SWATCH: 5a parte

Di Marino Mariani

"Ginebra Benci" di Leonardo da Vinci (National Gallery, Washington)

“Ginevra de’ Benci” di Leonardo da Vinci (National Gallery, Washington)

Nicolas Hayek, chiamato a risanare un gruppo di ditte svizzere che, per semplicità, citeremo con la denominazione collettiva di “Omega”, aveva fatto venire mal di testa, mal di pancia ed altri malanni vari agli azionisti assillati dal desiderio di salvare qualche cosa da quel naufragio. Erano percorsi da brividi di nervosismo vedendo che Hayek, invece di prendere energiche misure finanziarie nei riguardi di Omega, perdeva il suo tempo a creare dal nulla un orologetto di plastica funzionante a batteria. Ma a quel tempo

Nicolas George Hayek

Nicolas George Hayek

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la crisi si era abbattuta non solo sulla Omega propria-mente detta, ma su tutta l’industria orologiera svizze-ra, che si era fatta beffeg-giare dalla Hamilton che nella pubblicità gridava: ” Sveglia, vecchio orologiaio svizzero. Non ti sei accorto che oggi gli orologi si fanno senza lancette?”, mentre i giapponesi si vantavano: “Altro che la precisione svizzera! I più precisi siamo noi”. E non avevano tutti i torti. Ma, comunque Hayek si era reso conto che non avrebbe mai potuto vincere la sua battaglia, se non si fosse tolto di dosso tutte quelle spine. Gli americani in Vietnam avevano dimostrato che non si potevano eliminare i Vietcong con le fortezze volanti, ma contrapponendogli un’arma che ancora non avevano inventato: i marines da giungla, oltre che i marines da sbarco. Ebbene, Hayek prese in corsa un treno che viaggiava a folle velocità. Era la corsa all’orologio più sottile del mondo, ma non per far una rarità in oro massiccio da presentare nelle vetrine di Tiffany al prezzo di 12.000 $ (come fu col “Delirium Tremens”), bensì per ricavarne fanti supertecnici capaci di inerpicarsi nella giungla e battere i Vietcong nel loro stesso terreno. Si trattava, niente meno, che di impadronirsi del segmento più basso del mercato, e tenerlo tanto in alto, in virtù di una chiara superiorità tecnica, da spuntare ogni arma dell’avversario. Questa impresa riuscì in pieno, perché Hayek, oltre a vigilare puntigliosamente sul livello tecnico, seppe infondere al prodotto una dose tale di disinvolto ed irriverente menefreghhismo goliardico, tale da esaltare le proprie schiere, e demoralizzare quelle avversarie. Bene, il gioco riuscì in pieno e, bloccato il montante avversario, ricominciò a tintinnare il denaro per ridonare l’oro massiccio agli orologi Omega, che si rianimarono in breve tempo, essendo stati riportati alla portata di pochi ricchi, essendosi i poveri rifiutati di acquistarli dorati. Ed è importantissimo notare che, a questo punto, Hayek si sentì incoraggiato a tentare una mossa il cui vero successo era costituito dal suo insuccesso. La mossa fu quella di lanciare sul mercato un superorologio extra luxus, cui fu donato un nome di chiarissimo valore storico, quello di Louis Brandt, il fondatore delle dinastia Omega. Il lancio si risolse in un completo fallimento, non più di 400 esemplari venduti. La gente sapeva benissimo che quell’orologio non aveva dietro di se un’identità storica, ed essendo destinato ai più ricchi, ben si sa che i più ricchi sono estremamente parsimoniosi di fronte alle spese avventate. Ebbene, io ho definito un successo quell’insuccesso: oggi, ad una certa distanza d’anni dal tempo di quegli avvenimenti, vediamo proliferare sul mercato una pletora di orologi di lusso in stile antico, autocertificandosi con l’adozione sistematica del “tourbillon”, che, oltre a tutto, ne deturpa il quadrante. Oggi, questo dispositivo inventato da Breguet al tempo di Maria Antonietta, con il moderno ridisegno dei meccanismi, con l’uso di spirali in silicio e con l’avvento di nuovi lubrificanti, è del tutto inutile e giustapposto, e certifica, semmai, la totale assenza di araldica prosapia di quella marca, come un quadro di “genere” che ripropone all’infinito l’immsgine del

Lo Swatch del 30esimo anniversario

Lo Swatch del 30esimo anniversario

pastor fido, della barchetta che veleggia al tramonto, del seminatore di grano…Convinto che per una forte ripresa del segmento di gran lusso era necessario, più di ogni altra cosa, il “restauro” di antiche maison, Hayek si mise alla caccia prima di Blancpain, poi del massimo concepibile, cioè di Breguet. Blancpain, ironia della sorte, faceva già parte dell’asse ereditario di Omega, ed era stato ceduto per pochi soldi (18.000 CHF) non tanto in un momento di follia, quanto in un periodo in cui la stessa ETA era convinta che entro breve tempo sarebbe del tutto cessata la produzione di movimenti meccanici. Quanto al rocambolesco acquisto di Breguet, che procurò ad Hayek notti insonni e sudori freddi, esso è stato minuziosamente descritto nella puntata precedente di questo racconto, ed interrotto quando Hayek prese in pugno personalmente il timone di quella barca. Riprendiamo il racconto da quel punto, e da questo punto chi parla in prima persona non sono più io, bensì Nicolas Hayek a colloquio col giornalista Friedemann Bartu: “Naturalmente assunsi la supervisione anche della produzione, assieme ai signori Edmond Capt, capo della Manufaktur Frédéric Piguet, e Francçois Manfredini, che era recentemente entrato da noi, provenendo da Zenith. Da quel momento istituii un programma d’investimenti di oltre 20 milioni di franchi e rinnovai, col nuovo vicedirettore del reparto vendite (R. Schultess) il sistema di distribuzione per tutto il mondo. Tutte queste misure consentirono di aumentare tra il 40 e il 50% il fatturato annuo di Breguet, portandolo, contemporaneamente, a quasi 250 milioni di franchi, mentre il guadagno annuo aumentava tra il 300 e il 400%. Il marchio, in un tempo relativamente breve, guadagnò gran rinomanza sui mercati internazionali, talché, ad un certo punto, non fummo più in grado di soddisfare interamente la domanda cresciuta oltremisura in tutti i paesi. Ragion per cui decisi di integrare al 100% in Breguet la Manufaktur Nouvelle Lemania. Quando resi nota la mia decisione sulla Nouvelle Lemania e misi in evidenza che in futuro tutti i collaboratori di questa manifattura avrebbero preso parte al Rinascimento del marchio Breguet, un grido di gioia si levò in tutta la sala. Tutti balzarono in piedi ed espressero il loro giubilo. Come dissi, adesso il responsabile di Breguet sono io, ed in questa maniera mi riuscì di ridonare ad ogni collaboratore la fede nel loro prodotto. Tutto si combinava perfettamente: la fabbricazione, il messaggio ed il servizio clienti. Se un acquirente aveva un reclamo da fare, il suo orologio veniva riparato immediatamente, altrimenti otteneva un nuovo orologio. Siamo volati persino in Ucraina per sostituire un orologio difettoso. Breguet era veramente diventato un marchio del massimo rispetto. Nel frattempo, secondo l’analisi di diversi specialisti, siamo diventati la firma più importante del segmento superiore del mercato, ben avviati sulla via di diventare il marchio di culto nel massimo settore del lusso. Mio figlio Nick lo ha anche constatato, ogni volta che si reca in Russia o in Giappone: tutti gli parlano di Breguet, tutti vogliono un Breguet”. Bartu: “Lei ha parlato di un mercato parallelo. In altra forma, il problema si presenta anche in Svizzera, ed ovunque il Gruppo Swatch istituisca i propri negozi di marca o le botteghe-tourbillon. Con ciò non ponete in difficoltà i negozi vostri concessionari?” Hayek: ”No, al contrario. Con l’istituzione di proprie boutique in diversi centri cittadini facciamo un’enorme pubblicità per i nostri orologi, anche se all’inizio alcuni concessionari hanno protestato. Dopo un certo periodo di tempo, grazie alla nostra presenza, aumenta il fatturato di tutti quanti. Se per esempio parlate con i nostri concessionari Omega sulla Bahnhofstrasse a Zurigo, ve lo confermeranno. Ed è un dato di fatto che, a partire dall’inaugurazione di una nostra boutique Omega sulla Bahnhofstrasse praticamente tutti i nostri concessionari a Zurigo hanno venduto più orologi Omega di prima. Questo significa che le nostre boutique monomarca, piazzate nei posti migliori, servono di pubblicità a tutti Perciò i concessionari, nonostante la nostra concorrenza, non vendono meno orologi: ne vendono di pi§. Faccio un altro esempio: ieri ho chia-

Toubillon Boutique a Lugano

Toubillon Boutique a Lugano

mato la nostra rappresentanza Breguet in America, ed ho chiesto a Patricia quanti orologi aveva venduto oggi. Lei mi ha risposto che oggi non ne aveva venduto nessuno, ma era sicura che ne aveva comunque venduti cinque attraverso i nostri concorrenti concessionari Breguet”. Bartu: “Perché mi dite questo?” ”Perché abbiamo proibito alle nostre boutique di concedere sconti. Quando chiedete uno sconto nei nostri negozi, otterrete al massimo il classico uno o due percento che si dà se si paga in contanti. I nostri concessionari, invece, sono liberi di dare fino al 10% di sconto. Questo significa che molti clienti vengono nei nostri negozi per vedere i nostri orologi e farseli illustrare da noi che siamo specialisti delle nostre marche, e poi li vanno a comprare ad un prezzo minore dai nostri concessionari. Grazie al cielo, ci rimangono abbastanza clienti che comprano direttamente da noi. Il gruppo Cartier, che nel segmento di lusso ha molte più boutique di noi, ha fatto la nostra esperienza, e così pure LVMH e Gucci”. La questione dei negozi monomarca, cioè di proprietà delle maison produttrici, è sempre stata variamente commentata, più dai giornalisti che non dai clienti. A distanza di anni, come ho potuto constatare durante un mio recente soggiorno in Svizzera, ancora se ne parla in questi termini: “Lo fanno per risparmiare, per intascare tutti i loro guadagni a scapito dei negozi concessionari”. Ma, come al solito, è solo qualche giornale che tiene viva la polemica, perché, almeno sulla Bahnhofstrasse di Zurigo, vedo che aumentano costantemente i negozi padronali (Rolex, Apple…), ma tanto questi, quanto quelli dei concessionari, sembrano assolutamente prosperi ed affollati. Se è vero che i negozi padronali sono una vetrina irresistibile, anche i concessionari conoscono il loro mestiere ed hanno le loro armi segrete, che non consistono solo negli sconti: ogni volta che vado da Türler sulla Paradeplatz, mi accolgono con tanti bei sorrisi ed una coppa di Champagne. Se il giudizio popolare è unanime a favore di Hayek, della sua famiglia e delle sue iniziative, diversi giornali si staccano dal coro e lanciano l’immagine di un Hayek assetato di potere. Il quale potere automaticamente si accompagna al successo economico, che Hayek ha conseguito rischiando sempre il proprio denaro, senza mai sedere nel Consiglio d’Amministrazione d’una banca o di una grossa impresa, partecipando solo quando poteva assicurarsi il potere decisionale. Quando si è alleato con Mercedes e VW, entità troppo potenti per concedergli il potere decisionale, l’iniziativa non è andata a buon fine. Parlo della Swatchmobil che, sempre ad un passo ad essere partorita, è sempre puntualmente abortita. Il suo progetto era basato su un propulsore del tipo “Diesel Elettrico” di cui, per puro caso, conosco lo schema di funzionamento: Era l’anno 1956, e da un anno ero sposato con la mia fidanzata svizzera, ed andammo ad abitare nella sua casa paterna di Winterthur. Winterthur era la città del Canton Zurigo ove aveva sede la Gebrüder Sulzer AG, nota in tutto il mondo per i suoi motori marini, per le sue locomotive ferroviarie e per un’altra specialità su cui mi lambiccai il cervello: le locomotive “Diesel-Elettriche”, per l’appunto. In quel periodo la Sulzer, assieme alla Braun-Boveri, lavorava al progetto del primo reattore atomico svizzero, e mia moglie mi accompagnò a presentarmi direttamente al Dott. Peter Sulzer per avere un posto in quel gruppo di lavoro. Il Dott. Sulzer, venendo a sapere che provenivo dall’Istituto di Fisica dell’Università di Roma, pensando di poter mettere le mani sul successore di Enrico Fermi o di Emilio Segrè, entrambi premi Nobel in Fisica Nucleare, mi assunse immediatamente. Da parte mia, ero ansioso di partecipare ad una ricerca scientifica non attuabile in Italia, paese che aveva perso la guerra. Ma il progetto era agli sgoccioli, in attesa di essere presentato in Parlamento, ed il lavoro che mi venne affidato era di carattere puramente compilativo, per cui, quando ci fu la pausa dovuta all’iter parlamentare, me ne andai. Ma non prima di essermi incontrato a mensa con vari ingegneri, che fecero a gara per spiegarmi il funzionamento di un Diesel-elettrico. Niente di più semplice: si tratta di un veicolo in cui le ruote motrici sono azionate, ciascuna, da un proprio motore elettrico, in cui l’elettricità non veniva fornita da batterie o da rete aerea, bensì da un motore termodinamico a ciclo Diesel che, mi sembra di ricordare, ruotava a giri costanti. Si trattava di un dispositivo ad alto rendimento, ideale per un’automobile che doveva essere economica ma di alto livello tecnologico, proprio come un orologio Swatch. Il progetto andò a monte, ufficialmente perché il veicolo test non superò la “prova dell’alce”, uno slalom speciale in cui la Swatchmobil abbatté alcuni paletti ed uscì di pista. La bocciatura in questo test fu la ragione ufficiale dell’abbandono del progetto, ma questa giustificazione è palesemente pretestuosa: persino il caccia F35 per il quale si stanno spendendo centinaia di miliardi non ha ancora completamente convinto nelle prove preliminari affrontate dai prototipi. Il fatto è che Mercedes e VW non sono ditte a rischio di fallimento, costrette a confidare in un modellino

Tourbillon Boutique nello Swatch Art Hotel di Shangai

Tourbillon Boutique nello Swatch Art Peace Hotel di Shangai

popolare a scartamento ridotto. Ben meglio avrebbe fatto Hayek a cercare di consorziare piccoli ma ben agguerriti stabilimenti, ognuno specializzato nella produzione di determinati componenti, e di cui Hayek avesse potuto considerarsi il capo. Poi, se il prototipo avesse rivelato a pieno tutte le sue virtù, avrebbe potuto affidare la produzione ad una casa automobilistica vera e proprio, magari coreana. Come? Io dare consigli, seppure postumi, a Nicolas George Hayek?? Comunque, chi l’ha consigliato di sedere allo stesso tavolo di Mercedes e VW non gli ha dato un buon consiglio, ed il mio non sarà certo peggiore. Ma veniamo adesso ad affrontare un tema che, sorto nell’anno 2003, è tutt’altro che sopito: quello della fornitura di movimenti grezzi (ebauches) da parte dell’ETA a fabbricanti terzi, servizio che l’ETA aveva l’intenzione di sopprimere del tutto, anche se gradualmente. Iniziamo il racconto con una domanda provocatoria di Bartu ad Hayek: “Tutta questa storia della fornitura di ebauches, in un certo qual modo, non tende a stabilire chi è il padrone dell’industria orologiera svizzera? A luglio del 2004, improvvisamente, il fabbricante di movimenti meccanici ETA, appartenente al Gruppo Swatch, dichiarò di voler ridurre, a partire da gennaio 2003, e poi sospendere definitivamente entro l’anno 2006, la fornitura di movimenti grezzi smontati. Sulla base di quest’annuncio molte imprese sporsero denuncia contro l’ETA alla Commissione Commerciale (Wettbewerbekommission = Weko). Una procedura svolta dalla Weko terminò l’otto novembre 2004 con una regolamentazione concordataria, in cui l’ETA si impegnava a fornire ai suoi clienti, fino alla fine del 2008 ebauches (movimenti smontati) per orologi meccanici nel quantitativo abituale, e per altri due anni in quantità ridotta. Non è questo un segno del “dinamismo” di Nicolas G. Hayek?” Risposta di Hayek: “…No…È noto che il padrone di casa sono io, questo lo sanno tutti, e pertanto non sono obbligato a ripeterlo ogni giorno. Per quanto riguarda le ebauches, la cosa è andata in modo completamente diverso. Di quest’articolo noi ne producevamo per quasi 40 milioni di franchi, ciò che corrisponde all’incirca a due milioni di orologi meccanici. Potete immaginare che cosa significhi ciò? Per la fabbricazione di un orologio normale, non troppo complicato, in media servono 150 singoli componenti, in certi casi anche 250. Che, innanzitutto, devono essere prodotti, e poi bisogna far attenzione a che si adattino l’uno all’altro, ed infine queste ebauches bisogna impacchettarle e spedirle. Con tutto ciò facciamo un fatturato di appena 40 milioni di franchi. Ripeto: appena 40 milioni di franchi di fatturato, cioè meno dell’uno percento del nostro fatturato totale. Vale a dire: una nullità. Pertanto quest’affare ci costa una barca di quattrini, perché comporta un’enorme quantità di lavoro manuale, ed il personale costa ogni anno di più. Il secondo punto è il seguente: abbiamo trovato una grossa quantità di orologi falsificati delle marche Rolex ed Omega, fabbricati in Cina con movimenti provenienti dalle nostre ebauches. All’inizio nessuno voleva credere alle nostre parole quando parlavamo di queste falsificazioni. Ma oggi questi sono fatti comprovati. Dovete sapere che, fino ad oggi, era possibile comprare da noi queste ebauches a prezzi bassissimi, e questo portava come conseguenza che nessuno sentiva il bisogno di ricercare novità oppure di sviluppare e produrre in proprio nuovi movimenti. Da questa situazione nasceva il pericolo che l’intero settore del lusso dell’industria orologiera si riducesse all’applicazione di strategie di marketing. Questo lo volevamo evitare. La maggior parte delle ditte lo capirono, e soltanto due piccole imprese sporsero denuncia contro di noi presso la Commissione Commerciale (Weco)”. Bartu: “Questa è la versione ufficiale. Quella inufficiale è – comprensibilmente – che il prezzo d’ingresso nel mercato dell’orologeria è troppo basso per tutto il complesso di allestitori estranei al settore come, per esempio, Gucci o Bulgari, che si approvvigionano all’ETA, dopodiché, da ditte come Jacquet e Sellita, si fanno installare le complicazioni, per poi entrare nel mercato a far concorrenza ai prodotti del gruppo Swatch”. Hayek: “Gucci e Bulgari, innanzitutto, non si possono considerare concorrenti dei maggiori marchi orologieri del Gruppo Swatch, perché entrambi, senza tanti problemi, comprano da noi gli orologi belli che fatti, e quindi non fanno parte dei clienti di ebauches. Il problema sta tutto da un’altra parte: Quando oggi qualcuno ha voglia di sviluppare un nuovo movimento, gli si presenta il problema di reperire gli esperti, ormai praticamente scomparsi dalla scena. Quasi tutta l’esperienza e quasi tutte le idee creative si sono concentrate nel Gruppo Swatch – ed in nessun’altra firma del mondo. Lo dico senza toni trionfalistici, perché per noi è soltanto negativo il fatto che nel nostro settore non esistano imprese con la nostra esperienza. Ed infine per noi non sarebbe che un bene ricevere impulsi dall’esterno. Altrimenti, entro una decina d’anni, non potremmo contare che sui nostri sviluppi. Se oggidì un giovanotto vuole imparare come si fa un orologio, lo imparare, in pratica, solo nel Gruppo Swatch. Che significa ciò? Ciò significa che noi, se continuassimo con la nostra disponibilità a fornire ebauches a tutti coloro che le vogliono, in qualsiasi momento e in qual-

Lo SwatchArt Peace Hotel di Shanghai riserva otto suites per artisti residenti

Lo SwatchArt Peace Hotel di Shanghai riserva otto suites per artisti residenti

siasi quantità, paralizzeremmo lo sviluppo di nuove soluzioni tecniche nell’intero settore. E guardate un po’: grazie al nostro impulso finalmente molte ditte hanno cominciato, da qualche mese, ha sviluppare nuovi orologi”. Bartu: “Una volta avete detto di voler seguire l’esempio del settore dei computer. Poiché su quasi tutti i Personal Computer si legge: “Intel inside”, vorreste arrivare al punto che anche su tutti gli orologi, allestiti con movimenti ed ebauches di provenienza ETA venisse stampigliato il marchio “ETA inside”. In questa maniera avreste costretto l’intera branca anche ad adottare colori per contraddistinguere ed individuare quanti costosi orologi della vostra concorrenza funzionano con movimenti ETA. Tuttavia questa proposta non si è mai realizzata. Come mai?” Hayek: “No, questa proposta non l’ho mai fatta. Questa era un’idea di un nostro cliente americano, che la voleva ad ogni costo. Tutto eccitato venne dall’allora direttore dell’ ETA Anton Bally, ma io la respinsi, perché c’è una fondamentale differenza tra un orologio ed un computer. Col computer non stabilirete mai un legame emotivo, non lo portate al collo o al polso, e non lo mostrate con orgoglio ai vostri amici. Un computer è grigio e noioso. Solo adesso la Apple ha cominciato a produrre computer che almeno hanno un bell’aspetto. Ma noi, noi da un’eternità produciamo e vendiamo la bellezza personificata. Nell’industria degli orologi il massimo della soddisfazione si ha quando potete dire: questo l’ho fatto io! Così ho cominciato a pensare a come poter costringere anche la concorrenza a produrre i propri meccanismi. E la risposta fu questa: riduzione progressiva delle forniture dei nostri semilavorati. E così abbiamo notificato a tutta la branca che, entro qualche anno, avremo cessato la produzione dei movimenti grezzi, e nel frattempo avremmo ridotto le forniture successive. Questo ha provocato le menzionate denunce contro di noi presso la Weko. Quest’amministrazione, dopo lunghe indagini nell’intero settore, deliberò di stabilire un accordo con noi, con il quale ci consentiva di ridurre la produzione di ebauches, e, un giorno, di eliminarla del tutto. D’altra parte ci richiese di seguitare a produrre e a fornire questi semilavorati per qualche anno ancora. Inoltre ci consentì di aumentare del 25% le nostre tariffe. Questo 25%, nel frattempo, ci venne confermato anche dal Tribunale federale di Losanna, presso il quale, anche lì, erano state presentate denunce contro di noi. Da questi esempi potete rilevare i veri limiti al mio presunto strapotere. Un vostro collega alla Neue Zürcher Zeitung a quei tempi mi telefonò e mi disse: “Voi del Gruppo Swatch e dell’ETA non sapevate che i semilavorati equivalgono ad una vera e propria miniera d’oro. Aumentando i prezzi ulteriormente e seguitando le forniture all’intera industria, tutti i clienti sicuramente avrebbero seguitato a comprare, perché l’ETA rimaneva comunque la fonte più economica dell’intero settore. Avreste potuto fare denaro a palate!” Gli risposi: “Mio caro amico, si tratta pur sempre di un fatturato di soli 40 milioni di franchi. Potevo triplicare i prezzi, e sarebbero stati 120 milioni di fatturato. Sempre meno di quanto certe singole marche, come ad esempio Blancpain o Jacques Droz, per non parlare di Breguet, presso il quale il guadagno annuo è tre volte maggiore dell’intero fatturato dei semilavorati”. Noi accettammo, dunque, a denti stretti la decisione della Weko. Ma nel contempo fummo lieti che, alla fin fine, tutto questo affare, si rivelava più che accettabile. Prima chiunque poteva comprare quando voleva, quel che voleva e quanto voleva. Vale a dire che, quando gli affari andavano bene, veniva acquistatio una montagna di semilavorati, ma se gli affari andavano male anche noi ce ne accorgevamo, perché immediatamente venivano acquistate meno ebauches. Ora, però, ognuno è costretto a prendere da noi quanto acquistava in media nei due anni precedenti, anche nel caso che non ne avesse più bisogno, e se non lo fa, perde la possibilità di poter concludere ulteriori acquisti. Gli affari sono affari. Abbiamo costretto anche i nostri clienti ad acquistare quantitativi che consentissero anche a noi il potere di pianificare. Cosa che prima era del tutto impossibile”. Bartu: “Così siete contenti. È andata sempre meglio di come sembrava all’inizio, vero?” Hayek: ”La maggior parte degli esperti d’orologeria conoscevano bene questa problematica e la maggior parte delle ditte importanti stava con noi. Nel frattempo più di sette imprese hanno cominciato a dedicarsi allo sviluppo di nuovi orologi. In più, tutti gli invidiosi del settore vanno in sollucchero al pensiero che, finalmente, anche il grande Hayek ha avuto la sua brava lavata di capo. Questo è un effetto collaterale del tutto positivo perché, come ben sapete – specie qui in Svizzera – non sta bene vincere sempre: crea gelosia. Ma diamo uno sguardo al diverso tenore con cui diversi giornali hanno dato la notizia della delibera della Weko. Abbiamo il resoconto della NZZ, che scrive: “La filiale della Swatch ETA è concorde con la Weko”. Questa è la verità. “Per i semilavorati modalità di fornitura prorogate a lungo termine”. Di seguito il giornalista ha scritto, con

Tourbillon Boutique ad Oxford Street, Londra

Swatch “Hour Passion” Boutique ad Oxford Street, Londra

sincerità, quello che credeva di aver capito, anche se con qualche piccolo frainteso riguardante il domino del mercato. Tutto sommato, si trattava comunque di un articolo improntato alla concretezza. Ma prendiamo il Tagesanzeiger. Che cosa scrisse questo giornale? “La commissione commerciale bacchetta sulle dita la filiale di Swatch”. Potete immaginare quanto mi abbia riempito di gioia. La maggior parte degli invidiosi esulta: “Finalmente è toccata anche ad Hayek la bastonata sulla testa”…meglio di tutti, naturalmente, se ne esce il Blick: “Sconfitta per Swatch!” Attenzione, Blick è un giornale che normalmente mi elogia. Ma questa volta: “Sconfitta per Swatch! La Filiale ETA deve rifornire di semilavorati per orologi meccanici e altre ditte del settore . Lo richiede alla ETA la Commissione Commerciale per altri cinque anni, perché questa domina il 95% del mercato. ETA voleva rifornire soltanto fino al 2006”. Ma una cosa ancora non vi ho detto, un effetto collaterale assai bello per noi: adesso, in Svizzera, ognuno sa che in questo paese, senza di noi, non si potrebbe fabbricare neanche un solo orologio – sottinteso in un mercato in cui ognuno ama far credere di fabbricare tutto da solo! Ora tutti sanno che così non è, senza che sia costretto a dirlo io. Nel contempo, con l’esempio dei semilavorati – voglio sottolinearlo – vengono mostrati anche i limiti di quella presunta “grande potenza di Hayek” che voi tanto citate”. Barrtu: “Suona proprio come un altro successo trionfale. Siamo d’accordo che il vostro successo e la vostra esperienza hanno avuto come ulteriore effetto il fatto che, oggi come oggi, non sappiate più accettare di buon grado nessun tipo di critica? ” Hayek: “Ma chi accetta volentieri le critiche? Voi o il vostro redattore capo, il primo ministro, o il Papa? Ogni persona reagisce piuttosto freddamente alle critiche ingiustificate. Da questo punto di vista, io sono una persona del tutto normale e di normale conprendonio. Quando la critica che mi viene rivolta consiste in un consiglio rivolto al miglioramento, io ne sono sinceramente grato. Ma quando la critica è intesa come un’arma, è soggettiva, personale, offensiva e denigratori, allora reagisco come un leone inferocito. Non è la storia dei successi di Nicolas Hayek che mi fa reagire così, anzi, direi proprio il contrario, cioè sapere che alla presunta potenza di Nicolas Hayek vengono posti sempre nuovi limiti, e che il suo successo può essere continuamente denigrato da critiche ingiuste e farisaiche”.

Conclusioni
Il mio racconto sulla nascita di Swatch e sulle imprese di Nicolas Hayek finisce qui. Hayek appartiene alla folta schiera di cittadini svizzeri nati altrove, che hanno avuto la ventura di illustrare la loro patria elettiva come, e forse più, dei migliori cittadini nati sul suolo nazionale. Il più illustre dei cittadini svizzeri acquisiti da altre patrie è certamente Albert Einstein, che si è servito del suolo elvetico come base di lancio per il ruolo universale di cittadino del mondo. Nicolas Hayek è invece il seme portato dal vento che atterra su un terreno fertile ed attecchisce, cresce e fruttifica, si installa stabilmente e diventa un elemento caratteristico del paesaggio. E della storia: ora che non è più tra noi, le sue vicende e quelle del gruppo compatto dei figli e del nipote non somigliano forse alla saga di una famiglia svizzera di lontane tradizioni? Salvando e ricreando radicalmente l’industria orologiera svizzera, Hayek è entrato nel Pantheon dei grandi padri della patria. Ovunque ha comandato lui, rischiando il suo denaro per vincere la riluttanza di pavidi azionisti, la vittoria è stata sua su tutto il fronte. Quando, nell’automobilismo, non ha potuto prevalere su soci più forti di lui (Mercedes e VW), il successo non è venuto. Ed infatti la sua figura giganteggia nel mondo dell’orologeria, in cui non ha portato al trionfo una marca, ma un modo d’essere di tutto il paese. La morte di Nicolas Hayek è una male irreparabile? Non si può rispondere a questa domanda, perché l’intero paradigma orologiero sta cambiando. In questa stessa puntata abbiamo detto che Hayek, prendendo in mano la conduzione di Breguet, aveva stabilito un piano di finanziamento d’una ventina di milioni di franchi, ma già da un po’ di tempo Orologi dal Mondo aveva dato notizia dell’acquisto, da parte di Apple, dell’immagine del quadrante dell’orologio Mondaine, l’orologio delle stazioni ferroviarie svizzere per antonomasia, pagando alle Ferrovie Svizzere la somma di 22 milioni di dollari. È evidente la sproporzione di mezzi economici tra il primo gruppo orologiero del mondo, costituito dal Gruppo Swatch, e solo una delle grandi del mondo dell’elettronica e dei computer (Apple. Microsoft, Samsung…). Inoltre, si noti bene: quello che la Apple ha acquistato, è soltanto un disegno, e quindi si fa strada l’idea di una orologeria virtuale, senza ingranaggi, fatta di un bel quadrante e di un segnale televisivo che proviene da lontano e, come sottoprodotto, l’ora precisa offerta da un orologio atomico. Un po’ come la pagina iniziale di Orologi dal Mondo. (Fine)

Tourbillon Boutique a Las Vegas

Tourbillon Boutique a Las Vegas