a parte

Di Marino Mariani

il "Bahnhofsuhr" in versione da tavolo

il “Bahnhofsuhr”, l’orologio dell ferrovie svizzere, in versione da tavolo, icona elvetica

Non capita ogni giorno, e non in tutti i settori industriali, che in testa alle classifiche annuali si trovino raggruppate, in gioioso tripudio finanziario, le marche di maggior lusso e di maggior costo unitario, di quel settore. Questa situazione, quasi paradossale in un periodo di crisi mondiale, si verifica in Svizzera, e riguarda la classifica delle prime 20 marche orologiere. Classifica ufficiale compilata, per la prima volta nella storia, dalla ditta BV4 Ltd di Zurigo e pubblicata il 14 novembre 2012 dall’organo finanziario Handelszeitung. Riprodotta integralmente da noi nella rubrica “International News”, col titolo “Rolex, Cartier, Omega an der Spitze” ( Rolex, Cartier, Omega in testa), potete studiarvela in tutto comodo, tenendo conto che, attualmente, il valore del franco svizzero è praticamente identico a quello del dollaro USA. Dunque, al primo posto si classifica Rolex con 4,6 miliardi di franchi. Seguono, appaiate, Cartier e Omega con 2,73 e 2,69 miliardi. In quarta posizione Patek Philippe con 1,54, ed in sesta posizione Breguet con miliardi 0,769. Il marchio che occupa il quinto posto in classifica ve lo dirò tra qualche riga. Ebbene, molti tra i marchi che appaiono nella classifica fanno parte di gruppi come Swatch, Richemont, LVMH e PPR, mentre altri, attraverso i secoli, sono miracolosamente rimasti in mani familiari. Considerando il fatturato di gruppo, la classifica vede al comando il Gruppo Swatch con oltre 8 miliardi di franchi, cifra che lo designa come il maggior gruppo orologiero di tutto il mondo. Tutto va a gonfie vele, nell’industria orologiera elvetica, e pensare che un paio di decenni fa questa industria era stata diagnosticata come clinicamente morta. Quando all’inizio degli anni 70 la Hamilton lanciò il suo “Pulsar”, il primo orologio computer che ebbe un torrenziale, seppur effimero successo, gli americani cominciarono a canzonare l’industria svizzera con una pubblicità il cui significato era il seguente, anche se le parole non furono altrettanto esplicite: “Povero vecchio e rincitrullito orologiaio svizzero, non ti sei neanche accorto che ora gli orologi si fanno senza le lancette”. E di fronte all’invasione degli orologi giapponesi al quarzo, economici e precisi, qualche anima pia esortò gli svizzeri a non perdere più il loro tempo a fabbricare gli orologi ed a concentrarsi, invece, nella produzione di formaggi. Offrirono di acquistare la marca Omega, ed avrebbero pagato persino una percentuale per ogni esemplare da loro venduto. Ma la storia della Confederazione Elvetica poggia saldamente su due leggende: una è quella, veramente leggendaria, di Guglielmo Tell. L’altra è quella tutt’altro che leggendaria, di Nicolas Hayek l’uomo venuto dal Libano che, riferendosi alle fabbriche svizzere e ai lavoratori svizzeri, le chiamava “le nostre fabbriche” ed “i nostri lavoratori”. Hayek portò il consorzio delle banche creditrici della moribonda industria orologiera elvetica sull’orlo di una crisi di nervi rifiutandosi (nelle vesti di consulente) di adottare qualsiasi tipo di misura difensiva, ma portando avanti con tenacia il progetto di certi orologetti economici detti Swatch (da “Second Watch”, orologio di riserva, o anche “Swiss Watch”, cioè orologio ‘svizzero per antonomasia’). L’invenzione degli orologi Swatch fu un sottoprodotto della battaglia svizzera per la riconquista del titolo di “orologio più sottile del mondo” detenuto dai giapponesi. Gli svizzeri segnarono il nuovo primato montando il loro esemplare, al quarzo, invece che su una propria platina, direttamente sul fondo della cassa. Questa conquista portò, da una parte, alla creazione di una linea d’orologi superlusso, in oro massiccio, denominata “Concord Delirium (Tremens)”, troneggiante nelle vetrine di Tiffany con un prezzo massimo di US $12.000. Dall’altra, nelle mani di Hayek, sfociò nello Swatch propriamente detto, avente le seguenti caratteristiche fondamentali: nella ricerca di uno spessore sempre più sottile, gli svizzeri si trovarono a realizzare un orologio con una cinquantina di pezzi in meno rispetto ai 150 pezzi di un analogo orologio giapponese. Ogni singolo pezzo componente svizzero avrebbe potuto essere acquistato a metà prezzo in Giappone. Ogni singolo operaio specializzato svizzero poteva seguitare ad essere pagato il doppio del suo equivalente giapponese. E con tutto ciò lo Swatch veniva a costare meno di un Casio, di un Seiko o di un Citizen. Era più affidabile, e quindi poteva essere commerciato attraverso nuovi canali senza l’aggravio di un servizio d’assistenza. Si avvaleva di nuove tecnologie che gli consentivano di essere fabbricato in plastica. Si poteva presentare sul mercato senza false pretese, tranne quella di stare al polso della Regina d’Inghilterra e del Re di Spagna. Non si prestava a presentarsi mestamente, ordinato su certi vassoi esposti nelle tabaccherie, nelle profumerie, nelle chincaglierie o nelle orologerie di quartiere periferico. No, chi vuole uno Swatch lo deve cercare nel corso principale della città, accanto alle più lussuose gioiellerie, in eleganti botteghe ove, magari, deve anche mettersi in fila ed aspettare il proprio turno. È l’economico di lusso di cui, all’esordio, furono venduti 20 milioni di esemplari. Anche se la febbre per Swatch si è in gran parte normalizzata, se-

"White Snake", Swatch per il nuovo anno cinese

“White Snake”, Swatch per il nuovo anno cinese

 guita ad essere un marchio di grande successo che, nella classifica del 2012, si piazza al 5° po-sto, con un fatturato di 0,980 miliardi di franchi, tra Patek Philippe (!) e Breguet (!). Il piazzamento di Swatch nelle posizioni di testa, accanto a marchi di lusso assoluto o costituisce l’eccezione che conferma la regola, oppure no, se ci si dispone a considerarlo un marchio di lusso strategicamente schierato a presidiare la fascia economica. In effetti, in numerosi scritti e discorsi, Hayek ha sostenuto che per dominare un mercato bisogna impadronirsi della fascia più bassa e tenerla così alta da obbligare la concorrenza a fare i salti mortali. Ma del Gruppo Swatch altri due brillanti piazzamenti vengono ottenuti da marchi della fascia economica medio-bassa. Si tratta di due marchi serissimi, molto stimati per la loro qualità e tradizione. Si tratta di Rado che conquista il 17° posto, e di Tissot che conquista il 15°. Insieme tengono alle spalle Hublot, Breitling, Baume & Mercier e Girard Perregaux, ed inseguono da presso il quintetto formato da. Vacheron Constantin, Piaget, Audemars Piguet, Jaeger-LeCoultre ed IWC. Come si vede, la vittoria ottenuta con gli orologi del marchio Swatch ha consentito di spingere di nuovo i motori a pieno regime e a far rifiorire fabbriche e stabilimenti avviati all’abbandono e alla dismissione. Giacché ci siamo, pubblichiamo l’elenco completo di tutti i marchi che fanno attualmente parte del Gruppo Swatch. In ordine alfabetico: Breguet, Blancpain, Jaquet Droz, Glashütte Original, Leon Hatot, Omega, Tiffany Watch Co., Rado, Longines, Union Glashütte, Tissot, ck watch & jewelry (Calvin Klein), Certina, Mido, Pierre Balmain, Hamilton, Flik Flak ed Endura. Come si vede, il Gruppo Swatch non è andato esclusivamente a caccia di marchi di lusso, ma si è preoccupato di salvare e rimettere in sesto tanti marchi e stabilimenti di insostituibile perizia tecnica. Se fossero stati lasciati in balia di se stessi nel non breve periodo di crisi, un patrimonio incalcolabile sarebbe andato definitivamente perduto, senza alcuna probabilità di recupero. Ed in virtù dell’intelligenza e della tenacia di Nicolas Hayek oggi l’industria orologiera svizzera fila a tutto vapore. Oltre alle cifre nude e crude dei fatturati ci sono voci accessorie che parlano a favore degli orologiai svizzeri. Non so se si possa parlare, in tempi di crisi mondiale, di un paradossale aumento degli investimenti nel lusso, ma sicuramente si possono notare significativi spostamenti verso l’orologeria.

Il tourbillon e l’orologio di lusso
Ci sono investitori che hanno subito cocenti delusioni nel mercato azionario. Chi ha collezionato lingotti d’oro, platino, argento e palladio, ha visto questi metalli crescere e poi calare. Le pietre preziose, assieme ai metalli nobili, stanno abbandonando la gioielleria pura e si stanno spostando verso l’orologeria. L’orologio di valore attrae per un’infinità di motivi, ma chi stabilisce il valore vero di un orologio? Proprio di questo volevo parlarvi: il successo dei marchi di maggior lusso fa sì che quotidianamente si presentino alla ribalta nuove ditte, nuovi nomi, che si proclamano latori del vero lusso, del progresso tecnico e, nel contempo, eredi delle più antiche tradizioni. Per legittimare tale status, esibiscono i loro modelli muniti di tourbillon. La prima volta che ho sentito parlare del tourbillon fu attraverso il seguente esempio: prendiamo due grossi volumi d’enciclopedia e posiamoli, l’uno sull’altro, su un tavolo. È chiaro che il volume che sta sotto è schiacciato da quello che sta sopra, e viceversa, se si invertono le posizioni. Ebbene, questo evidente effetto della forza di gravità influisce sulla regolarità di marcia di un orologio, agendo sulle parti più delicate di uno scappamento, in particolare sulla bocchetta dell’ancora, sulla ruota e sulla molla del bilanciere. Per assicurare che, al variare della posizione dell’orologio la variazione reciproca dei pesi non venisse ad alterare l’uniformità della marcia, la soluzione offerta dal tourbillon brevettato da Breguet nel 1801 fu simile (per non dire uguale) a quella offerta da un girarrosto per assicurare l’uniformità di cottura: girare con moto costante al ritmo della sfera dei secondi per compiere una rivoluzione completa nel volge-

Eureka! Il tourbillon su ordinazione (v. sito internet)

Eureka! Il tourbillon su ordinazione (vedi sito Bruno Caputo  Orologiaio Artigiano)

re di un minuto primo. Breguet, quindi, racchiuse le parti motrici dell’orologio in un cestello rotante, in modo che nell’intervallo di un minuto fossero egualmente soggette all’azione della forza di gravità, principalmente assicurando un’equa distribuzione dell’olio lubrificante (che era il maggior problema per quei tempi). L’applicazione del tourbillon di Breguet produsse considerevoli miglioramenti nella precisione degli orologi, ed i miglioramenti risultarono maggiori negli orologi da tasca che non negli orologi da polso, chiaramente per il fatto che la lemniscata di Bernoulli descritta da un polso gesticolante già costituiva, di per se, un correttivo naturale. Breguet ideò il suo tourbillon attorno all’anno 1795 (brevettandolo 6 anni dopo), ma poiché la sua sventurata ed amata patrona Maria Antonietta era stata giustiziata nel 1793, non poté consegnarle nessuno dei suoi nuovi capolavori con tourbillon (e neanche il Grand Complication 160, completato addirittura dopo la morte di Breguet, 1823). Comunque, i 35 orologi tourbillon prodotti da Abraham-Louis Breguet durante la sua vita, vanno tutti considerati alla memoria dell’imperatrice. Ma alcuni moderni critici nel mondo dell’orologeria avanzano dubbiose ipotesi sulla nascita del tourbillon. Essi sostengono che l’imprecisione degli orologi meccanici di quell’epoca non fosse dovuta agli effetti della forza di gravità, bensì all’inadeguatezza dei progetti ed a una certa rusticità nella fabbricazione. Sia come sia, in virtù della rielaborazione dei progetti, dell’introduzione di nuovi materiali, di nuovi metodi di fabbricazione e, principalmente, di nuovi oli lubrificanti, un moderno esemplare d’alta orologeria non è più in grado di acquisire una maggior precisione in virtù dell’adozione del tourbillon e delle sue varianti tipo carosello. La presenza del tourbillon in orologi di moderna produzione è un sigillo nobiliare se accompagnata da nominativi tipo Blancpain, Breguet, Girard-Perregaux (ricordiamo lo storico “Tourbillon sous trois Ponts d’Or” di Constant Girard) e pochi altri iscritti nell’ “Almanach de Gotha de l’Horlogerie Mondiale”. Che dire dunque delle nuove marche, ognuna delle quali vanta i propri orologi al tourbillon? Il fatto fondamentale è che il tourbillon diventa un accessorio di valore assolutamente nullo se non viene ostensibilmente esibito e quindi, come un paio di secoli fa, l’orologio con tourbillon ha il quadrante squarciato da un oblò da cui traspaiono le parti interne in movimento. Che ne direste di nuove marche automobilistiche che, per comunicare una leggenda di antiche tradizioni, ripristinasse balestre e biscottino in bella vista, enormi parafanghi con predellino integrato, ruote di scorta avvitate al cofano posteriore e…dimentico qualche cosa? Si, la nobildonna che scende dalla vettura con una coppia di levrieri russi al guinzaglio. Se una nuova marca automobilistica si affacciasse adesso sul mercato, per dimostrare di essere ereditiera di antiche tradizioni dovrebbe avere qualche somiglianza con una Bugatti degli anni trenta? Ma dovrà veramente l’industria orologiera svizzera prepararsi ad affrontare la valanga di tourbillon cinesi d’ogni ordine e grado, all’attacco del mercato dei nullatenenti? Potrebbe anche darsi, ma io vedo con maggiore probabilità l’avvento dello “smart watch”, il dispositivo politecnico indossabile, destinato a fissarsi sul polso sinistro dell’utilizzatore per avvicinargli il più possibile la capacità di ricezione di segnali pertinenti alla comunicazione digitale. Tra questi segnali è compresa l’ora precisa, per cui lo smart watch, senza essere un vero e proprio orologio, ne svolge le funzioni. Quando questo dispositivo, che muove ora i primi passi, sarà reso sufficientemente affidabile, milioni, decine di milioni, centinaia di milioni di utilizzatori se ne muniranno e troveranno il loro polso occupato da un oggetto che, forse, seguiterà a chiamarsi orologio, ma non sarà più un prodotto dell’industria orologiera. A meno che…A meno che cosa?

Il coltellino militare Victorinox, icona elvetica

Il coltellino militare Victorinox, icona elvetica

Il tramonto dell’Alta Fedeltà
La risposta pronta non ce l’ho, ma possiamo comunque avviare qualche ragionamento: a cavallo tra gli anni 1970 e 1980 il mondo era percorso dalla febbre dell’Alta Fedeltà, in cui mi trovavo in prima linea con la mia rivista Audiovisione. Il pubblico implicato veniva stimato sulle 100.000 unità in Italia, ed era talmente disposto a qualsiasi follia da essere considerato una vera e propria miniera d’oro dagli operatori del settore. Noi editori e redattori delle riviste specializzati eravamo attentamente selezionati e corteggiati dai fabbricanti, dagli importatori e distributori delle maggiori case mondiali, che organizzavano per noi simposi, convegni tecnici, visite alle fabbriche, presentazione di nuovi prodotti in località amene e rinomate, alloggiati in alberghi di prim’ordine, confortati da spettacoli teatrali, concerti, varietà e banchetti luculliani. E mai capitava che tra noi si trovasse per sbaglio qualche giornalista vero, dei grandi mezzi di comunicazione tipo Corriere della Sera o Messaggero. Questo quadro era però destinato a subire radicali modificazioni a breve scadenza. In Italia una profonda crisi economica fece sì che all’inizio degli anni ’80 l’inflazione superasse la soglia del 20%, e questo limite fu superato anche dal rendimento dei Buoni del Tesoro. L’imposta sul valore aggiunto, l’IVA salì al 35% per gli articoli di lusso come Rolls-Royce e Champagne, ma questo valore fu imposto anche agli articoli di Alta Fedeltà come giradischi, amplificatori, altoparlanti…I distributori e rivenditori videro tassato del 16% il loro magazzino…Su scala mondiale nel settore dell’Alta fedeltà ci fu addirittura la mutazione genetica fondamentale con l’introduzione, da parte di Sony, Philips e del governo austriaco su iniziativa del maestro von Karajan, del Compact Disc, cioè del dischetto CD, al posto del tradizionale Long-Playing (LP) in vinile. All’inizio ci furono inconvenienti, dovuti a discografici poco scrupolosi che misero in commercio CD non convenientemente digitalizzati, talché un gran numero di cosiddetti puristi insorsero contro il suono acido dei CD, tessendo le lodi del dolce suono dell’antico vinile. Date le condizioni di mercato italiane che ho descritto, che portarono all’insolvenza la maggior parte dei nostri inserzionisti, mia moglie ed io, nonostante la corte serrata che ci facevano le banche, interrompemmo senza alcun preavviso la pubblicazione di Audiovisione e ci dileguammo nell’anonimato: la nostra era un’impresa familiare che conducevamo per capriccio e divertimento, ma che avrebbe cambiato radicalmente la propria connotazione se avessimo dovuto tenerla in vita con i soldi degli altri. Se andate a rivedere la storia di “Piaget: 2a parte”, vedrete che la famiglia proprietaria, di fronte all’allargamento del proprio mercato che postulava l’aumento di capitale, preferì cedere la ditta (che seguita ad andare a gonfie vele) piuttosto che ricorrere al finanziamento delle banche. Così pure Nicolas Hayek, avendo i soldi per comprare il 51% dei marchi che ora formano il suo gruppo, si accontentò della quota di stretta maggioranza, non volendo indebitarsi con le banche per acquistare il 100%. Bene, illustrati i fatti di casa nostra, vediamo come sono andate le cose nel resto del mondo: prima di dileguarmi, ho salutato l’avvento del digitale come l’occasione, per l’Ata Fedeltà, di agganciarsi al vertiginoso sviluppo dei computer, in contrapposizione all’immobilismo dei discografici. La generazione attuale sente parlare dell’Alta Fedeltà e dei dischi in vinile come di un paradiso perduto, ma io che ci sono stato dentro sin dai primordi, e cioè dal 1955, anno in cui mi sono sposato con una ragazza svizzera, vi assicuro che era un inferno. Potevate comprarvi l’impianto più progredito e costoso di quei tempi, fatto di componenti separati come giradischi, braccio, testina di lettura, preamplificatore, amplificatore e casse, ma solo da pochi solchi di un disco da dimostrazione potevate ottenere poche battute della musica che sognavate, e non era detto che la volta successiva il sogno si sarebbe ripetuto, perché graffi, polvere, scariche elettrostatiche si sovrapponevano in sublime Alta Fedeltà alle note dell’Eroica o dell’Appassionata. Il vinile era un materiale ideale per numerose applicazioni, ma nella registrazione grammofonica era altrettanto bravo nell’incidere i segnali musicali e quelli di disturbo d’ogni tipo. Non la faccio lunga, basta un aneddoto: la mia famiglia era in cordiale rapporto con dottor Ugelli che aveva operato mia madre, e quando tornavo dalla Svizzera con qualche primizia grammofonica, ci invitava a casa sua per un simposio musicale. Ed in tale occasione lui demandava a me il compito di mettere in moto il giradischi e porre il diamante di lettura sul solco d’inizio. Lui mi demandava tale compito per timore di graffiare il disco! Il punto esclamativo sta a ricordare che non aveva curato mia madre per un raffreddore o mal di pancia, ma gli aveva rimosso una cisti dalla colonna vertebrale. Era un illustre neurochirurgo, che però, di fronte ad un LP in vinile…In seguito si resero disponibili dispositivi che alzavano ed abbassavano automaticamente il pick-up, ma rimane il fatto che se il piano d’appoggio del giradischi subiva anche l’urto più lieve…Per buona misura, il titolare dell’impianto lo teneva sotto chiave. Ma quando apparve sul mercato il Compact Disc, questo veniva introdotto, suonato ed espulso dalla sua macchina di lettura mediante telecomando, ed il telecomando (della TV) lo sapevano manovrare sia i neurochirurghi, sia i bambini di anni cinque, sia le casalinghe, sia le badanti e le domesti-

La balestra di Guglielmo Tell, icona elvetica

La balestra di Guglielmo Tell, icona elvetica

che ad ore, sia gli intellettuali, sia i metallurgici. I sacerdoti dell’ Alta Fedeltà si indignarono, protestarono, condannarono e scomunicarono e poi, guardandosi attorno, si accorsero di essere rimasti soli. Il CD crebbe e si moltiplicò: diviene DVD, Blu Ray…Ma ricapitoliamo la situazione: la gente possedeva grammofoni a manovella o elettrici, autonomi o collegabili agli apparecchi radio. Qualcuno possedeva un lussuoso “Radio-fono-bar” con cassa degli altoparlanti detta “da concerto”. Nel dopoguerra molti militari che, in servizio, venivano impiegati nel settore delle comunicazioni e, soprattutto nei radar, tornavano a casa con un ricco patrimonio di cognizioni elettroniche il cui accesso era inibito ai civili, e ne approfittarono per lanciare nuove tecnologie nel settore radio-discografico. Nacque così il concetto di “high fidelity sound reproduction” che sbottò nel fenomeno dell’Alta Fedeltà, che sollevò molto clamore e generò grosse cifre d’affari per un decennio, e poi cadde completamente in non cale perché, con l’avvento del CD, cioè col passaggio dall’analogico al digitale, l’industria operò un’improvvisa sostituzione del paradigma, senza accogliere nessuna istanza del movimento dell’Alta Fedeltà, ma effettuando di fatto la redenzione dell’audiofilo qualunque, che passava al digitale direttamente dal grammofono a manovella senza essere passato per i costosi ed inutili impianti dell’Alta Fedeltà. Oggi i nostalgici dell’Alta Fedeltà e del vinile esistono ancora, arroccati ai loro impianti tenuti sempre sotto chiave, mentre i loro nipotini sfrecciano con l’iPod nel taschino e 30.000 brani musicali di scorta. L’avvento del digitale ha cambiato molte cose nel settore della comunicazione. Che cosa è avvenuto dei rappresentanti della stampa specializzata e dei viaggi premio organizzati ed integralmente spesati dalle case? Posso dire qualche cosa che ho letto a proposito della Apple, per la quale i giornalisti di tutto il mondo sono tre: David Pogue del New York Times, Walt Mossberg del Wall Street Journal ed un’altra eminente firma, di cui momentaneamente mi sfugge il nome (Ed Baig?), di USA Today. Apple ed altre grandi case sono in continuo contatto con questi giornalisti. Inviano loro i nuovi prodotti in anteprima, sentono il loro parere ed apportano le modifiche suggerite. Il giorno del lancio televisivo, i tre giornali menzionati escono con l’articolo di ognuno di questi colonnisti, ed in tal modo tutto il mondo, in un sol colpo, viene informato della novità. Tutto ciò premesso, è prevedibile per il mondo dell’orologeria l’avvento repentino di un nuovo paradigma, capace di porre in fuorigioco la produzione tradizionale?

L’orologio della stazione
La risposta è sì, certamente, ma non credo che possa essere intaccata la posizione di un orologio di valore, il quale manterrà o accrescerà la sua quotazione di titolo bancabile. Più dura sarà per gli orologi costosi ma con credenziali incerte: chi li acquisterebbe di seconda mano, al monte dei pegni e nelle aste? Infine la strage degli innocenti toccherebbe agli orologetti di poco prezzo e poche pretese. Il fatto è che l’orologio attuale non appare più ulteriormente migliorabile dal punto di vista tecnico, anche se attualmente, anno per anno, si rinnova e rifiorisce come l’industria della moda, ed è facile che venga ottenebrato dall’avvento di tecnologie superiori nel campo della comunicazione. Quale, dunque, il futuro di quella che oggi viene chiamata “Alta Orologeria”. Questo è il quesito cui tenteremo di dare risposta negli articoli successivi. Ma ora vorrei concludere questa puntata con un aneddoto divertente, ma anche estremamente significativo. Ebbene, nel mese di settembre dello scorso anno fu presentato al mondo intero il dispositivo mobile iOS6 della Apple. Grande fu il gaudio universale, ma particolarmente fiero di quel prodotto fu il popolo svizzero che, al posto numero 10 delle venti i immagini presenti sul frontespizio del dispositivo ebbe la sorpresa di individuare il quadrante dell’orologio ufficiale delle ferrovie federali. Si tratta di una vera e propria icona della nazione elvetica, al pari del rosso coltellino militare della Victorinox, della balestra di Guglielmo Tell intesa come massimo marchio nazionale di qualità, e della gialla corriera postale, che si inerpica per i più ripidi sentieri montani e giunge dove neanche le aquile osano. Credo di essere entrato in Svizzera, per la prima volta, nell’anno 1952, oppure l’anno successivo. Andavo in visita a casa della mia fidanzata, una ragazza di Winterthur incontrata in Italia. Andavo a casa sua per conoscere la sua famiglia, e per farmi conoscere. Ero agitatissimo: avevo studiato il tedesco per quattr’anni al ginnasio, e ripetevo entro di me qualche frase di convenienza, ma appena aprivo bocca col personale ferroviario, o mi rispondevano direttamente in italiano, o mi parlavano in una lingua a me completamente sconosciuta, che poi seppi essere lo “Schwiizertüütsch”, nome collettivo che si può tradurre con “svizzero tedesco”, che non significa semplicemente “dialetto svizzero”, ma denota ciascuno degli infiniti dialetti che si parlano nel metro quadro in cui vi trovate in quel momento, che differiscono da cantone a cantone, da città a città, da quartiere a quartiere e, se state salendo una scala, da gradino a gradino. Tra loro si capiscono alla perfezione, ma notano le minime differenze e non fanno a meno di farvele notare. Come ho detto, ero talmente agitato che, lì per lì non porsi alcuna attenzione agli orologi delle varie stazioni in cui ci fermavano. Non so neanche dire se questi orologi cominciai a notarli nel viaggio di ritorno, oppure in

La corriera postale, icona elvetica

La corriera postale, icona elvetica

tempi successivi. Ma quando li notai mi procurarono una sorta di sincope: la lancetta dei secondi, un dischetto rosso in cima ad una bacchetta, a somiglianza con la paletta rossa del capotreno che dà il segnale di partenza del convoglio. Ebbene, questa lancetta, compiuto un giro completo, giunta quindi al sessantesimo secondo del minuto, o al numero dodici del quadrante come si suo dire, invece di proseguire con la scansione del minuto successivo si fermava! Dopo alcuni secoli, cioè dopo poco meno di due secondi, la lancetta dei secondi riprendeva il suo cammino e la lancetta dei minuti scattava al minuto successivo! Il fenomeno mi appariva così illogico ed inverosimile che, in un primo tempo mi rifiutai di accettarlo, pensando di essermi sbagliato: al termine del giro dei secondi qualche cosa avveniva, che io interpretavo come un arresto ed una ripartenza, ma forse l’arresto non avveniva ed io mi illudevo…Naturalmente gli eventi si svolgevano nel modo in cui li ho descritti, e siccome non ledevano i miei interessi vitali, li ho accettati senza discuterli. Ma ora che l’inclusione del quadrante ferroviario elvetico negli iPad, e presumibilmente nel futuro iWatch, ha reso planetaria l’attenzione su questo orologio, anche se nelle applicazioni non ferroviarie l’arresto, seguito dalla ripartenza, non viene riprodotto e quindi rimarrà ignorato dalla stragrande maggioranza della popolazione della Terra. Ma io, come cittadino svizzero, mi sento in dovere di darne la spiegazione, se non altro ad uso dei miei connazionali. Ebbene, nella storia della Hamilton (se non l’avete già fatto, leggetela) si narra come una ditta orologiera privata si assumesse il compito di fabbricare cronometri d’alta precisione, che divennero popolari come arcangeli ferroviari. L’orologio della stazione, invece, è al 100% frutto della organizzazione interna dell’azienda ferroviaria, dovendo svolgere compiti specifici inerenti al servizio svolto. All’azienda non serviva un orologio “preciso” nell’accezione generale di questo vocabolo, bensì un dispositivo in grado di far partire tutti i treni della confederazione nell’istante preciso stabilito negli orari resi di pubblico dominio. Poiché gli orari ufficiali stabiliscono l’ora e il minuto delle partenze e degli arrivi ma non i secondi, l’azienda aveva bisogno che ogni minuto iniziasse allo stessissimo istante in ogni stazione del territorio nazionale, senza ulteriori pretese sulla marcia dei secondi tra minuto e minuto. Vi dirò: gli orologi della stazione sono non so quante migliaia, sono orologi elettrici, e la loro marcia dipende dalle caratteristiche dell’energia fornita dalle varie reti locali, che potevano variare in voltaggio e frequenza nell’ambito delle tolleranze consentite dai capitolati, rispetto ai valori nominali. Una precisione generale, che consentisse la perfetta sincronia tra gli orologi delle stazioni di tutta la confederazione, era assolutamente al di fuori delle possibilità della pura orologeria svizzera. Occorreva modificare la misura del tempo per poter conquistare l’assoluta sincronia del minuto iniziale. La soluzione del problema fu trovata nel 1944 dall’ingegnere e progettista delle ferrovie Hans Hilfiker (che successivamente introdusse anche la paletta rossa per la lancetta dei secondi) e, come l’’ho capita io, consisteva in questo: ogni orologio della stazione veniva munito di un motore sincrono alimentato dalle reti locali, che imprimeva alla sfera dei secondi un moto circolare uniforme della durata nominale di 58,5 s, che compiva una rivoluzione completa con 1,5 s d’anticipo rispetto ad un cronometro d’orologeria. Durante questo periodo d’anticipo la sfera dei secondi ferroviari si fermava, ma dopo la pausa riceveva un segnale di sincronizzazione generale che faceva ripartire nello stessissimo istante tutti gli orologi delle stazioni elvetiche per attaccare il minuto successivo. Spero che l’argomento vi appassioni, perché lo esauriremo nella puntata successiva. (Segue)

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L’orologio della stazione, come funziona il “salto del minuto”