Storia di Vacheron Constantin

Di Marino Mariani

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.In un articolo pubblicato su questa rivista (Chrono World, ndr) tanto tempo fa, ho raccontato come av-venne l’acquisto del mio primo oro-logio: fu nel 1980, trovandomi in va-canza in Svizzera, e scoprendo di aver perso quello che avevo al polso (lo ritrovai, un paio d’anni dopo, nascosto nella tappezzeria della mia Alfetta). Finora avevo vissuto con orologi senza pretese trovati in casa o regalatimi da qualcuno. Ebbene, quella volta ero di fronte ad un fatto nuovo, quello di scegliere un orologio che, senza essere sfarzoso, uscisse dall’anonimato e soddisfacesse la mia sete… di precisione. A tal uopo visitai le migliori botteghe di Lucerna, Zurigo e Winterthur, e ne venni a sapere delle belle. Le marche? tutte buone, tuttavia la “nobiltà” era ristretta a cinque famiglie ben precise. E questo responso fu unanime ed il breve elenco era il seguente, in ordine alfabetico: Audemars Piguet, IWC (International Watch Company), Patek Philippe, Piaget, Vacheron Constantin. I lettori sanno già che scelsi un’IWC “Royal Yacht II” perché piuttosto sportivo e risultando l’unico fabbricato nel cantone di Schaffhausen, cioè di origine svizzero-tedesca, come la mia gentile signora, ed ivi godente di una non immeritata, seppur venata di un certo campanilismo, preferenza. Gettando la maschera, confesso di aver acquistato l’orologio che mi piaceva di più tra quelli che potevo permettermi. Quelli che ho scartato erano semplicemente troppo lussuosi per un tipo come me. Non avrei mai pensato che, a quasi vent’anni di distanza, avrei avuto la chance di ripercorrere ed approfondire, in qualità di biografo storico, questa questione di elvetica nobiltà. Già ho avuto la fortuna di scrivere una storia di Audemars Piguet, una Maison che è tutt’ora in mano alle famiglie che gli dettero il loro nome. Adesso tocca a Vacheron Constantin che, essendosi trasformata per tempo in una società anonima, è rimasta ininterrottamente nelle mani del proprio consiglio d’amministrazione, anche se da questo sono scomparse le famiglie fondatrici, i cui titolari, ad un certo momento, non hanno lasciato eredi. Dunque “la” Vacheron Constantin costituisce un nucleo indiviso ed ininterrotto a partire dalla sua fondazione. Con questa precisazione di unicità di appartenenza e di attività continua, Vacheron Constantin SA è, tra tutte le ditte orologiere note la più antica del mondo..

Edizione tedesca del nostro libro guida

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Premessa
Quando in redazione si decide quale “history” pub-blicare, lo si fa in base al materiale disponibile, e cioè monografie, cataloghi antichi e moderni, enciclopedie, depliant dell’epoca e così via. In genere si tratta di tradurre e coordinare le informazioni originali in francese, in inglese ed in tedesco (per altre lingue, tranne il latino, non saprei dove mettere le mani, anche se una volta ho dovuto improvvisarmi traduttore dall’olandese). A volte il materiale informativo riguardante la ditta è già raccolto in lussuosi volumi pubblicati a spese della ditta stessa, che provvede a farne edizioni in varie lingue, e molte volte queste traduzioni fatte in casa son veramente disdicevoli, ed in linea di principio io sono sempre favorevole all’edizione in lingua originale. Questa volta siamo stati presi in contropiede, perché Vacheron Constantin ha messo a nostra disposizione un volume per il quale l’aggettivo “lussuoso” è semplicemente, inadeguato, il cui titolo è “L’universo di Vacheron Constantin Genève”, i cui autori sono Carole Lambelet e Lorette Coen (sembrerebbero, dunque, due gentili signore), la cui traduzione dal francese è a cura di Silvano Daniele. Ebbene, per quanto iperlussuoso, questo libro è in misura ancor maggiore intelligente, colto, dotto, vasto ed esauriente, mentre la sua traduzione italiana è di una qualità di gran lunga superiore al livello corrente della pubblicistica nazionale. A questo punto non ci rimane che raccomandarvene l’acquisto, che purtroppo, ma giustamente alla luce della sua qualità, implica l’esborso di 390.000 lire…

L’enigma della nascita
Ciò premesso, e senza ulteriore indugio, iniziamo la storia di Vacheron Constantin a partire da un enigma connesso con la sua stessa nascita. La quale, tradizionalmente, veniva fatta risalire al 1785 ad opera di Abraham Vacheron. Ma nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, i tenaci investigatori della Maison sono riusciti a scovare, nei meandri degli archivi ginevrini, il seguente documento: “ Addì 17 settembre 1755 nelle ore pomeridiane avanti a me è comparso in persona Mastro André Hetier tagliatore di abiti domiciliato a Ginevra, il quale di sua libera volontà affida come apprendista il figlio Esaie Jean- François Hetier, presente e consenziente, al Signor Jean-Marc Vacheron, Mastro orologiaio nativo di Ginevra, presente e consenziente…” Poche dinastie reali sono in grado di esibire un atto di nascita debitamente autenticato come questo. E così, contrariamente a quanto si pensava, non fu Abraham Vacheron a dar vita alla ditta: i primi orologi furono fabbricati da suo padre Jean-Marc già nel 1755, se non prima. Grazie a questo colpo di bacchetta magica, Vacheron Constantin SA entra a testa alta nel terzo mil-

.                   Libro d’archivio col certificato originale dell’assunzione

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lennio seco menando que-sto vanto: è il più antico oro-logiaio al mondo a non aver mai interrotto la propria at-tività. Jean-Marc Vacheron, come adesso dimostrere-mo, non ha perso tempo. Figlio di un certo Jean-Jacques da poco immigrato, si vede affibbiare la qualifica di “nativo” (ossia: è nato a Ginevra ma non ne ha la cittadinanza), che lo confina in una delle classi più umili della Ginevra prerivoluzionaria. Sono lontani i tempi in cui Calvino accoglieva a braccia aperte gli artigiani “miscredenti” (secondo i cattolici) di tutta Europa! Finita la tolleranza etnica, che aveva fatto della città un formidabile “melting pot” (crogiolo) economico. Aristocratici e borghesi rafforzano e difendono i loro privilegi professionali vietando all’incessante marea di rifugiati di abbracciare i mestieri migliori. Tessitori sì, imbianchini sì, orologiai no, cari signori “residenti” o “nativi”. Questo stato di cose dura fino al 1745, quando, cedendo agli ostinati tumulti dei nuovi arrivati, aristocratici e borghesi finiscono con l’autorizzare i “nativi” ad entrare nell’orologeria.

Da apprendista a Maestro
Nel 1745 Jean-Marc ha quattordici anni, e sappiamo che dieci anni dopo è maestro orologiaio (avendo accettato di assumere un proprio apprendista). In quell’epoca caratterizza-a da un rigido corporativismo, la “jurande” – il tribunale supremo della corporazione, imponeva non meno di cinque anni di apprendistato a chi voleva diventare “compagno orologiaio”, ossia operaio semplice. (Facciamo notare che questo appellativo di “compagno” è perfettamente equivalente a quello di “Geselle” vigente nella Svizzera tedesca, e designa un lavoratore che ha conseguito un attestato o diploma di apprendistato. Quasi impossibile la traduzione in italiano. C’è un famoso brano di Mahler intitolato “Lieder eines fahrenden Geselle” che viene tradizionalmente tradotto come “Canti del viandante” non potendosi dire “Il canto dell’operaio itinerante, munito di diploma”). Dopo due o tre anni almeno trascorsi come operaio semplice, bisognava sottoporre alla “jurande” un capolavoro al fine di ottenere la qualifica di maestro, che dava diritto ad aprire un laboratorio e ad assumere uno o due apprendisti. Dopo gli anni di apprendistato e di “compagnonnage” l’operaio orologiaio Jean-Marc Vacheron decide di fare un salto di qualità. Forse il suo capolavoro è uno di quei preziosi orologi a ripetizione realizzati con ori di vari colori, che vengono esportati fino a Costantinopoli e nella capitale russa da poco fondata, Pietroburgo. Il fondocassa – sbalzato, inciso e cesellato – mostra una coppia che si diletta in un parco con una cornamusa. Quadrante di smalto bianco, ore in numeri romani, minuti in cifre arabe, lancette d’oro. Il movimento è firmato: è d’ottone dorato e d’acciaio azzurrato e levigato, con ripetizione dei quarti d’ora a campanello, scappamento a verga, fuso a catena, pilastri cilindrici, ponte di bilanciere (“coq”) stile Luigi XV. Questo capolavoro esiste realmente. E’ stato realizzato in quell’epoca, ma non è certo che sia opera di Jean-Marc Vacheron: il fondatore ha lasciato poche tracce della sua lunga attività. E’ probabile comunque che abbia sottoposto alla “jurande” un oggetto come quello d scritto per ottenere il titolo di maestro. Che vi abbia lavorato un anno circa, forse di più. Ed è altrettanto probabile che non sia stato lui a fabbricare personalmente la cassa cesellata ed incisa, e neppure il quadrante, le lancette, la chiavetta di carica e mille altri particolari indispensabili. In

.”Capolavoro” prodotto da J-M Vacheron, prova d’esame per ottenere l’attestato di “Maestro”

quel tempo la fabbricazione degli orologi era ripartita fra decine di corporazioni specializzate che contribuivano tutte insieme a realizzare il prodotto finale e formavano quella che veniva chiamata la “fabbrica Ginevrina”. Può darsi che Jean-Marc Vacheron, in mesi e mesi di duro lavoro, abbia montato le varie componenti dell’orologio. Ma soprattutto avrà messo a punto e montato il movimento, lo scheletro nascosto dell’orologio con la sua bellezza segreta e la sua intima precisione. E che questo lavoro di direttore d’orchestra, di maestro orologiaio, gli abbia dato il diritto di apporre la sua firma – forse “Vacheron à Genève” – sull’oggetto completato e rifinito con ogni cura. Tanta minuziosa attenzione gli ha meritato soprattutto la nomina a maestro. In soli dieci anni, tra il 1745 e il 1755, Jean-Marc Vacheron è riuscito a fare tutto questo: cinque anni di apprendistato, qualche anno come operaio, e un capolavoro. Decisamente il fondatore non ha perso tempo. È probabile che sia riuscito anche ad accumulare fondi sufficienti ad aprire un laboratorio e a sposare Suzanne per inclinazione o mosso da considerazioni professionali. Ci dice invece che in un sistema imperniato sulle corporazioni, era meglio essere sposati, se si voleva assumere un apprendista. Per cinque anni, infatti, bisogna non solo insegnargli a fondo il mestiere, ma anche alloggiarlo, nutrirlo, vestirlo, sorvegliarlo, impartirgli una solida educazione religiosa e civica oltre che una vasta cultura generale. L’apprendista era un vero e proprio figlio, effimero, certo, ma figlio, che per riuscire esigeva l’apporto e l’assistenza di due persone. Sono dunque bastati dieci anni a Jean-Marc Vacheron per raggiungere una solida posizione. Evidentemente ardeva dal desiderio di dedicarsi all’orologeria, di entrare a far parte dell’invidiata cerchia dei “cabinotier” ginevrini, come altri fremono nell’attesa di entrare in un convento e di consacrare la loro vita a Dio. Prima di passare al capitolo successivo, voglio dirvi che anche Galileo godeva di una fama internazionale tale che illustri studenti, spesso principi o appartenenti all’alto clero, accorrevano alla sua scuola da ogni parte d’Europa. Egli li teneva a convitto, nel senso che li alloggiava e gli forniva i pasti. Ciò avveniva a Padova nel secolo precedente.

Le origini della famiglia
Se non si può affermare che l’orologeria nasca assieme alla famiglia Vacheron, è però vero che la famiglia Vacheron si presenta alla ribalta della storia assieme all’orologeria ginevrina, nel momento in cui questa accoglie nel suo seno i cosiddetti “residenti”, e tra questi i signori Vacheron sono in primissima linea. I Vacheron escono dall’oscurità nel 1711, anno in cui Jean-Jacques Vacheron, maestro tessitore, sposa a Saint-Gervais – sulla sponda destra del Rodano, proprio di fronte a Ginevra, che sorge sulla sponda sinistra – Etiennette, figlia di François Mauris. Nel XVIII secolo a Ginevra gli unici Vacheron sono Jean-Jacques ed i suoi discendenti. Jean-Jacques è oriundo di Lugnorre, vicino a Morat, che oggi fa parte del cantone di Friburgo. A Ginevra egli ha dunque la qualifica di “residente”, il che significa che non vi è nato. Suo figlio Jean-Marc sarà invece “nativo” della prima generazione (cioè nato a Ginevra ma non cittadino della repubblica). In quell’epoca residenti e nativi non godono di diritti politici e, spesso, neanche economici. Verso il 1711 la tessitura dà ancora da vivere, se è vero come è vero che due anni dopo Jean-Jacques Vacheron impresta venti scudi bianchi a Jean Philippe Guerin, guardia dei Nobili Signori (le autorità politiche della repubblica). Sta forse qua la

.                     Un tesoro firmato da J-M Vascheron. Constantin verrà in seguito (1819)

ragione per cui, più avanti, ritroveremo Jean-Jacques investito della carica di usciere degli stessi Nobili Signori, e dal 1753 promosso a guardia? Può darsi. E’ un fatto comunque che Ginevra assiste in quegli anni al declino della tessitura, mentre sono in ascesa i mestieri legati all’orologeria. Su dieci figli nati a Jean-Jacques e Etiennette, nove – quattro femmine e cinque maschi – sopravvivono. Uno solo, Paul Vincent, si adatta a diventare tessitore, ma non per molto: già nel 1755, quando ha appena trentaquattro anni, gli archivi della repubblica lo registrano in qualità di usciere del Luogotenente. Muovendo da quell’ufficio Paul Vincent riesce a pilotare abilmente la sua carriera fino a raggiungere il grado di usciere del Magnifico Consiglio. Gli altri quattro figli, nipoti e pronipoti del capostipite dei Vacheron, si dedicano quasi senza eccezioni a una delle tante professioni dell’orologeria. Delle figlie sappiamo poco o niente: a loro, infatti, quasi tutti i mestieri erano proibiti, tranne quelli di sposa e di madre. Di queste prime generazioni conosciamo solo ciò che si è conservato in vari archivi: briciole o poco più. Riassumiamo comunque la situazione genealogica dei Vacheron primigeni: Jean-Jacques Vacheron (1685 – 1773) è il primo ed unico Vacheron iscritto negli archivi ginevrini. Quello che sappiamo di lui l’abbiamo già detto, passiamo dunque a Jean Vacheron (1715 – 1764), primogenito di Jean-Jacques. Diventa maestro fabbricante di casse ed astucci per orologi. Suo figlio Jean II, nato nel 1745, fa una rapida comparsa come apprendista fabbricante di casse per orologi, poi le sue tracce si perdono nel 1773. Jean Etienne Vacheron (1719 – 1782): secondogenito di Jean-Jacques, diventa maestro costruttore di lime (uno dei mestieri dell’orologeria). Ha un figlia che muore a 13 anni. Di lui non sappiamo altro. Paul Vincent Vacheron (1721 – 1795): terzogenito di Jean- Jacques. Abbiamo già detto della sua brillante carriera di usciere al servizio delle varie autorità della repubblica. Ha sedici figli, undici dei quali muoiono prima di compiere tredici anni; uno solo sopravvive, Jean-Paul (1758 – 1795), che diventa maestro orologiaio. Impossibile sapere se Jean-Paul abbia o no lavorato con lo zio Jean-Marc, il fondatore dell’attuale società Vacheron Constantin. Il Museo dell’orologeria di Ginevra possiede un orologio firmato Jean-Paul Vacheron. Quest’ultimo ebbe un’unica figlia, Jeanne Elisabeth (1788 – 1827). Antoine Vacheron (1730 – ?): quarto figlio di Jean-Jacques Vacheron, pare che sia stato la pecora nera della famiglia. Fa nove anni di apprendistato come montatore di casse, ma senza lasciare traccia di una qualsiasi carriera professionale. Viene citato per l’ultima volta nel testamento di sua sorella Rachel, nel 1761, dopodiché manca ogni sua notizia. Jean- Marc Vacheron (1731 – 1805): quinto ed ult mo figlio di Jean-Jacques, è il primo maestro orologiaio della famiglia, a datare per lo meno dal 1775. Ha cinque figli, di cui due maschi. Sappiamo poco del primogenito Louis-André (1755 – 1814), anch’egli maestro orologiaio. Pare che il figlio di Louis-André, Pierre-André (nato nel 1779) sia diventato a sua volta maestro orologiaio. Di lui sappiamo solo che compare nei censimenti del 1828 e del 1837. Il secondogenito di Jean-Marc, Abraham (1760 – 1843), costituisce il ramo da cui nascerà la Vacheron Constantin SA.

La Fabbrica Ginevrina
La storia della famiglia Vacheron e della successiva società Vacheron Constantin SA coincide con la storia della città-repubblica di Ginevra e della cosiddetta “Fabbrica Ginevrina” che ebbe come eccezionali testimoni gli enciclopedisti francesi, ai quali cediamo la parola: nel 1758, tre anni dopo la comparsa del primo Vacheron nella storia dell’orologeria, Jean-Jacques Rousseau indirizza a d’Alembert una sferzante risposta a proposito della voce “Ginevra” che quest’ultimo ha redatto per l’ “Encyclopedie ou Dictionnaire raisonnè de sciences, des arts e des métiers”. La replica di Rousseau ci fornisce una quantità di preziose informazioni. La prima è che la repubblica di Ginevra conta 24.000 abitanti (alla fine del XX secolo saranno quindici volte più numerosi). La seconda è che l’”Enciclopedia” è giunta alla lettera “G” e al settimo volume (il primo volume è uscito nel 1751). Terza notizia: la repubblica non ha costruito nessun teatro sul suo territorio, circostanza che dispiace a d’Alembert, il quale la spiega così: “A Ginevra non si tollera la commedia: non che si disapprovino gli spettacoli in sé, ma si teme – dicono – il gusto di sfoggiare, la dissipazione e il libertinaggio che le compagnie di attori diffondono fra i giovani”. E’ un peccato, dice il signor d’Alembert, membro dell’Accademia di Francia, dell’Accademia reale delle scienze di Parigi, di quella di Prussia, della società reale di Londra, dell’Accademia reale di lettere della Svezia e dell’Istituto di Bologna: un vero peccato. perché, se possedesse un teatro, “Ginevra unirebbe la saggezza di Sparta alla cultura di Atene”. Vedremo nella prossima puntata quale fu la replica di Rousseau e come si svolgesse, in realtà, la vita in quella piccola ma esplosiva metropoli sul Lemano.

.   .”Orologiaio alle prese con un problema”, di James Campbell