TAG-Heuer: 1a parte

Di Marino Mariani

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La TAG-Heuer, specialista in cro-nografi ed in cronometraggio, ha raggiunto i massimi livelli di notorietà e gradimento soprattutto presso il publico sportivo. Tale popolarità è certamente dovuta alla grande presenza di questo marchio negli eventi sportivi televisivi, talché qualcuno può anche pensare che la Heuer sia un marchio di recente costituzione e che produca soltanto cronografi sportivi. Errore: per quanto riguarda l’origine del marchio, la Heuer, diventata successivamente TAG Heuer, è una casa che appartiene al filone della grande orologeria elvetica propriamente detta, come l’ho più volte definita, nel corso delle tante puntate di questa rubrica, e cioè quella nata attorno all’anno 1850 nel Jura neocastellano (appartenente cioè al cantone di Neuchâtel), e che si distingue dall’orologeria ginevrina, nata cent’anni prima, che si è sviluppata in simbiosi con l’orologeria francese, tanto che può essere anche chiamata orologeria “parigina”. Come di certi celebri giocatori di calcio si suol dire che “fanno reparto a sé”, così diremo che fa gruppo a sé, nella pubblica opinione, la IWC (International Watch Company) di Sciaffusa, che da sola rappresenta l’orologeria svizzero-tedesca, il che riempie d’orgoglio la grande maggioranza dei cittadini svizzeri, appartenenti all’etnia alemanna. La IWC (che in Svizzera viene chiamata “ivezzé”), fu fondata nel 1867-68 dall’orologiaio americano Fiorentino Ariosto Jones che voleva introdurre in Svizzera i processi produttivi industrializzati made in USA, facenti largo uso di macchinari mossi dall’energia “idraulica”, ed infatti si stabilì a Sciaffusa proprio in virtù delle famose cascate del Reno che rendevano disponibile tanta energia a basso costo. Ho messo “idraulica” tra virgolette perché ho alcuni dubbi: l’alternativa all’energia idraulica, che è quella dei molini fluviali, è l’energia fornita dal vapore sotto pressione, cioè dalle macchine a vapore. Però, nel 1858, il pisano Antonio Pacinotti avea introdotto il cosiddetto “anello di Pacinotti” invenzione elettrotecnica che partoriva tanto il motore elettrico, quanto la dinamo generatrice di corrente. Ebbene, quando furono introdotti, nel campo delle macchine utensili, i motori elettrici? Se qualche libro, da cui ho tratto le notizie necessarie a compilare le mie biografie aziendali, fosse stato più esplicito, non sarei qui a pormi questo interrogativo. Ho comunque introdotto questa digressione sull’IWC per un preciso scopo: quando parlai della grande casa di Sciaffusa, avevo in mente la storia di Hamilton, da me scritta tanti anni fa, in cui presentavo la casa americana come vessillifera di un eccezionale grado di precisione raggiunto mediante l’utilizzazione di macchine utensili industriali, che consentivano l’intercambiabilità dei meccanismi costituenti il “motore” dell’orologio e, di conseguenza, la sua facile messa a punto ottimale. Hamilton divenne prima “l’orologio delle ferrovie”, poi “l’orologio dell’aviazione”, ed infine “l’orologio dell”Ammiragliato” che dominò i mari fino alla conclusione della seconda Guerra Mondiale, e che oggi, nella sua scatola di mogano e con la sua sospensione cardanica, costituisce il pezzo forte di ogni collezione che si rispetti. Ebbene, credevo che la IWC per prima avesse introdotto in Svizzera i metodi costruttivi di Hamilton, ma senza volere mi sbagliavo: frequentando le grandi Esposizioni Internazionali americane, i fabbricanti svizzeri si erano accorti degli stupefacenti progressi compiuti dai fabbricanti americani in virtù dell’utilizzazione dei loro macchinari industriali. Ciò in date anteriori all’approdo di Fiorentino Ariosto Jones sul suolo svizzero e, addirittura, anterori alla data di fondazione della spettabile Hamilton. A tale filone degli antesignani va aggiunto il nome di Heuer.

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Vita di Edouard Heuer
La storia di Heuer la desumiamo dal libro “Heuer & TAG Heuer (Maestri del Tempo)” scritto da Gisbert L.Brunner in collaborazione con Marc Sich, edito da Editions Assoulines, disponibile anche in lingua italiana nella traduzione di Maddalena di Sopra. La sua introduzione suona così: “Dalla bottega orologiera fondata a Saint Imier nel 1860 da Eduard Heuer, all’azienda internazionale dell’ultimo quarto del XX secolo, il nome di Heuer è diventato un riferimento per aver fornito un’indispensabile ingegnosità a tutti i settori dell’attività umana: le scienze, l’industria, lo sport, il tempo libero, la medicina. Dall’abbandono dell’orologio da tasca a vantaggio di quelllo da polso, dalla rivoluzione delle forme degli anni ’20 a quella dell’elettronica, la marca svizzera ha attraversato le epoche adattandosi alle mode, agli stili, ai gusti. L’odissea degli Heuer, attraverso dodici decenni di guerre e di rivoluzioni, rivela il percorso di una dinastia di uomini eccezionali che, spinti dalla passione, hanno incessanemente raccolto tutte le sfide tecnologiche e culturali dei tempi moderni”. Proseguendo nella lettura del libro, troviamo i seguenti dati biografici: nel 1854 il figlio di un maestro calzolaio di Brügg lascia il paesino natale nei pressi di Bienne e si trasferisce nel Jura dove lo attende il successo. Edouard Heuer non ha che quattordici anni quando si stabilisce nella valle di Saint-Imier. Non si è prestabilito alcun obiettivo, se non quello di imparare con la pratica un mestiere di sicuro avvenire. Il borgo del Jura di tradizione orologiera in cui egli prende dimora, conta allora cinquemila abitanti, per lo più rifugiati politici fuggiti da Neuchâtel dopo la sommossa repubblicana del 1831 (prima di diventare un cantone svizzero, Neuchâtel apparteneva al regno di Prussia). Nel giro di due decenni la popolazione è raddoppiata, poiché nella zona, per gli artigiani di talento, l’impiego è assicurato. L’industria in pieno sviluppo richiede strumenti di misura precisissimi. Edouard iniza la carriera in un momento in cui l’orologeria si sforza di mantenersi al passo con le nuove esigenze, cercando di soddisfare l’inconciliabile: il lavoro individuale di precisione e quello collettivo. Edouard è sorpreso da questa strana atmosfera. La nostalgia di un mondo antico ed il timore del futuro sconvolgono il mondo degli operai specializzati. Eppure i più dinamici tra di loro lo affascinano, perché non temono il progresso, ma anzi lo auspicano e cercano di giocarvi il loro ruolo. Edouard Heuer intuisce di essere nato per quei tempi, per quelle sfide, per quelle rivoluzioni rapide e decisive nel mondo dell’orologeria. Egli è coraggioso, intelligente, tenace ed ambizioso, doti essenziali per quegli anni. Il suo apprendistato ha inizio nella botte-

.      L’anello mancante: un orologio Jürgensen prodotto da Heuer

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ga di un piccolo artigiano di cui non si conosce il nome, e non è certo di tutto riposo. L’industria orologiera è ben lungi dall’es-sere agli esordi ed Edouard de-ve recuperare tempo, imparare e scoprire, per poter un giorno creare ed intraprendere. Una prova ardua ma che non durerà a lungo: due anni dopo è già abbastanza sicuro di sé da proporsi come impiegato in uno dei più importanti laboratori di Saint-Imier, la ditta Louis Kierner & Fils, dove viene assunto come verificatore. L’impiego lo porta a conoscere meglio le tecniche di produzione, ma soprattutto gli dà modo di individuare i meccanismi che regolano l’attività imprenditoriale. Le aziende prosperano se gli imprenditori dispongono di finanze solide e di una clientela fedele. Nelle fabbriche il personale è ridotto e, in cambio di una remunerazione non proprio generosa, viene dato lavoro ad operai a domicilio che, con la sola attività contadina, non sarebbero sempre in grado di sfamare la famiglia. Le ditte forniscono il materiale e ricevono i movimenti d’orologeria, mentre nei laboratori si realizza il montaggio dei quadranti, delle lancette e l’assemblaggio (è il cosiddetto comptoir, da noi più volte descritto). Curioso ed entusiasta Edouard Heuer rimane alla Kierner & Fils per due anni. A mano a mano che si istruisce sui segreti del mestiere, la sua ambizione aumenta e le motivazioni si rafforzano. Vuole evitare ad ogni costo di ritornare al suo paese più povero di quando è partito, soprattutto ora che ha perduto i genitori. Nel 1860 inizia dunque a volare con le proprie ali mettendosi in proprio, e produce orologi da tasca, perlopiù d’argento. Come i suoi vecchi datori di lavoro, anch’egli impiega operai a domicilio. In quattro anni si forgia un’anima da imprenditore ed incomincia a costruirsi la sua  vita privata.  Suzanna Scherz, figlia del notaio di Äschi, nei pressi di Spiez

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nelle Alpi Bernesi, è diventata sua moglie. Ora, Edou-ard, non è più un piccolo imprendi-tore, è anche un capo famiglia. Il tempo dell’apprendistato e delle prime esperienze è giunto a termine. Edouard vuole riuscire rapidamente e, in particolar modo, nel suo paese natale, a Brügg. Una volta presa la decisione, il trasferimento si fa in fretta. Nel 1864 Edouard si stabilisce con la moglie e i tre figli in una casa sulla strada di Bienne e, preso in affitto un edificio, di cui in seguito diverrà proprietario, fa incidere sul frontone la scritta “E. Heuer & Compagnie”.

Più antiche origini
Lasciamo per un momento la linea narrativa tracciata dalla pubblicazione ufficiale della Casa, alla quale ci siamo fedelmente attenuti finora, ed andiamo a rovistare nella storia sinottica dell’orologeria universale contenuta nel maestoso volume “Omega Saga” di Marco Richon, edito dalla “Fondation Adrien Brandt en faveur du patrimoine Omega”. Ebbene, alla voce “Heuer”, troviamo due straordinari rimandi: uno all’anno 1805, ed un altro all’anno 1841, che precedono la data di fondazione ufficiale fissata all’anno 1860. Il rimando all’anno 1805 contiene la misteriosa informazione che l’orologiaio danese Urbain Jürgensen (1776 – 1830), stabiltosi a Le Locle, pubblica l’opera “Principes Generaux de l’exacte mesure du temps par les horloges”. Gli altri Jürgensen celebri sono Louis-Urbain (1806 – 1867) e Jules s(1808 – 1877). Per il momento ancora non conosciamo il nesso che lega il nome di Jürgensen a quello di Heuer, ma andiamo a vedere che cosa succede nell’anno 1835: Jules Jürgensen apre una fabbrica a Le Locle. Come segno del suo attaccamento alla patria d’origine, firma i suoi orologi così: “Jules Jürgensen, Copenhagen”. Il legame col nominativo Heuer si chiarisce andando a vedere quali eventi si sono verificati nell’anno 1860: “Fondazione del comptoir (come l’avevamo giustamente denominato) Edouard Heuer, a St-Imier, che riprende notoriamente (il corsivo ce l’ho messo io) la fabbricazione dei cronometri di Jules Jürgensen di Le Locle, marchio riscattato nel 1919 e poi rivenduto nel 1936. Il comptoir, in seguito diventato manifattura, sarà uno dei primi a produrre cronografi in serie (1882). Chiarito il legame Heuer-Jürgensen, andiamo a vedere il richiamo all’anno 1841: fondazione di Leonidas, St-Imier, ad opera di Julien Bourquin. Nel 1960 avviene la fusione tra Leonidas e Heuer in seno al gruppo specializzato nei cronografi “Heuer-Leonidas”. Stando così le cose, Leonidas non può considerarsi un vero precursore di Heuer, ma Jürgensen sì. Chiarite queste particolarità genetiche, riprendiamo la narrazione seguendo la pubblicazione ufficiale.

.                     Semikrograph, dominatore assoluto delle gare sportive

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Innovazioni tecniche
Fondata la sua fabbri-ca, non gli rimane che trovare la sua strada, perché Edouard non è il tipo d’uomo che si accontenta di seguire le orme altrui. Edouard Heuer vuole dare un apporto personale. In quell’epoca vengono fabbricati orologi che si ricaricano con una piccola chiave, ma l’operazione è piuttosto laboriosa, perché si deve togliere il vetro, aprire la cassa e… maledire la chiavetta che, quando serve, è sempre introvabile, nascosta nel fondo di chi sa quale cassetto! A forza di cercarla, si perde molto tempo. Edouard intuisce che esiste al mondo una clientela moderna, che sarebbe entusiasta di possedere un orologio con carica a corona. Se saprà imporla, questa innovazione potrebbe valergli il tanto ambito successo. Nel 1866 escono dal suo laboratorio i primi orologi con scappamento ad ancora o a cilindri, che vengono inviati in Gran Bretagna, Francia, Baviera, Prussia e Sassonia: un bell’esordio, forse il trionfo, se non avvenisse lo scoppio della guerra austro-prussiana: un duro colpo, i fatturati previsti non vengono realizzati. Viene sfiorato il fallimento, viene abbandonata la fabbrica di Brügg e ci si trasferisce a Bienne, la città decisa a diventare la capitale dell’industria orologiera, che offre esoneri fiscali triennali per gli imprenditori che vi si stabiliscono. Con i risparmi realizzati, piano piano si rifarà. Si impegna allo spasimo e realizza la carica a corona che così descrive nella richiesta di brevetto: “La mia carica a corona si adatta ad ogni genere d’orologio. Si distingue per l’estrema semplicità… Grazie ai pezzi di cui è composta, è indipendente dal movimento ed una eventuale riparazione non richiede lo smontaggio delle parti mobili…”. Poiché la Svizzera ancora non possedeva una normativa in materia, rivolse la domanda a Parigi e a Torino, ricevendo l’agognato beneplacito rispettivamente il 5 giungo 1869 e il 3 marzo 1870. È fatta, ora il balzo verso il successo. A Bienne sono pronti a scattare all’arrivo della risposta italiana. Ma il 16 giugno 1870 scoppia la guerra franco-prussiana, ed il destino avverso sembra riprendere il sopravvento. Ma Edouard resiste caparbiamente, le vendite non crollano, e al momento della pace di Francoforte gli affari vanno a gonfie vele. All’Esposizione Universale di Vienna del 1872 i suoi orologi ottengono il loro primo grande successo di pubblico. È un periodo febbrile: Edouard abbandona la fabbrica e si installa in nuovi e più vasti locali, ingaggia nuovo personale e lo paga profumatamente. La produzione procede spedita, e presto si trova a disporre di una grossa quantità di orologi di ottima qualità, che però urge vendere, senza disporre di un’adeguata rete di distribuzione. Rifiuta l’intermediazione, si reca personalmente a Londra e ne rimane deluso: “Sospettano che sia un ladro solo perché trasporto personalmente la merce”. Però qualche cosa ha venduto, e si vanta di aver raccolto cambiali per 14.000 franchi. Dopo una settimana se ne ritorna a Bienne, dove lo aspetta una notizia sensazionale: un membro della delegazione governativa di ritorno dall’Esposizione Universale tenutasi a Filadelfia nel 1876, pubblica una relazione esplosiva: “Abbiamo visitato uno stand enorme, quello dell’American Watch Company di Waltham, la più grande manifattura orologiera degli Stati Uniti. Vi erano esposti duemilacinquecento orologi d’oro, d’argento e movimenti d’orologeria, fabbricati in soli sei giorni in ragione di dieci ore di lavoro quotidiano”. Con una produzione annuale di duecentocinquantamila pezzi, gli americani sono ormai in grado di accaparrarsi una forte quota del mercato mondiale! Peggio ancora: i loro orologi sono di qualità, anche se non eguagliano quelli svizzeri. Sanno inoltre sostituire i pezzi difettosi o rotti in pochissimo tempo. Tutte le voci allarmistiche raccolte in passato, e lo sbarco di Fiorentino Ariosto Jones in terra elvetica, avvenuto dieci anni prima, sono clamorosamente confermate, ed ora ogni fabbricante svizzero non può ignorarle.

.                    Primissimi modelli da polso per uomo

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Edouard alla riscossa
Heuer è convinto di poter affron-tare la sfida puntando sulla qualità e sull’innovazione, ed anche sulla diversificazione dell’attività. Ha bisogno di un socio di alta caratura. Nel 1878 conosce Fritz Lambelet, già impiegato presso Perrer-Gentil, dinamico e portatore di un capitale personale costruito con il commercio e la trasformazione delle pietre preziose. Ha inoltre il vantaggio di essere competentissimo in materia di rubini che, più sono presenti in un orologio, più ne aumentano la qualtà ed il prezzo. Per un buon movimento automatico ce ne voglio diciotto. Heuer e Lambelet creano una fabbrica di orologi preziosi e rilanciano il mercato delle pietre, che acquistano prevalentemente dai mercanti londinesi. Coperto il loro fabbisogno, il resto delle pietre viene ceduto a levigatori indipendenti che non possono importare direttamente. Il mercato inglese seguita a mostrarsi deludente, e dopo diverse amare esperienze, nel 1881, i due soci decidono di chiudere “…con la massima discrezione, in modo che nessuno lo sappia” la filiale londinese. Ma in Inghilterra Heuer ha fatto una scoperta fondamentale: il mercato dello sport con tutta la sua sete insaziabile di cronometri e cronografi! Si tratta di un tipo di orologi che gli americani non producono, per cui Edouard sente che deve investire in questa direzione, e già nel 1882 i primi cronografi compaiono nel suo catalogo. Edouard produce orologi e brevetti, e seguita per la sua via anche se nel 1885 Lambelet si ritira dalla società perché respinto dalla figlia di Edouard, di cui ha chiesto la mano. Ed anche senza Lambelet, Edouard prosegue nel commercio di pietre per orologeria e gioielleria, aprendo un laboratorio di fabbricazione a Sursee nel cantone di Lucerna, e poi mandando il figlio Charles a Londra, a far pratica da Edwin W. Streeter, un esperto mondiale nel campo delle pietre preziose. Edouard Heuer fu uno dei primi a proteggere con brevetto la denominazione delle sue creazioni: La Sirène, Alligator, La Chimère, La Cigale e The Shamrock. Quando Edouard muore, il 30 aprile 1892 (a 52 anni), lascia alla moglie e ai cinque figli più di mezzo milione di franchi, una somma colossale per l’epoca, e le basi per una illustre dinastia di orologiai destinata a regnare nel secolo seguente.

La generazione dell’innovazione
L’eredità di Edouard viene divisa tra i due figli maschi: Jules-Edouard, il maggiore, e Charles-Auguste, mentre per la figlia Louise-Honorine, fanciulla di rara intelligenza, che tanto avrebbe potuto fare per la Maison, il destino decise diversamente, facendola morire in uno stupido ma atroce incidente casalingo, il 25 giugno 1887. Il padre, affranto, cede la direzione dell’azienda a Jules-Edouard. Costui acquista per 7 mila franchi il diritto di brevetto e sfruttamento in tutto il mondo di un nuovo orologio da taschino con suoneria a ripetizione, dotato di un dispositivo di suoneria automatica di A-F Rocat-Benoit. Tre anni dopo entra in ditta il fratello minore Charles-Auguste, e i due fratelli si dividono i compiti in piena armonia: Jules-Edouard s’incarica della contabilità e dei rapporti con le banche, Charles-Auguste si occupa della clientela, delle innovazioni e del commercio delle pietre: essenzialmente dell’importazione dei rubini grezzi dalle Indie Britanniche, di zaffiri da Ceylon, dall’Australia e dal Montana, e di diamanti destinati all’industria. Nel 1895 Emile Florron, direttore di produzione della Maison, offre loro un’invenzione straordinaria: una (apparentemente) banale cassa di cronografo, accompagnata da un brevetto che ne certifica l’impermeabilità!!! I due fratelli intuiscono immediatamente l’importanza dell’invenzione specie in campo sportivo (l’anno successivo si sarebbero tenute le prime Olimpiadi moderne), e ne acquistano i diritti per 10mila franchi. Sempre nel 1895 Charles-Auguste si unisce in matrimonio con Marie Blösch, figlia di un noto fabbricante di cavi d’acciaio, che per le nozze regala una importante partecipazione alle “Trefileries réunis de Bienne”. Per sette anni la Maison prospera finché un vero e proprio terremoto

.                  Edouard Heuer ed il suo cane: un salto a Bienne per farsi immortalare assieme

non viene a sconvolgere il mondo dell’orologeria; la scoperta del rubino sintetico. Il fatturato relativo a questa attività cade paurosamente. Occorre operare urgentemente una ristrutturazione della società e condurla con il rigore imposto dalle circostanze. Per arrestare l’incuria cronica ed il tradizionale assenteismo che affliggono l’industria orologieradue fratelli stilano un severissimo regolamento interno, approvato dal Consiglio del Cantone di Berna. Un articolo stabilisce che “La giornata lavorativa è di dieci ore, dalle 7 alle 12 del mattino, e dalle 13:30 alle 18:30 del pomeriggio”. Un altro articolo stabilisce anche: “L’introduzione di bevande alcoliche e l’assenteismo sono severamente proibiti. Se reiterata, tale condotta porta al licenziamento immediato”. Sono provvedimenti impopolari ma efficaci, e l’azienda si rimette in carreggiata. Scottato dall’esperienza londinese, Edouard Heuer aveva evitato di pensare all’America, tranne che per sporadici rapporti puramente occasionali. I due fratelli, invece cercano un vero e proprio importatore americano, e scelgono una società che sembra offrire le migliori garanzie: “Henry Freund & Bros; Wholesale Distributors Diamonds, Watches, Jewelry”. I due avranno ogni motivo per rallegrarsi: Henry Freund nel giro di poco tempo diverrà un amico, uno strenuo difensore del marchio ed un valido consigliere. Per ragioni commerciali proprio Henry Freund suggerisce agli Heuer di utilizzare la propria marca di gioielli “The Rose” sugli orologi e sui movimenti prodotti per il mercato americano, e poiché la dogana esige che il nome del produttore appaia a chiare lettere, sono costretti a cambiare la ragione sociale in “Ed. Heuer & Co. Rose Watch Co.”. È una decisione che Charles Auguste deve prendere da solo, poiché Jules-Edouard si è spento nove mesi prima. (Segue)