SWATCH: 3a parte

Di Marino Mariani

“Ginevra de’ Benci” di Leonardo da Vinci (National Gallery, Washington)

Dopo centinaia di articoli pubblicati sul tema dell’orologeria, di cui oltre sessanta sulla storia delle principali Maison, quelle che costituiscono il “Gotha de l’Horlogerie Mondiale”, non mi ero reso conto che, prima dell’avvento di Nicolas Hayek l’orologeria svizzera era clinicamente morta, e non so se se ne fossero resi conto quanti ne scrissero e tuttora ne scrivono nei mensili specializzati. Io pensavo, come tanti, che Hayek fosse intervenuto in un momento difficile per questi due gruppi (ASUAG ed SSIH), che li avesse risanati con un colpo di bacchetta magica e, come sottoprodotto, avesse creato Swatch dal nulla. Ciò pur basandomi sempre e soltanto su monografie di assoluta eccellenza, riconosciute universalmente come punti di riferimento assoluto. Ma questi libri di riferimento proiettano una visione storica degli avvenimenti, mentre il nostro libro di riferimento attuale, quello scritto nel 2005 dal giornalista Friedemann Bartu della Neue Zürcher Zeitung, pur riferendosi a fatti avvenuti essenzialmente nel quarto di secolo precedente, più che panoramico è immediato, come un fatto di cronaca. Non si tratta di una sorta di abile contraffazione, di una sottile scelta stilistica, ma semplicemente del fatto che il libro non è un racconto ma un’intervista, ed evidentemente Hayek non aspettava che quest’occasione per parlare dei fatti di cui è stato protagonista, e che, evidentemente, secondo lui, non erano stati raccontati nella maniera giusta. E così, per merito del giornalista, che ha condotto un interrogatorio di complessive 50 ore, il libro di Bartu è un vero e proprio libro di Hayek, invece che su Hayek. L’avete letto nella puntata precedente: proprietari, banche creditrici ed azionisti volevano disfarsi ad ogni costo di queste due società, diventate vere e proprie voragini di tutte le loro riserve patrimoniali. L’elenco delle famose Maison riunite sotto queste due sigle, un tempo onore e vanto della patria elvetica, tradizionale fonte di onorato lavoro e di tranquillità familiare, ora somigliavano lugubremente all’elenco dei caduti in guerra, alle lapidi esposte nei cimiteri e nei monumenti, additati a mesta memoria. Hayek non si unì al cordoglio nazionale, ed a forza di ben assestati schiaffetti (schiaffoni) ristabilì la circolazione sanguigna di quelle Maison, che poi sono tornare a zompettare più forte di prima. A questo punto mi sono domandato chi, nella fitta schiera di personaggi che nell’ultimo paio di secoli ha trovato una seconda patria in Svizzera, ove ha potuto respirare a pieni polmoni tutta la libertà di questo Paese a democrazia diretta, ha ripagato in maggior misura l’amorevole amplesso di questa madre elettiva. Ovviamente, nelle mie intenzioni, il primo temine di paragone è Nicolas Hayek. L’altro termine di paragone non è del tutto ovvio, ma io non conosco altri che Albert Einstein. Chi, tra i due fu il più elvetico?

L’immortale “Orologiaio Svizzero” di Norman Rockwell (Particolare)

Albert Einstein
Non ho la minima idea di quale personaggio possa contendere ad Einstein il ruolo di uomo più celebre al mondo. Forse l’avrebbe meritato Guglielmo Marconi, con la sua invenzione delle telecomunicazioni. Oggi è normale ricevere nitide immagini riprese dai satelliti in missione ai limiti del sistema solare. È del pari normale che ognuno di noi abbia in tasca un radiotelefonino miniaturizzato con cui comunicare col resto del mondo. Al principio del secolo scorso il “telegrafo senza fili” di Marconi raccoglieva, destando commozione nel mondo, i segnali del Titanic che affondava e della “Tenda Rossa”, ove, attorno al generale Umberto Nobile, sì erano rifugiati i superstiti del dirigibile Italia schiantatosi in missione al Polo Nord. Tutto il mondo onorò Guglielmo Marconi, acclamato dalla stampa internazionale ed ambito ospite di Famiglie Regali, Università e Accademie sparse nel Mondo. Mussolini nominò Marconi Presidente dell’Accademia d’Italia, laddove l’Académie Française aveva respinto Madame Curie, che aveva vinto in proprio due Premi Nobel, ed altri tre con suo marito, con sua figlia e col genero (anche Marconi aveva vinto il Premio Nobel). Ebbene, anche se eleviamo Marconi all’ennesima potenza, rimaniamo ben al di sotto della popolarità frenetica, isterica e parossistica creatasi attorno ad Einstein. Il quale dominava non tanto la stampa specializzata nel settore scientifico, quanto la stampa popolare focalizzata sui divi di Hollywood, di Broadway, del Metropolitan e del Madison Square Garden. Ad un certo momento i personaggi più celebri del mondo furono Charlie Chaplin ed Einstein, che divennero amici strettissimi, ma mentre il pubblico si stringeva attorno a Chaplin perfettamente comprendendone e condividendone, attraverso il muro delle risate, la profonda umanità, un pubblico ancor più numeroso si riversava ad ondate successive su Einstein di cui non capiva neanche una parola. Al limite: Einstein fu invitato a tenere una serie di conferenze in Giappone. Al termine della prima serata si rese conto di essere stato troppo prolisso e di aver annoiato il pubblico che, da parte sua, ascoltava compunto senza dare alcun segno di vita. Decise quindi, per la serata successiva, di accorciare convenientemente la sua conferenza. Ma al termine, fu appellato dalla direzione, presso la quale il pubblico, che aveva pagato caro il biglietto d’ingresso, s’era rivolto indignato perché Einstein, senza preavviso, aveva tagliato l’intrattenimento.

Albert Einstein

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Einstein nacque nel 1879 ad Ulm, capitale del re-gno di Württem-berg, la città di cui si diceva: “Gli abitanti di Ulm sono tutti matematici”. La sua era una famiglia ebrea, impegnata in commerci vari, che ad un certo momento, per opera del papà Hermann (che aveva un’infarinatura tecnico-scientifica) e dello zio Jakob (che era laureato in ingegneria) si trasferirono a Monaco e fondarono una società d’impianti elettrici, a volte in concorrenza con la ben più celebre Siemens. A sei anni Einstein fu iscritto alla Petersschule, una scuola cattolica in cui era l’unico ebreo in una classe di 70 (settanta) alunni. A nove anni passò al Luitpold Gymnasium, dove avevano anche insegnanti di religione specifici per i bambini ebrei. All’inizio Albert fu pieno d’entusiasmo per la religione, al punto di comporre inni sacri lui stesso. Ma a tredici anni comprese che la Bibbia era piena di menzogne, e “perse la fede nella fede”. In compenso sentì rafforzarsi, entro di sé, la propria etnia ebraica, una dedizione ed una fedeltà al proprio popolo, che lo accompagnò per tutto il resto della vita. Contemporaneamente sorse in lui una vera e propria irrefrenabile allergia nei confronti dello “Zwang” il rigore di tipo militaristico, ottuso e costrittivo, che vigeva nell’ambito della scuola. Per lui i professori erano come caporali, e cominciò ad odiarli e a mancar loro di rispetto. Ricambiato da loro che, al solo vederlo seduto in ultima fila a ridere, non potevano reprimere la loro avversione. Gli affari di famiglia andavano bene, e poi male, al punto che decisero di trasferirsi in Italia, a Milano e poi a Pavia, dove fondarono la società Einstein & Garrone per la costruzione e l’impianto di apparecchiature elettriche, lasciando Albert solo a Monaco presso lontani parenti. Quando di anni ne ebbe sedici. Albert non volle compierne diciassette in Germania (per evitare il servizio militare) e fuggì in Italia, dove dichiarò ai genitori che non voleva ritornare mai più in Germania, e che lo aiutassero a ripudiare la cittadinanza tedesca, e ad uscire dalla confessione ebraica. Espresse anche il desiderio di iscriversi al Politecnico Federale di Zurigo e di diplomarsi in Svizzera. Fu consigliato, in attesa di potersi iscrivere al Politecnico, di frequentare per un anno il Liceo-Ginnasio di Aarau. In questa città alloggiò presso la famiglia Winteler, in cui il padre Jost era professore, e disponeva di una figliolanza di sette elementi, distribuiti tra bravi ragazzi ed avvenenti fanciulle. E lì Albert ebbe la prima fidanzata, Marie, di due anni maggiore ed appena diplomata come insegnante elementare. Fu un idillio benedetto da entrambe le famiglie, di lei e di lui. Il loro epistolario è commovente, ma quando l’anno dopo Albert si trasferì a Zurigo per frequentare il Politecnico, voltò le spalle  a questa  relazione e  cadde nelle spire di un  amore insano per

Gregorio Ricci Curbastro

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Mileva Maric, anch’essa iscritta a quell’-istituto. Era costei una ragazza serba, cupa, non bella (anzi…) e, per completare il quadro, claudicante. Non doveva comunque mancare di qualità, perché con lei Einstein andava in un’estasi intellettuale, purtroppo sopravvalutata da molti biografi che giungono ad affermare che il periodo creativo di Einstein durò finché durò quella relazione, e si spense quando quella relazione si spense. Rimane il fatto che i quattr’anni passati al Politecnico (il cui vero nome, celebre in tutto il mondo, è Eidgenossische Technische Hochschule, ETH, che significa Istituto (Poli)Tecnico Federale) sono costellati di episodi ingiustificabili nel comportamento di Einstein. Il suo disprezzo per la classe professorale, il suo menefreghismo, la mancanza di riguardo, le sue esibizioni di indisciplina, potevano essere parzialmente giustificate al tempo del ginnasio Luitpold a Monaco, ove i metodi erano costrittivi, ripetitivi, punitivi etc. Ma come giustificare tali sgarberie in un paese così civile come la Svizzera? Quando conobbi mia moglie svizzera (temporibus illis) mi stupì con i suoi aneddoti sul formalismo elvetico: se una signora di nome, per esempio, Gertrude Kramer passeggiava per la Marktgasse di Winterthur (la città di mia moglie), neanche le amiche la salutavano con un “Tschau (ciiao) Trudy”, bensì sempre con un cerimonioso: “Grüetzy wohl, Frau Metzgermeister”, e cioè: “Buona giornata, signora moglie del mastro diplomato macellaio””. Ebbene, Einstein giunse al punto di chiamare un professore “Herr Mayer” invece che “Herr Professor”. Alle esercitazioni nel laboratorio di fisica veniva dato agli studenti un foglio con le istruzioni di come condurre una determinata esperienza. Einstein lo appallottolava, lo gettava nel cestino e faceva di testa sua. Finché un giorno non provocò un’esplosione che gli ustionò un braccio: per qualche settimana non poté neanche suonare il violino. Tutti riconoscevano che era un genio, ma i professori, ormai, lo odiavano. E poi lui e Mileva erano i peggiori della scuola. Al diploma, Einstein si classificò per un pelo quarto su cinque (con la votazione di 4,9 su 6). Mileva, con quattro punti netti, fu bocciata, come fu bocciata l’anno successivo, quando si presentò all’esame in piena gravidanza. Infatti nel frattempo era successo quel che doveva succedere, ma che fu tenuto assolutamente segreto, e fu scoperto solo quando, molti anni dopo la morte di tutti i personaggi del dramma, nel 1986, da una cassetta depositata in una banca americana non emerse un pacchetto contenente letterine compromettenti e comprovanti. In pratica, l’esistenza di una bambina di nome Lisetta (Lieserl) nata da Albert Einstein e Mileva Maric, di cui nulla (ancora) si sa della sua vita, è stata ignorata da tutto il mondo, ed in primo luogo dai familiari di Einstein, i quali tutti erano schierati a favore dell’angelo Marie Winteler, Dopo il diploma (a quel tempo l’ETH non era abilitato a conferire lauree) era consuetudine che i giovani neodiplomati fossero assunti come assistenti dei professori, cosa che non accadde per Einstein, del quale nessuno voleva sentir parlare. Per mesi e mesi Einstein tempestò di biglietti postali con risposta pagata professori, accademici, istituti, scuole pubbliche e private. Invano, nessunissimo rispose, ed Einstein cominciava ad abbracciare l’idea di trasferirsi in Italia ed impiegarsi nella ditta dei genitori. Ma facciamo un riassunto della situazione: Einstein continuava ad essere un ragazzo sensibile, educato, generoso e timorato. Il suo atteggiamento insolente ed autolesionistico nei confronti dei suoi professori era dettato dalla considerazione, condivisa col più bravo della scuola, Marcel Grossmann, (colui che prendeva appunti accurati e precisi come libri stampati), che quei professori erano incartapecoriti, legati alla fisica del passato ed ignoravano quanto era stato fatto dalle equazioni di Maxwell

Tullio Levi Civita

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in poi. Un altro amico di Einstein fu Michele Angelo Besso, un ingegnere italo-svizzero, anch’esso ebreo, conosciuto a Zurigo ad un concerto. Besso fu il più grande amico di Einstein, era nato sei anni prima e morirono, lontani uno dall’altro, l’uno a Princeton, l’altro a Genova, ma contemporaneamente, nel 1955. I due fecero una vita quasi parallela, ed anche Besso conobbe la famiglia Winteler di Aarau, e sposò Anna, una sorella di Marie, l’angelo ripudiato. Persino Maja, la sorella minore di Einstein, sposò Paul, uno dei giovanotti Winteler. Bene, Einstein si diplomò nel 1900, ed affrontò il nuovo secolo partendo da zero, ma fiancheggiato dai due amici Michele Angelo Besso e Marcel Grossmann. Pubblicò su un giornale un’inserzione in cui offriva lezioni private di matematica e fisica. In questo modo guadagnò due allievi, Conrad Habicht e Maurice Solovine, che dopo un paio di lezioni da allievi si trasformarono in altri due amici, con i quali nacque la “Akademie Olympia”, il luogo dei loro simposi scientifico-filosofici. E tutti e quattro formarono un quadrato magico all’interno del quale Einstein, trovato il suo terreno ideale di coltura, fece partire in decollo verticale tutto il suo potere immaginativo e cominciò a spargere nel resto del mondo un tipo di fisica che, più che una scienza sperimentale, sembrava un’esercitazione di logica del paradosso. Decisivo era stato l’aiuto di Grossmann che, attraverso le conoscenze di suo padre, aveva procurato ad Einstein un impiego presso l’Ufficio Federale dei Brevetti a Berna. Einstein tenne quell’impiego dal 1002 al 1009, ove guadagnava uno stipendio ben più alto di quello di un assistente universitario (carica cui tanto ambiva), in un ambiente di lavoro estremamente cordiale e favorevole, godendo altresì del pieno appoggio del direttore Friedrich Haller, il quale consentiva di buon grado che Einstein, rapidamente disbrigate le pratiche quotidiane, completasse l’orario d’ufficio compilando le sue relazioni scientifiche che inviava alle più accreditate riviste accademiche In tale clima Einstein redasse un saggio sull’effetto fotoelettrico, saggio che non costituisce la sua opera più significativa, ma che gli valse il premio Nobel che guadagnò nel 1921. Il suo annus mirabilis fu il 1905, in cui produsse la sua relazione sull’equivalenza tra materia ed energia, culminata nella formula da tutti conosciuta:

                                                                          E=mc2

(l’energia esplosiva E di un corpo è pari alla sua massa m, moltiplicata per il quadrato della velocità c della luce nel vuoto). Quell’anno apparve anche la sua formulazione della “Relatività Ristretta”, applicabile ai corpi in moto rettilineo uniforme. Da questo momento in poi la fama di Einstein traboccò dalle pareti di quell’ufficio e si diffuse negli ambienti accademici. Plank e Nernst (autore, quest’ultimo, del terzo principio della termodinamica) vennero a conferire con lui, credendo di essere accolti in un ampio salone dal direttore di quell’ufficio, invece che nella stanzetta di un perito di terza categoria. Einstein fu sommerso da offerte di cattedre accademiche, acquisì la cittadinanza svizzera, si sposò con Mileva, abbandonò il proposito di stabilirsi in Italia. Ebbe due figli e tante belle altre cose, ma io voglio assolutamente giungere all’anno 1916, l’anno della formulazione della “Relatività Generale”, non più valida per i soli corpi non soggetti a forze esterne, bensì per tutti i corpi soggetti alla forza di gravitazione universale, e quindi in moto accelerato. Einstein concepì che un corpo non subisse la forza gravitazionale degli altri corpi come un’azione a distanza, bensì come una deformazione dello spazio in cui si vedeva costretto a percorrere traiettorie che…Qui Einstein perse la testa, non possedendo la necessaria dimestichezza con la geometria degli spazi multidimensionali. E qui Besso gli diede grosse ispirazioni, e Grossmann pratici suggerimenti: che si rivolgesse ai matematici italiani, e cioè a Gregorio Ricci Curbastro, ideatore del calcolo differenziale assoluto (che si chiamava, per l’appunto, “Calcolo di Ricci”) e a Tullio Levi Civita, allievo di Ricci e specialista del calcolo tensoriale. Nel 1916 Einstein fu in grado di presentare la sua formula della Relatività Generale nella forma:

                                                              Rhk – ½ ghkR = 8Thk

In cui Rhk è il tensore di Ricci, ghk è il tensore metrico, R è lo scalare di Ricci. Il tensore metrico è la formula matematica che generalizza e sostituisce il teorema di Pitagora per il calcolo della distanza tra due punti in uno spazio-tempo pluridimensionale incurvato. Entrambi i termini a primo membro di questa equazione assommano in sé tutte le informazioni su come la geometria dello spazio-tempo viene increspata e incurvata dalla presenza della materia, mentre il tensore a secondo membro descrive il moto della materia nel campo gravitazionale. Il gioco reciproco dei due membri mostra come la materia incurva lo spazio-tempo, e come questa incurvatura determina il moto dei corpi. I due termini a primo membro, tradizionalmente, vengono sintetizzati in un unico simbolo, Ghk, detto “Tensore di Einstein”. Che Einstein parlasse correntemente l’italiano viene sostenuto come ipotesi logica, dati i suoi periodi, anche lunghi, trascorsi in Italia, e date anche le ottime votazioni scolastiche ottenute nelle varie scuole frequentate. Molte dicerie affermano il contrario, ma nessuno ha mai addotto la prova provata che convalidasse l’una o l’altra ipotesi. Io la prova provata l’ho trovata nell’epistolario di Einstein e Michele Angelo Besso, redatta tutta in tedesco. Besso ricevette una cartolina illustrata catalogata come n. 59 dell’intero epistolario, e n. 44 da Einstein a Besso, da Firenze, con una veduta di Palazzo Vecchio, datata 20 ottobre 1921, città in cui Einstein stava trascorrendo una vacanza. Nella cartolina era scritto: “Siamo qui a Firenze come se niente fosse successo. Domani partirò con Albert per Bologna, dove devo tenere una lezione in italiano, poveretti! Quindi andremo a…..”. Ma avviamoci alla conclusione di questa digressione su Einstein: quando Einstein divenne improvvisamente celebre, fu sommerso da onori ed offerte di cattedre, molte delle quali di livello talmente elevato da comportare automaticamente l’acquisto (o il riacquisto) della cittadinanza. Così quando gli furono offerte cattedre in Germania, riacquistò di buon grado la cittadinanza tedesca, e nei documenti ufficiali, per quieto vivere, si definì ebreo invece che ateo. I paesi in cui ebbe residenza, furono: Germania, Italia, Svizzera, Austria, Belgio. Inghilterra e Stati Uniti. Ebbe le seguenti cittadinanze:

ETH Zurich, il Politecnico di 21 Premi Nobel

Württemberg (1879-1896), apolide (1896-1901), Svizzera (1901-1955), Austria (1911-1912), Germania (1914-1933), Stati Uniti (1940-1955). Nel 1933 Einstein si trovava in USA quando in Germania salì al potere Adolph Hitler, e preferì rimanere in America piuttosto che tornare in Europa ed in Svizzera, di cui pur rimase cittadino fino alla morte. Dal punto di vista accademico il suo curriculum fu il seguente: il 30 aprile 1905 terminò la sua tesi di laurea col professore di Fisica Sperimentale Alfred Kleiner e conseguì il titolo di “Dottore” presso l’Università di Zurigo, da non confondere col Politecnico Federale. In quello stesso anno (il suo annus mirabilis) pubblicò i suoi rivoluzionari scritti sull’ “Effetto Fotoelettrico”, “Il Moto Browniano”, “La Relatività Speciale” e la “Equivalenza tra Massa ed Energia”. Nel 1908 fu annoverato tra gli scienziati di maggior spicco a livello mondiale, e gli fu data una docenza all’Università di Berna. L’anno successivo abbandonò il suo posto all’Ufficio Brevetti ed accettò la cattedra di fisica all’Università di Zurigo. Divenne “full professor” all’Università Karl-Ferdinand di Praga nel 1911. Nel 1914 tornò in Germania essendo stato nominato Direttore dell’Istituto di Fisica Kaiser Wilhelm (1914-1932) e professore all’università Humboldt di Berlino, con l’esenzione dall’obbligo di insegnamento. Divenne membro dell’Accademia delle Scienze di Prussia nel 1916, e Presidente (1916-1918) della “German Physical Society”. Il resto lo sappiamo. E veniamo alla sua vita affettiva: nel 1902 Einstein e Mileva ebbero una bambina chiamata Lieserl, che nacque a Novi Sad dove Mileva si era rifugiata presso la sua famiglia, di cui non si seppe mai più nulla. A gennaio del 1903 Einstein e Mileva contrassero un matrimonio nato sotto i peggiori auspici. Nel 1904 nacque a Berna il loro primo figlio Hans Albert; il secondo, Eduard, nacque a Zurigo nel 1910. Nel 1914 Einstein si trasferì a Berlino, e Mileva rimase a Zurigo con i figli. Nel 1919 fu pronunciato il loro divorzio. Nello stesso 1919 Einstein sposò la sua doppia cugina (di primo grado per parte materna, di secondo da parte paterna) Elsa Löwenthal Einstein, con la quale Einstein, ammise, amoreggiava già dal 1912. Assieme emigrarono in USA nel 1933, ove Elsa morì nel 1936 per affezioni al cuore e al fegato. Ma Einstein ebbe due superdonne che accompagnarono la sua vita al di fuori del matrimonio. La prima fu Helen(e) Dukas (1896-1982), che fu sua segretaria dal 1928 fino alla sua morte. Ed oltre, perché, essendo stata nominata da Einstein sua esecutrice testamentaria, non solo raccolse, ordinò e custodì ogni documento di Einstein in vita, ma dovette curare la trasmissione di tutto il materiale alla Hebrew University di Gerusalemme, erede dell’opera letteraria di Einstein. Quando sarà compiuta, l’opera dovrà comprendere la pubblicazione di 38 volumi, e costituirà, forse, la maggiore impresa editoriale di tutta la storia. Qualche fonte avanza l’ipotesi di una relazione tra Einstein e la Dukas. Spero proprio di sì, e che i due abbiano avuto momenti di meritata felicità. Ma la vera, indicibile e non celata felicità, Einstein la ebbe nel suo ultimo periodo di vita, quando cadde nell’abbraccio di una donna superiore, che le fonti in lingua inglese descrivono come “innamorata”, in italiano nel testo, di Einstein: Johanna Fantova, nata Bobasch (1901-1981). I due si erano conosciuti a Praga nel 1929, in un salotto letterario, poi lei era emigrata in America, ove seguì un corso per bibliotecaria e curatrice all’Università della Carolina del Nord. In America trovò una sistemazione a Princeton e proprio a Princeton, alla cui università Einstein ebbe una cattedra i due si ritrovarono nel 1940, e non si lasciarono mai più. Andavano ai concerti, lui le scrisse poesie, veleggiarono sul lago Carnegie…Lei tenne un dettagliato diario degli ultimi diciotto mesi di vita di Einstein, che assisteva amorevolmente, ed al quale fu l’unica a tagliare la folta criniera bianca. Il suo diario fu scoperto nel 2004, ed è a tutt’oggi inedito. Quelle poche notizie che sono finora trapelate, ci assicurano che Einstein conobbe la vera felicità in questa vita, e quando rese l’anima a Dio, portava con sé il tepore e l’ineffabile dolcezza del vero amore.

Nicolas Hayek, invece…
Indubbiamente, tra tutti gli uomini adottati dalla Svizzera come propri cittadini, il più celebre è Einstein, il quale, però, appena poté, tornò in Germania (1914) ove svolse un’ininterrotta attività accademica fino al 1933, anno in cui in Germania andava al potere il partito Nazionalsocialista di Hitler. Trovandosi in quel momento in America, Einstein si guardò bene dal tornare in Germania, ed ivi rimase per il resto della vita. Il 2 agosto 1939, insieme a Szilard, inviò una lettera al presidente Roosevelt mettendolo in guardia sugli studi di natura atomica in atto in Germania, guadagnandosi così un’eterna riconoscenza da parte dell’America. Ma nel dopoguerra in USA scoppiò il “maccartismo” (dall’americano McCarthyism), e cioè un movimento di indiscriminato e cieco sospetto di filocomunismo che provocò un’ondata di ingiuste condanne e di suicidi. Einstein  fu  indagato perché sosteneva  essere spropositata  la condanna  a  morte dei coniugi Rosenberg. Charlie Chaplin invece fu perseguitato  perché sosteneva che  le madri russe ave-

Nicolas G: Hayek

vano tutto il diritto di piangere i loro figlioli morti in guerra. Eludendo la stretta sorveglianza, Charlie Chaplin  si rifugiò nella sua Inghilterra. Einstein resistette al suo posto, ed io mi illudo che trovò il necessario coraggio nell’abbraccio della Fantova. Einstein fu il più grande combattente per la libertà e i diritti civili. Difese i diritti dei negri americani e nel 1937, il contralto Marian Anderson, che Toscanini nel 1930 in Germania aveva definito come la più grande del mondo, a Princeton per un concerto fu respinta da tutti gli alberghi e trovò rifugio nella casa di Einstein. Nella parte discendente della sua parabola Einstein ha rivestito un ruolo politico maggiore di quello scientifico, ed il popolo ebraico può sempre rivolgersi al suo insegnamento adottandolo come il verbo di un Nuovo Mosè. In una lettera del 25 novembre 1929 a Chaim Weizmann, scrisse: “Dovessimo mostrarci incapaci di trovare una via di leale cooperazione e di onesti trattati con gli Arabi, allora non avremmo imparato nulla durante i nostri 2000 anni di sofferenze” (Albert Einstein Archives 33-411). Pur mantenendosi schierato nell’ambito del sionismo, fino alla più tarda età manifestò riluttanza ad identificarsi con Israele. Alla morte di Weizman gli fu proposta ufficialmente la presidenza di Israele, ma egli la rifiutò. In prospettiva, dunque, Einstein appare contemporaneamente presente in un numero infinito di luoghi, eventi e circostanze. Hayek, invece, approdato in Svizzera dal nativo Libano, è rocciosamente abbarbicato al passato, al presente ed al futuro della sua nuova patria, a tutte le sue glorie e tradizioni, al suo corpo, alla sua anima. C’è, nel libro di Friedmann Bartu, una vignetta che particolarmente lo esilara, che rappresenta una galleria di quadri in cui campeggiano, a mezzobusto, i ritratti di Guglielmo Tell, del generale Dufour, e del generale Guisan. Accanto c’è anche il ritratto di Hayek che, essendo di bassa statura, spunta appena con la fronte dalla base del quadro. Quello che vale, per lui, è quello di essere annoverato tra gli eroi della storia svizzera! L’ho constatato personalmente con un gran numero di immigrati italiani: molti di essi tendono a diventare più svizzeri degli svizzeri. E Nicolas Hayek è l’ipersvizzero per eccellenza. Certo, da quando posi per la prima volta piede in Svizzera (1952), molte cose sono cambiate: è chiaro che, passeggiando per la Marktgasse le ragazze non salutano più la loro amica Trudy con il titolo di “Frau Metzgermeister”. E probabilmente è scomparsa anche quella discrezione che impedisce agli svizzeri di ficcare il naso negli affari degli altri, di domandare quanto uno guadagna e tanto meno propalare questi dati. E c’era una consuetudine strettamente osservata: se un personaggio in vista era messo con le spalle al muro con domande relative ai suoi guadagni e non poteva sottrarsi ad una risposta pertinente, la consuetudine voleva che egli rispondesse con un sorriso soave, e per nulla imbarazzato. “Se proprio volete saperlo, ebbene, ammetto di guadagnare più di un impiegato alle Poste. Probabilmente guadagno più di un direttore di succursale, ma per favore, non paragonate le mie entrate a quelle dei calciatori!”. Se questa barriera di discrezione formale fosse stata ancora vigente, ad abbatterla ci pensò Hayek in persona, quando chiese al consiglio direttivo di stanziare nove milioni di franchi per lanciare Swatch sul mercato americano (vedi le prime due puntate) invece di correre in soccorso della moribonda Omega, ed il consiglio direttivo era reticente. Allora Hayek esclamò: “Bene, li pago io con i soldi miei!”. Al che, come sapete, il consiglio approvò la spesa. Su tre puntate, è già la terza volta che cito questo caso, perché questo è forse l’unico tratto in cui Hayek potrebbe tradire i suoi natali non elvetici. Per il resto non ho mai sentito Hayek parlare di lavoratori svizzeri, di fabbriche svizzere, di tradizioni svizzere, di abilità e competenza svizzere, ma sempre e soltanto di “nostri” lavoratori, di “nostre” fabbriche, di “nostre” tradizioni, di “nostre” abilità e competenze. È per questo che Hayek, in ogni classifica di popolarità in Svizzera, surclassa ogni avversario, a cominciare proprio da Einstein. Sono migliaia e migliaia le persone in Svizzera che possono affermare: “Grazie ad Hayek sono riuscito, ho potuto, ho salvato…”. Come Brenno gettò la sua spada su un piatto della bilancia, così Hayek gettava il suo danaro sul tavolo di una trattativa per far girare l’ago da una parte o dall’altro, mai per sfoggio di potere e ricchezza, mai per tornaconto personale. Si può dire che il suo tornaconto personale era il tornaconto collettivo: un’impresa andava intrapresa quando prometteva non una vantaggiosa liquidazione o un aumento dei profitti a scapito della controparte, bensì una significativa creazione di nuovi posti di lavoro, ma anche il salvataggio di vecchi posti di lavoro messi a repentaglio. Quando queste prospettive erano concrete, non esitava ad investire il suo danaro. E quando lo investiva in imprese troppo audaci da non essere immediatamente comprese dagli osservatori, per esempio una cinquantina di milioni di CHF nel rilevamento di certi impianti, non mancavano gli amici, tra cui personaggi di spicco nel mondo della politica, della finanza, dell’industria e del commercio che lo apostrofavano così: “Hayek, sei diventato pazzo! Perderai tutto il tuo patrimonio!” Al che egli, uscendo dal consueto tradizionale riserbo svizzero, rispondeva: “Nossignori! Anche se perdessi 50 milioni non ci piangerei sopra. Essi non sono neanche la metà del mio patrimonio”. E così possiamo iscrivere nella storia il nome di Nicolas G. Hayek come il più prudente tra gli audaci e come il più audace tra i prudenti. Dopo aver determinato i grossi investimenti sulla marca Swatch invece che su Omega, le banche proprietarie delle società ASUAG e SSIH pensarono di vendere ad Hayek l’intero pacchetto: “Tu sei ricco, Hayek, comprati la baracca con tutti i burattini”. Cosa che Hayek fece di buon grado, come d’altr’onde tutti si aspettavano. Tra le domande poste ad Hayek dal giornalista Friedeman Bartu nel 2005, ci fu anche questa: “Non si pente di aver acquistato solo il 51% del gruppo, invece che l’intero pacchetto azionario?” “Sì, sarebbe stato meglio. Io possedevo i  due  terzi del danaro  necessario per  compiere quell’

Nayla Hayek, novella imperatrice dell’orologeria mondiale

operazione, e qualsiasi istituto di credito era più che ansioso di prestarmi il resto. Ma io, nel corso della vita, non ho mai voluto indebitarmi a nessun titolo. D’altra parte le banche proprietarie di ASUAG e SSIH non volevano darmi più del 51%, ben sapendo che, se il mio intervento avesse avuto successo, avrebbero incassato molto di più vendendo le loro azioni in Borsa”. E possiamo così concludere il confronto tra Einsten e Hayek. Einstein è un astro al di fuori e al di sopra della nostra Terra, che fu svizzero perché questo paese alpino è sulla strada tra la Germania e l’Italia. Hayek venne tra noi perché “volle” essere svizzero. Al contrario della evanescente figliolanza di Einstein, la quercia degli Hayek è ben radicata sul suolo elvetico. Se Hayek da solo ha riportato in vita il ruolo dell’ “orologiaio svizzero” nel mondo, la figlia Nayla, il figlio Nicolas Jr, ed il nipote Marc danno la garanzia che questo ruolo durerà un bel po’ di tempo ancora. (Segue)