Watch, Swatch, Smartwatch e l’Orologio della Stazione: 2a parte

Di Marino Mariani

L'orologio della Stazione Mondaine

L’orologio della Stazione (Mondaine)

 

L'imitazione Apple non ha le lancette rastremate

L’imitazione Apple non ha le lancette rastremate

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Nella 1a parte di questa serie di articoli, con cui abbiamo inaugurato la rubrica “Grandi Temi”, abbiamo riportato la prima classifica ufficiale del fatturato delle prime 20 marche orologiere svizzere, e tra queste brillava, per la sua assenza, la maison Mondaine, titolare del più famoso orologio svizzero. Non sappiamo neanche se la gente conosce questa ditta di nome, ma di vista senz’altro, perché ogni cittadino svizzero, ed un’ingente percentuale di visitatori stranieri, ha negli occhi la visione dell’orologio standard delle ferrovie svizzere, presente in tutte le stazione dei treni della confederazione. È quell’orologio inò cui la sfera dei secondi è fatta ad immagine e somiglianza della paletta rossa con cui, tradizionalmente, il capostazione dava il segnale di partenza al convoglio, accompagnandolo con un colpo di fischietto o, se ben ricordo, con uno squillo di quella trombetta rimasta simbolo delle corriere postali. Mi dicono che ora le partenze sono automatizzate e non richiedono più la coreografia della paletta e del fischietto, ma è proprio la sfera dei secondi degli orologi delle stazioni svizzere a renderne indelebile il ricordo. Ma oltre al colore rosso-paletta, la sfera dei secondi ha un’altra caratteristica che la rende unica tra tutti gli orologi del mondo: non batte il “secondo” inteso nella comune accezione di questa universale unità di misura del tempo. Quello che batte l’orologio Mondaine delle FFS (Ferrovie Federali Svizzere) è quello che io chiamo, appunto, il “secondo ferroviario elvetico”. E se vogliamo essere proprio precisi questo orologio non batte nessun tipo di secondo perché procede di moto circolare uniforme, animato da un motore sincrono di cui è equipaggiato ogni esemplare, che gli fa compiere una rivoluzione completa in 58,5 s nominali. Ed ora riassumiamo i termini del problema: il compito della rete degli orologi ferroviari non è quello di fornire l’ora esatta, bensì quello di soddisfare un’inderogabile esigenza degli orari ferroviari, i quali stabiliscono il momento delle partenze in termini di ore e minuti, e quindi il compito della rete è quello di fornire, in tutto il territorio, l’inizio esatto di ogni minuto. In realtà questi orologi ferroviari potrebbero fare a meno della sfera dei secondi, ma allora lo scatto del minuto avverrebbe senza nessun preavviso, lasciando disorientato il passeggero che non sa se è in anticipo o in ritardo sulla partenza. Quindi la pittoresca sfera dei secondi viene aggiunta per una forma di cortesia verso i viaggiatori che, senza pretendere una precisione astronomica, “vedono” se sono in tempo, o se devono affrettarsi. Tutto ciò premesso, riassumiamo la situazione e concludiamo: la rete degli orologi ferroviari è fatta di orologi elettrici, e come tale non è sincronizzabile, perché la marcia di ciascuno di essi dipende dalle caratteristiche dell’energia fornita dai produttori e distributori locali, che può presentare variazioni nei valori della tensione e della frequenza della “loro” corrente alternata. Quindi, non potendo contare sull’assoluta omogeneità di marcia, si rinuncia senza rimpianto alla precisione e alla sincronizzazione della sfera dei secondi. La si lascia completare in anticipo il giro completo del quadrante e gli si concede una sosta di 1.5 s nominali. E come nelle gare di corsa si controlla che gli atleti siano fermi ai loro blocchi di partenza e che nessuno parta in anticipo allo sparo dello starter, così all’inizio esatto del minuto successivo un segnale generale di sincronizzazione li fa partire nello stessissimo istante, ed è questo ciò che importa all’amministrazione delle ferrovie, ed in ciò si fonda la proverbiale precisione delle ferrovie elvetiche. Questo sistema di pragmatica semplicità è stato elaborato dall’ingegnere progettista delle FFS Hans Hilfiker, nel 1944, prima ancora della nascita, nel 1950, della Mondaine, per opera di Erwin Bernheim. Hilfiker è morto nel 1993 all’età di 92 anni, e nel corso della sua lunga carriera creativa si è segnalato per numerose, sempre pragmatiche, innovazioni di portata nazionale ed internazionale, di cui la principale è senz’altro quella della standardizzazione delle misure degli elettrodomestici da incasso. Da parte sua la Mondaine si è sviluppata come maison orologiera con i propri marchi, e producendo apprezzatissime collezioni per marchi popolari, non orologieri, in Europa, USA e Giappone. In Svizzera Mondaine ha celebrato il sesto milionesimo orologio M-Watch venduto col marchio della Migros, il maggior dettagliante elvetico. Peccato che, al momento, le due case siano schierate l’una contro l’altra in tribunale per via della lettera “M” che, all’interno della Svizzera, è unanimemente individuata come simbolo della Migros, mentre nel resto del mondo significa Mondaine. I siti svizzeri più autorevoli affermano esplicitamente che il “Bahnhofsuhr” Mondaine, di cui sono installati 3000 esemplari in tutta la confederazione, è l’orologio svizzero più famoso nel mondo. D’altra parte il brevetto dell’orologio della stazione è saldamente in mano alle Ferrovie…Tutto ciò detto, va rilevato che il problema della fermata e ri-

Una versione originale Mondaine per tasca e sveglia

Una versione originale Mondaine per tasca e sveglia

partenza della paletta rossa dell’orologio della stazione è ristretto alle applicazioni ferroviarie. Ma l’aspetto di quel quadrante così nitido e perspicuo è talmente accattivante da dar luogo ad una fiorente proliferazione di versioni “civili” da polso, da tavolo, da parete, per l’uomo sportivo e la signora elegante. Finché non l’abbiamo visto riprodotto in un iPad Apple e profetizzato a gran voce come bandiera da combattimento del futuro iWatch. “Ma quanto onore, che splendida scelta!” esclamarono commosse le Ferrovie Federali Svizzere, accennando alla Apple la questione dei diritti. Indubbiamente alla Apple era successo quello che successe a George Bizet, l’autore di Carmen, il quale, componendo l’Habanera, l’aria con cui la protagonista si presenta sulla scena (“È l’amore uno strano augello”), fece man bassa delle note di quello che credeva essere un canto popolare cubano. In realtà era una composizione vera e propria di Sebastiàn Iradier, l’autore della Paloma, cheaveva composto la sua Habanera proprio dopo un viaggio a Cuba. Bizet dové pagare i diritti d’autore. Dunque, le Ferrovie Elvetiche fecero garbatamente intendere alla Apple che l’avrebbero denunciata accusandola di plagio. Ed in effetti c’erano piccolissime differenze tra il quadrante originale del Bahnhofsuhr e la versione della Apple: per esempio le lancette delle ore e dei minuti nella versione Apple sono rettangoli perfetti, mentre nell’originale sono leggermente rastremate e quindi, invece che rettangolari, sono trapezoidali. Un’imitazione, dunque, non la copia pura e semplice del logo. È come se qualcuno, colpito dall’originalità di quel quadrante, avesse voluto ricostruirlo fidandosi della propria memoria. Naturalmente non ci sono dichiarazioni ufficiali sulla materia, ma un lettore svizzero di un giornale economico avanza un’ipotesi più che plausibile: nel gennaio del 2011 Steve Jobs si trovava in Svizzera per cure mediche (morì ad ottobre dello stesso anno), ed ebbe l’occasione di viaggiare ripetutamente in treno, e quindi…Sia come sia, Apple ha spento sul nascere una lite che avrebbe potuto non perdere, versando alle Ferrovie Elvetiche una cifra tenuta in assoluta segretezza che, come se Pulcinella fosse nato nell’Oberland Neocastellano invece che a Napoli, viene precisata in 20 milioni di CHF, pari a 21milioni di USD, equivalenti a €16,6 milioni. Per il momento il segreto di Pulcinella non parla di eventuali pretese avanzate dalla Mondaine e dalla Mobatime di Sumiswald, le fabbriche che materialmente costruiscono questi orologi. Questa cifra, che a noi sembra enorme, da taluni viene ritenuta insignificante per le casse di Apple. Ma la fretta di comporre un diverbio che ancora non era stato dichiarato? Era la fretta di assicurarsi un quadrante d’orologio dichiarato come il più famoso ed apprezzato in tutto il mondo e simpatico a tutti. A tutti, non solo agli appassionati di arte orologiera. Da bruciare in una piccola icona accanto ai vari servizi offerti da un iPad o da un IPhone? Giudicate voi: la notizia (segreta) della fulminea composizioni finanziaria della lite per l’’Orologio della Stazione (che le FFS non erano sicure di vincere e che la Apple non era sicura di perdere), accompagnata dalla notizia, ormai data per certa, che la Apple sta impegnando 100 (dicesi “cento”) ingegneri di produzione nella progettazione dell’iWatch significa che la Casa (o Maison?) di Cupertino, con un sol colpo, vuole impadronirsi dell’orologeria mondiale, l’unica industria, di quelle tradizionali che, al momento, gode di un’invidiabile prosperità. Come farà la Apple a diventare di colpo il primo colosso orologiero di questo pianeta, dato che nessuno pensa che possa mirare alle posizioni di rincalzo? La risposta a questo interrogativo non si farà attendere a lungo, e la data più probabile è: entro quest’anno! Ma è possibile, analizzando le esperienze passate, prevedere il modo e la maniera secondo cui il colpo di mano avverrà? Dal punto di vista tecnico, l’attivissimo servizio di spionaggio operante nel mondo dell’industria fa sì che ogni casa impegnata nella corsa verso lo smartwatch conosca alla perfezione tutto l’armamentario a disposizione dei concorrenti, se non altro che attraverso l’esame dei brevetti richiesti e concessi. Ma io credo che la presa di potere della Apple avverrà, sì, ma non in virtù di una pura e semplice superiorità tecnica, bensì in virtù di un’idea fulminante. Come era avvenuto verso la fine deli anni 70 (del secolo 1900). In cui Steve Jobs collezionò una serie di insuccessi ed umiliazioni, ma ebbe la divina ispirazione di analizzarne a fondo le cause e passare al vittorioso contrattacco.

Steve Jobs ed il Big Bang di Apple
Nell’estate del 1976 (Steve Jobs aveva ventuno anni) Steve Wozniac, la sua anima gemella, aveva completato la progettazione dell’Apple II. Col successo conseguito col modello Apple I, i due amici avevano dato vita ad una gallinella dalle uova d’oro che procurava loro un certo flusso di danaro. Ora, pe-

Jobs e Wosniak con la piastra madre del1976

Jobs e Wosniak con la piastra madre del1976

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rò, si trattava di lanciare in grande stile il modello successivo, per cui giudicarono opportuno partecipare al primo Personal Computer Festival in programma ad Atlantic City per il prossimo 1° maggio. Presero un volo notturno per Philadelphia, portandosi appresso un modello da dimostrazione del loro Apple II. Quel volo era affollato di concorrenti, che aprivano scatoloni e si mostravano a vicenda i loro apparecchi lucenti e rifiniti. Al confronto il loro Apple II, per quanto ingegnoso, faceva una figura piuttosto miserella, perché, in definitiva, si riduceva a niente più che ad una scheda, cioè ad un semplice circuito stampato, mentre gli altri…Per tutta la durata della fiera Steve Jobs si aggirò per i vari padiglioni, avidamente studiando gli apparecchi che maggiormente apparivano destinati al successo di mercato. E per tutta la durata della fiera il loro stand non ricevette nessuna visita da parte dei maggiori grossisti a caccia di acquisti. In effetti, il loro stand giaceva in una posizione del tutto defilata, e consisteva in una scrivania attorniata da un tendaggio giallastro. Tutta la decorazione consisteva nella copia cellofanata di un articolo, a loro dedicato, preso da una rivista per hobbisti, e da un solo cartello col nome della ditta. Abbastanza squallido. I tre (Jobs, Wozniak e Dan Kottke venuto a dare una mano) si presentavano in camicia a collo aperto, capelli lunghi, barbe incolte e certi baffetti…Non ispiravano grande fiducia. Gli altri avevano enormi padiglioni sfolgoranti di luci accecanti, lampi, suoni e rumori, ragazze con le gonne molto corte, ogni trovata pubblicitaria in azione, depliant, cappellini, magliette, distintivi, dimostrazioni continue, ingegneri a disposizione per rispondere ad ogni quesito, e brulicavano di visitatori. A cominciare dal preciso istante in cui calava il sipario sul Personal Computer Festival, una profonda mutazione avvenne nella mente di Steve Jobs. Il più delle volte l’inventore di un prodotto geniale è geloso della sua paternità , e non vorrebbe condividerla con nessun altro e, nonostante le difficoltà iniziali, confida che la sua creatura si farà largo da sola, in virtù del suo valore intrinseco. È questa la causa più comune del fallimento di tanti progetti costretti per tutta la vita a rimaner chiusi in cassetto, di tanti sogni svaniti all’alba. D’altr’onde, la semplice constatazione che, di fronte a necessità maggiori del previsto, si rendono necessari aiuti esterni, non può di per sé essere considerata un colpo di genio. L’aiuto che Jobs cercava non era del tipo che poteva essere fornito da una banca o da un finanziere ben disposto. L’aiuto esterno doveva essere integrato in un progetto che lentamente andava prendendo forma nella sua mente. Al contrario della totalità dei prodotti esposti alla fiera, il nuovo computer che Wozniak era destinato a progettare, non doveva essere venduto in una scatola di montaggio, non doveva richiedere la mano d’opera dell’acquirente che doveva essere in grado di completare l’assemblaggio, effettuare verifiche e messe a punto. Doveva essere un prodotto finito che il cliente doveva solo togliere dall’imballaggio, attaccare alla presa di corrente e utilizzare immediatamente. Che doveva essere completo di schermo, di tastiera e di alimentazione, Che potesse essere venduto non solo agli hobbisti, autocostruttori e smanettoni, ma anche e principalmente alle famiglie, agli uffici, agli studenti, ai negozianti, ai ragionieri…a tutti, appunto. Ed inoltre che non si limitasse a svolgere le proprie funzioni e rimanesse relegato in un cantuccio, ma che avesse classe, stile, disegno e…disinvoltura. Jobs era rimasto colpito dalla pubblicità di una ditta di semiconduttori, la Intel, che non si limitava all’elencazione delle specifiche tecniche, ma ricorreva a simboli come le fiches da poker, i bolidi da corsa, gli hamburger, che colpivano la fantasia e sembravano parlare un linguaggio diretto, senza intermediari, col cliente. Telefonò al reparto marketing della Intel e venne a sapere che la loro campagna pubblicitaria era stata creata dalla Regis McKenna Agency. E sullo slancio, immediatamente telefonò all’agenzia, chiedendo di parlare col signor McKenna in persona. Fu dirottato verso Frank Burge, il funzionario addetto a trattare con i nuovi clienti. Il quale cortesemente ascoltò la descrizione che Jobs fece della propria ditta e dei risultati che voleva raggiungere. E sempre cortesemente cercò di fargli capire che la ditta Apple non era matura per farsi rappresentare da una ditta delle dimensioni della McKenna. Ma ci voleva ben altro per scoraggiare Steve Jobs, il quale, durante la settimana successiva, ogni giorno chiamò Burge, chiedendogli insistentemente di venirlo a trovare per prendere visione dell’ultimo prodotto Apple. E finalmente Burge si arrese e venne a vedere. Queste furono le sue considerazioni: “Dirigendomi verso il suo garage, pensavo a quanto tempo dovevo restare con quel clown prima di potermene andare a trattare affari più seri, senza mostrarmi troppo sgarbato. Per un paio di minuti ho pensato di squagliarmela, ma nei successivi tre minuti qualche cosa mi colpì. La prima: questo ragazzo è incredibilmente bravo e intelligente, La seconda: non ho capito neanche un cinquantesimo di tutto quello che mi diceva”. Che fosse “incredibilmente bravo e intelligente”, tuttavia, non era sufficiente, e l’agenzia seguitò a rifiutarlo come cliente. Ma Steve non si diede per vinto, e tre o quattro volte al giorno telefonò all’ufficio di McKenna. Evidentemente la segretaria che gli rispondeva ad un certo momento non ce la fece più a sopportare tanta insistenza, e per toglierselo da torno, un bel giorno gli passò McKenna in persona, il quale lo ascoltò e…gli fissò un appuntamento! I due Steve si presentarono assieme, e Jobs, dopo una scaramuccia tra McKenna e Wozniak a proposito della redazione di un articolo tecnico, riafferrò la situazione per i capelli, convinse che la loro era un’impresa viva e vitale, che avevano in mano un prodotto superbo, e che l’agenzia doveva schierarsi a loro fianco. McKenna si mostrava ancora riluttante, e Jobs giocò la sua carta della disperazione: non avrebbe lasciato l’ufficio se McKenna non li avrebbe presi come clienti. E fu così persuasivo che Regis McKenna accettò infine di prenderli sotto la sua egida. Decisione storica e d’importanza disruptiva, in base alla quale Apple non divenne semplicemente una ditta elettronica di primaria importanza, bensì l’assoluta protagonista mondiale di un mercato reso effervescente da Steve Jobs che, ad un certo punto, venne ad avere in tasca più contanti del governo degli Stati Uniti d’America.

McKenna assieme a Steve Jobs

McKenna assieme a Steve Jobs

L’attuazione
Per Regis McKenna fu subito chiaro che Apple sarebbe stata in grado di espandere le sue vendite solo se fosse uscita fuori dal mercato degli hobbisti. Questo obiettivo richiedeva una pubblicità squillante e ben visibile in una pubblicazione a larga diffusione, dove mai, prima d’ora, una ditta di elettronica avesse osato giungere. Analizzando la composizione del pubblico, essenzialmente maschile, verso il quale il messaggio era diretto, la scelta cadde sul mensile Playboy. Apple Computer adesso aveva alle spalle un’agenzia capace e brillante, nonché un’astuta selezione dei mezzi di comunicazione. Ed un unico problema da risolvere: dove trovare i soldi per pagare la pubblicità su Playboy. La Silicon Valley brulicava di geni che sapevano il fatto loro, ma chi faceva fortuna erano solo coloro che trovavano un finanziamento che gli permettesse di esplicarsi, un cosiddetto “capitale di rischio”, che ben pochi erano disposti a sborsare. McKenna suggerì a Jobs di parlare con Joe Valentine, che faceva parte del consiglio d’amministrazione dell’agenzia stessa, ma che sedeva anche nel consiglio d’aministrazione di Atari. Jobs telefonò a Valentine, e lo convinse di venirli a visitare nella loro fabbrica, vale a dire in garage. Uomo che si era fatto da solo, figlio di un camionista ed ex marine, Valentine aveva diretto con successo il reparto mcarketing della Fairchild e poi quello della National Semiconductors. All’inizio degli anni 70 aveva smesso di lavorare per gli altri e aveva fondato un gruppo di attività nel campo dei capitali di rischio. Nella chiusa cerchia della Silicon Valley, Valentine era conosciuto come una persona concreta, profondo conoscitore del mondo dell’elettronica. Impervio ad ogni tipo di montatura pubblicitaria. Che inoltre era ben conscio che certe strane invenzioni erano in grado di “ridefinire il mondo”. Guidava una Mercedes, era cortese ed appariva danaroso ed elegante, indossava abiti firmati Brooks Brothers in un mondo popolato da ingegneri in camicia di poliestere a collo aperto. Quando si presentò a casa dei genitori di Jobs, la coppia di inventori in vesti trasandate che incontrò non gli suggerì l’idea d’un’occasione per concludere buoni affari. E quando costoro gli ebbero mostrato le loro ultime creazioni e manifestato i loro piani per vendere alcune migliaia di computer l’anno, sentenziò che nessuno di loro due si intendeva di marketing, che non avevano la minima idea delle potenziali dimensioni del mercato, e che loro pensavano ancora in termini troppo modesti. Lui era pronto a parlare di investimenti solo se loro avessere portato dentro qualcuno esperto di marketing. Jobs, con la sua tipica franchezza, gli chiese di raccomandarli a qualcuno che avesse in mente. Valentine fu reticente, e solo dopo una settimana passata sotto l’assedio di tre o quattro telefonate giornaliere si sbottonò, e fece alcuni nomi, tra cui quello di Mike Markkula. (Valentine, però, imparò la lezione, e quando qualche anno dopo fu avvicinato dai fondatori di Cisco System, fu lesto a tirare fuori i soldi). Nel periodo in cui Jobs lo chiamò, Markkula conduceva una vita beata: quand’era dirigente nel settore marketing della Intel, all’inizio degli anni 70, oltre ad accumulare le proprie, faceva incetta delle stock options distribuite agli altri impiegati. Questi titoli azionari venivano erogati, per aumentare la produttività, gratuitamente, o a prezzo di favore, e diventavano fruttiferi solo dopo un certo periodo di tempo. Markkula ne aveva accumulati una gran quantità. E, quando la Intel fu quotata in borsa, tutt’all’improvviso si trovò a possedere un ricchissimo capitale. Con due figliolini, due case a Cupertino e a Lake Tahoe, e con tanti soldi da poter star tranquillo per tutta la vita, si guardava intorno per studiare buoni investimenti, ma senza fretta alcuna. Tuttavia accettò l’invito di Jobs di andarli a trovare nel loro garage, e non si formalizzò per il loro aspetto dimesso e trasandato. Avendo vissuto in una ditta che riforniva tutta l’industria elettronica di consumo, capiva l’impatto che avrebbe avuto sul mercato l’introduzione di un nuovo computer che non si limitasse a mostrare qualche scenetta sullo schermo ed a mettere in fila una sfilza di numeri. Dopo che i due gli ebbero mostrato qualche esempio delle capacità della loro macchina, cancellò dalla mente ogni impressione negativa, ed offrì tutta la sua cooperazione per far decollare l’impresa. Woz si mostrò contrario a far entrare un estraneo nella loro società, ma Jobs era troppo convinto che senza rinforzi la loro battaglia era persa senza neanche combattere. E poi Markkula sembrava proprio il tipo ideale con cui collaborare: positivo, ragionevole. rilassato e, soprattutto, senza presunzioni. Non c’era pericolo di farsi dominare. Anzi….. Markkula si convinse definitivamente, acquisì la certezza di non sbagliarsi, e, dopo un periodo in cui offriva ai due ragazzi preziosi consigli sulla conduzione degli affari, mise le carte in tavola, e divenne il primo e principale investitore della Apple. Il suo contributo iniziale fu di $ 91.000 in contanti, ed una linea di credito bancario di $ 250.000, in cambio di una partecipazione paritetica del 30% con Jobs e Woz nella società, mentre Rod Holt ebbe il 10%. I fondatori si radunarono sul bordo della piscina di casa Markkula il 3 gennaio 1977, discussero tutto il giorno, ed alla fine sottoscrissero l’atto costitutivo in virtù del quale la Apple Computer Company si trasformava in una “corporation”, vale a dire in una “società di capitale”. Markkula impose che Woz e Jobs si impiegassero a tempo pieno nella società, e così Wozniak dovette dimettersi dal suo posto sicuro alla Hewelett-Packard. Mike Scott, detto Scotty, un esecutivo presso la National Semiconductor, fu nominato presidente.

"Macintosh" era la varietà di mele preferita da Steve Jobs

“Macintosh” era la varietà di mele preferita da Steve Jobs

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La rivincita
Nonostante  i frequenti disac-cordi e contrasti, su una cosa Jobs, Woz, Markkula e Scotty furono in pieno accordo: una sensaziionale partecipazione all’imminente West Coast Computer Faire, la più importante rassegna merceologica di tutta la costa occidentale. Jobs aveva avuto l’accortezza di prenotarsi con largo anticipo, in modo da assicurarsi uno stand proprio di fronte all’ingresso, in modo che il pubblico, entrando, vedesse Apple prima di ogni altra cosa. Markkula spese $ 5.000 per il solo progetto dello stand, cifra piuttosto ragguardevole, nel 1977, per una piccola azienda. Stand caratterizzato da un pannello di plexiglass fumée recante il nome ed il logo della ditta. Drappeggi di velluto nero circondavano il padiglione, in cui venivano esibiti tre esemplari nuovi di zecca (gli unici esistenti) dell’Apple II, mentre su uno schermo gigante venivano mostrate le follie dei videogiochi ed i programmi dimostrativi appositamente preparati da Wigginton, Wozniak e dall’altro programmatore Chris Espinosa. Enorme era il divario tra lo sfolgorante dispiegamento di Apple e la pietosa presenza degli altri stand, quelli con i tavoli ripiegabili ed i messaggi pubblicitari scritti a mano, quel tipo di arrangiamento di ripiego adottato da Jobs e Woz solo sei mesi prima, nel corso del primo Personal Computer Festival di Atlantic City. All’ultimo minuto arrivarono le nuove scatole di plastica destinate a contenere il nuovo computer. Jobs aveva deciso che l’Apple II doveva avere un aspetto simile ad uno stereo KLH, un impianto integrato molto elegante e molto apprezzato a quei tempi. Ma quando Jobs vide quelle scatole, s’infuriò, perché avevano un aspetto veramente miserevole. Radunò una squadra di fedeli collaboratori per raschiarle, sabbiarle e dipingerle con la vernice spray. La mattina dopo, alle 10, quando si aprirono i cancelli della mostra, il pubblico che affluiva subito si trovò di fronte al rilucente, bellissimo personal computer, dall’aspetto più professionale che s’era mai visto al mondo. E quando il personale dello stand aprì gli apprecchi, gli hobbisti, le matricole e gli esperti, la gente comune, insomma tutti poterono ammirare i circuiti stampati e le piastre madri più avanzate che nessuno s’era mai sognato. Ancora una volta Wozniak aveva superato se stesso, inzeppando sulla piastra sessantadue chip e IC, un risultato inaudito. Jobs, interpretando la meraviglia della gente per l’eleganza e la pulizia dei punti di saldatura, spiegò i segreti della saldatura ad onda, vero indice dell’eccellenza di fabbricazione. I visitatori si affollavano tutt’attorno, increduli che l’elettronica riposta in tanto piccolo spazio fosse in toto reponsabile della vivida dinamica cromatica che si ammirava nel maxischermo, Steve Jobs, che per la prima volta indossava un vestito elegante, più volte dovette rimuovere i drappeggi per dimostrare che non vi fosse nascosto nessun maggior macchinario. “Alla fine della fiera eravamo completamente esilarati, non solo per il trionfo di Apple, ma per l’impulso dato a tutto il movimento”. Dunque, saggiamente ricettivo al consiglio e al volere di chi ne sapeva più di lui, ma guidato da un’arcana ispirazione e dalla sua ferrea caparbietà, Steve Jobs si trovò fuori dal ghetto degli specialisti, dei fissati, degli smanettoni, libero di dialogare col mondo intero, persino di spalancare le porte del suo impero alle donne: “Signora, guardi quant’è facile, non c’è neanche bisogno di sapere la differenza trra ROM e RAM”. A venticinque anni era il baldo ed avvenente presidente di una ditta in procinto di essere quotata in borsa. L’asta dei titoli durò meno di un’ora, e quando fu chiusa Steve Jobs si trovò in tasca 275 milioni di US$. L’Apple di oggi ha ereditato lo spirito del suo condottiero? Si accinge veramente a stringere nel pugno una rinnovata, trasformata, irriconoscibile industria orologiera mondiale? (Segue).