ULYSSE NARDIN:1a parte

Di Marino Mariani

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Molto spesso nel presen-tare una biografia azien-dale, siamo automatica-mente portati ad illustrare, sin dalle prime righe, i particolari meriti di quel marchio, l’importanza da esso assunta in un determinato periodo ed in un determinato contesto, le ragioni contingenti per cui quel marchio tramontò, e il suo ritorno sul mercato con una nuova dirigenza, con nuovi obiettivi specifici, e con un riaffermato vincolo di fedeltà al suo retaggio storico, la cui memoria non sarà tradita, anzi vivrà un vero e proprio rinascimento. Si tratta di una formula di circostanza, cui il sottoscritto, avendo finalmente capito come vanno le cose del mondo, per quieto vivere si attiene, o di una necessità reale di cui non si può eludere la netta presa di conoscenza? La verità è che nel corso della storia remota e recente si sono verificati eventi traumatizzanti che hanno determinato brusche interruzioni, deviazioni e addirittura radicali inversioni di tendenze. Basta pensare alla scomparsa praticamente improvvisa dei dinosauri ed all’evento tuttora sconosciuto che determinò tale scomparsa, ma senza tenersi su posizioni tanto apocalittiche, osserviamo qualche esempio più alla nostra portata e più pertinente al discorso che vogliamo fare. Avete un bel libro di storia dell’arte, magari in tre, o quattro, o cinque volumi? Ebbene, facciamo l’ipotesi di una storia dell’arte in cinque volumi: i primi quattro contengono sculture e pitture di imperitura bellezza, dal discobolo di Mirone alla Venere di Milo, alla Nike di Samotracia, non ché Fidia, Policleto, Prassitele… La bellezza di tali opere era tale che si pensava non potesse essere neanche lontanamente eguagliata dal l’uomo moderno, finché non venne Michelangelo con i suoi David e le sue Madonne a far tremare il mondo, e a battezzare il suo secolo col nome di “Rinascimento” (appunto!). Ebbene, nei primi quattro volumi troviamo Leonardo, Botticelli, Raffaello, Tiziano, Caravaggio e… fermiamoci qui, tanto l’elenco sarebbe sempre incompleto. Ma “fermiamoci qui”, oltre che una interiezione discorsiva, è anche una constatazione di fatto. Ed infatti il quinto volume raramente viene aperto, oppure viene aperto e precipitosamente richiuso perché non ne possano evadere le Veneri trinariciute di Picasso, Bracque e dei cubisti. Ma se si ha il coraggio di sfogliare anche il quinto volume, si vedrà tutta la tragedia della scomposizione e del ripudio della forma (nel senso di “immagine”), e la sua progressiva sostituzione con astrazioni di linee e colori la cui messa a valore richiede lo studio dell’ideologia a monte. Ma perché millenni di belle arti sono stati vanificati e derisi in sì breve lasso di tempo: profonde mutazioni sociali, evoluzioni estetiche, politicizzazione dell’opera d’arte, critica materialistica? Tutto e niente di questo. Non tutti i libri di storia dell’arte lo dicono esplicitamente, ma sul finire dell’800 fu inventata la fotografia, una tecnologia che metteva in crisi esistenziale il concetto stesso di arti figurative. E dopo questa toccata e fuga, effettuiamo un rapido ritorno alla base, e cioè alla nostra amata arte orologiera,

.                                        Il vecchio quartier generale della Maison a Le Locle

La guerra per la precisione
Ricordate la storia della marca americana Hamilton? Alla base della sua ragion d’essere ci furono i grandi disastri ferroviari determinati da fatali errori di cronometria: pochi, pochissimi minuti di ritardo, ed il treno passeggeri che doveva essere già passato, piomba addosso al merci carico di mattoni, cemento e legname. La Hamilton si qualifica come “l’orologio del ferroviere”, e la fabbrica prospera, si impone e si espande, perché non solo i ferrovieri, ma tutti i cittadini americani fanno la fila per acqui stare un Hamilton. La fabbrica utilizza un modernissimo macchinario industriale che produce orologi precisi, affidabili e belli; la mano d’opera è di migliaia di addetti, numerosi sono gli edifici, i terreni e i campi da gioco. Vengono organizzati tornei di fabbrica, gite, festival, giornali aziendali e assistenza mutualistica. Hamilton è il paradiso terrestre dell’orologeria di qualità prodotta su base industriale. Hamilton diventa l’orologio delle forze armate, e, specialmente, degli aviatori e dei marinai: l’orologio dell’”Ammiragliato” rappresenta tuttora la massima meta dei collezionisti, con la sua cassetta in mogano e il suo snodo cardanico. Hamilton non teme l’avvento dell’elettronica, anzi produce il primo orologio a cristalli liquidi, che Sammy Davis Junior, pagandolo una cifra spropositata, vuol essere il primo a sfoggiare ad Hollywood. Ed Hamilton sparisce senza lasciar traccia perché l’avvento dell’orologeria elettronica rende anacronistica sia la maestria manuale degli svizzeri del Giura, sia la maestria industriale degli americani. Ora la precisione è diventata un sottoprodotto semigratuito dell’elettronica e della fisica nucleare: l’orologio al Quarzo, l’orologio al Rubidio, l’orologio al Cesio. Quest’ultimo costituisce attualmente “l’Orologio Assoluto” che ha portato alla ridefinizione dell’unità di misura temporale. Il “secondo” non è più la quota parte del giorno sidereo, bensì un determinato multiplo della frequenza di una determinata transizione quantica dell’elemento Cesio. A sua volta la precisione dell’orologio al Cesio, per pochi spiccioli, è largamente disponibile non solo al colto e all’inclita, ma anche per l’impiegato, la casalinga, il pensionato ed il disoccupato in virtù dei radio orologi, da tavolo e da polso, sintonizzati sul segnale trasmesso da apposite emittenti. Io posseggo un orologio da tavolo Junghans sintonizzato su un’emittente di Francoforte che trasmette il segnale dell’orologio atomico di Braunschweig. Quindi, al pari del mondo delle arti visive e figurative, che ha dovuto trasformarsi con l’avvento della fotografia (e poi del cinema e della televisione), così l’orologeria ha dovuto affrontare la crisi determinata dalla liberalizzazione di una sua componente fondamentale: la precisione.

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La longitudine ed il trasporto dell’ora
La precisione non è un vezzo, non è una caratteristica facoltativa, bensì un vero e proprio elemento costitutivo non solo del sapere dell’uomo, ma di sue certe fondamentali forme di vita, come viaggiare per terra e per mare. Se le migrazioni degli animali, in cielo, in terra e in mare, sembrano assistite da misteriose facoltà non interamente conosciute, l’uomo si può avvalere solo del l’osservazione astronomica e del rilevamento del “punto”. Quest’ultimo consiste nella determinazione della sua latitudine e della sua longitudine. La prima è la distanza angolare dall’Equatore, che non presenta grossi problemi, mentre la seconda è la distanza dal meridiano di riferimento (Greenwich), e richiede la lettura dell’altezza di certi corpi celesti sull’orizzonte in certi tempi stabiliti, e qui sorgono i guai: in qualsiasi parte del mondo ci troviamo, dobbiamo conoscere l’ora esatta che vige, in quel momento, a Greenwich. Questa esigenza ha dato luogo al problema storico del “trasporto dell’ora”, impresa chiaramente impossibile con gli orologi disponibili nei secoli scorsi, al punto che le più ricche corti europee (di Spagna e d’Olanda) stabilirono vistosissimi premi per colui che avesse presentato una praticabile soluzione. Tra i concorrenti ci fu Galileo che, primo a praticare l’osservazione astronomica con il suo telescopio, aveva scoperto le lune di Giove che, in virtù delle numerose eclissi cui dava no luogo nel corso di una notte, potevano costituire un campionario di tempi di riferimento assoluti, indipendenti dall’orologio di bordo. Sulla base di tale idea, Galileo compilò opportune effemeridi. Ma la cosa era più facile a dirsi che a farsi: il sistema era perfetto nella misura in cui l’osservatore avesse potuto effettuare le sue rilevazioni con pieno affidamento, e cioè al riparo del dondolio della nave e, possibilmente, in assenza di vere e proprie tempeste. Per ovviare a questo tipo di perturbazioni e consentire un efficace rilevamento, Galileo inventò il cosiddetto “celadone”, ovvero un elmo che faceva corpo con il cannocchiale, in cui l’osservatore doveva infilare la testa, e che poteva essere tenuto fermo (per modo di dire) durante l’osservazione. Ma Galileo non riuscì a dare una prova convincente del suo sistema, ed il re e la regina di Spagna si tennero i loro dobloni d’oro. In compenso Galileo ebbe una sorta di premio di consolazione dalla corte d’Olanda. Ebbene, fino a metà degli anni ‘70, e cioè fino al 1975, ammiragliati, marinerie, società di navigazione marittime ed aeree, piloti, nostromi, navigatori ed ufficiali di rotta, nonché i cronometristi di ogni genere di manifestazioni sportive, avevano in dotazione i cronometri Ulysse Nardin, la marca svizzera che deteneva ufficialmente il monopolio della precisione. Ed attorno a quella data, oltre alla crisi della precisione, un altro fenomeno venne a turbare non solo l’orologeria, ma qualsiasi altra forma di industria, commercio ed attività terziarie: l’avvento della finanza e delle quotazioni in borsa, fenomeno che diede luogo alle malevoli cordate (operazione di incetta di azioni mirante a spodestare gli attuali proprietari), alle concentrazioni di marchi, a fusioni, e, in definitiva, alla moria di gloriose dinastie ed al licenziamento di migliaia e migliaia di collaboratori fedeli e specializzati, visti come zavorra nei moderni progetti di “razionalizzazione”. L’offensiva finanziaria derivava dal fatto che, oltre alle apposite banche d’investimento, molti enti, preposti alla custodia di capitali loro affidati per finalità sociali (come le casse malattia, fondi pensioni, fondi sindacali, assicurazioni…), videro nell’investimento finanziario il miraggio di facili guadagni (a quel tempo i B.O.T. italiani davano un rendimento del 20%). Ogni marchio, per poter sopravvivere, dovette ricavarsi una

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specialissima nicchia e assicurarsi adeguati finanziamenti. Come vedemmo ultimamente, la Maison Piaget non solo dovette votarsi esclusivamente all’alta società internazionale escludendo dai suoi materiali di fabbricazione ogni metallo che non fosse l’oro ed il platino, ed ogni orpello che non fosse in pietre della più bell’acqua, ma poiché la famiglia proprietaria era da oltre un secolo abituata a regolare i propri conti col proprio denaro, senza mai dover ricorrere a finanziamenti bancari, per mantenere la Maison al vertiginoso livello cui si era posta, preferì cederla al complesso finanziario facente capo al nome di Cartier. E così rimase travolta dagli eventi anche la Ulysse Nardin, titolare di un impareggiabile retaggio di gloria orologiera. Ma procediamo con ordine…

La storia di Ulysse Nardin
La storia orologiera degli ultimi tre secoli è strettamente correlata alla porzione settentrionale del cantone di Neuchâtel, vero e proprio santuario della ricerca tecnologica indirizzata alla misura del tempo. Molte marche, di cui alcune scomparse senza lasciar traccia, ma altre ancora in vita, hanno contribuito con la loro produzione alla fama di questa sottile striscia di terra compressa nelle valli montane del Giura elvetico. Paradossalmente, gli artigiani del Giura crearono un alcunché che nulla aveva a spartire con le caratteristiche naturali della regione. Le dure montagne che affondavano i loro ripidi pendii nelle acque del lago di Neuchâtel, per la ristrettezza delle loro  dimensioni non richiedevano  nessun  ausilio  strumentale

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alla navigazione, che si svolgeva a vista. Tuttavia fu questa la culla di strumenti essenziali alla navigazione negli oceani dagli sconfinati orizzonti, così da loro distanti sia geograficamente, sia… filosoficamente. Tutto ciò in virtù della creatività degli abitanti del Giura. I cronometri da marina sono stati sviluppati fino ai loro massimi livelli nella città di Le Locle in virtù dell’eccellenza della Ulysse Nardin, che nel corso dei decenni ha prodotto, nel cuore del la città posta di fronte alla catena del Giura, strumenti che hanno accompagnato l’uomo attraverso i mari di tutto il mondo, dando un contributo decisivo all’avventura marinara del secolo XIX. La storia è cominciata nel 1846, l’anno in cui Ulysse Nardin, a soli ventitré anni, fondò la compagnia che seguita a portare il suo nome. Suo nonno Jean Léonard Nardin, un artigiano francese trasferitosi a Le Locle nel 1774, fabbricava forni per il pane e cisterne. Ulysse eredita la passione per gli orologi da suo padre Léonard Frédéric, primo orologiaio della famiglia, che non fabbricava pezzi recanti il suo nome, ma rifiniva e controllava orologi su ordinazione di fabbricanti della regione. Gli orologi a ripetizione e a suoneria, passati per le sue mani, gli assicurarono un’ottima reputazione. Suo figlio Ulysse, nato nel 1823 e primo di tre fratelli, si dedicò anima e corpo a quest’arte nel momento stesso in cui l’orologeria conosceva un periodo di rapida espansione. In questo contesto ottocentesco già facevano la loro apparizione orologi da taschino con complicazioni come la suoneria, nonché i cronometri da tasca, molto reputati per le loro qualità di marcia e per la raffinatezza della fabbricazione. Nel 1839 inizia il suo apprendistato presso Frédéric William DuBois, un orologiaio altamente reputato per la sua conoscenza dei cronometri da marina e delle pendole astronomiche. Qualche anno più tardi, e cioè nel 1846, Ulysse Nardin compie un passo decisivo: da quel momento in poi comincia a firmare col suo nome gli orologi che vendeva principalmente ai fabbricanti regionali. Ed immediatamente i prodotti della manifattura Ulysse Nardin acquisirono un’improvvisa rinomanza in campo internazionale. Le caratteristiche principali di questi orologi furono l’affidabilità, l’elevato grado di fabbricazione e di rifinitura, qualità associate ad una precisione estrema, e ciò valse ad iscrivere, sin dagli inizi, il suo nome nella leggenda orologiera. Parallelamente agli orologi da tasca e a certi capolavori di gran complicazione, nascevano in fabbrica i cronometri da marina che, indiscutibilmente, costituiscono il maggior vanto della Maison. A convalida dell’assoluta regolarità metronomica di questi cronometri, a partire dalla sua fondazione la fabbrica ha collezionato 4.300 certificati di idoneità da parte degli osservatori cronometrici ufficiali, guadagnandosi una pleiade di medaglie e diplomi nel corso di esposizioni universali e di altri concorsi internazionali. Ma il migliore omaggio è costituito dalla scelta degli strumenti prodotti nei laboratori di Le Locle da parte della marina di quarantotto stati di tutto il mondo… Per il momento ci fermiamo qui, dando vi appuntamento al prossimo numero di Chrono World, dove avremo modo di raccontare anche l’incredibile storia del rinascimento della Maison, sotto la guida di un vero e proprio “altro” Ulysse Nardin: Rolf Schnyder. Una miracolosa reincarnazione capace non tanto (e non solo) di “rievocare” le antiche glorie, quanto di trasporre nei nostri tempi l’arte e la genialità del fondatore, come se la Maison non fosse stata fondata nel 1846, ma adesso. (Segue)

:                                             Ulysse Nardin Caprice Diamonds Panda for Ladies