Storia di Piaget: 1a parte

Di Marino Mariani

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Ancora una volta devo fare un (brevissimo) richiamo alla mia storica spedizione conoscitiva compiuta nell’estate del 1980, presso i maggiori orologiai e gioiellieri delle città di Lucerna, Zurigo e Winterthur. A quel tempo ancora non possedevo la cittadinanza svizzera, però, con lo zelo dei principianti, mi mostrai più svizzero degli svizzeri nella ricerca non tanto di un orologio buono e conveniente, ma di ciò che rappresentasse addirittura la quintessenza dell’elveticità. Ne venne fuori una sorta di piccolo “Gotha” dell’orologeria svizzera che annoverava, in ordine alfabetico, i seguenti cinque nominativi: Audemars Piguet, International Watch Company (IWC), Patek Phlippe, Piaget, Vacheron Constantin. E basta! Chi ha seguito in miei articoli, ormai saprà che questa lista così esclusiva non rappresenta una classifica di merito, benché sicuramente annoveri teste coronate unanimemente riconosciute, ed anzi presenta due evidenti, seppur apparenti, anomalie: l’inclusione dell’IWC, che non affonda le sue radici nello storico artigianato franco-svizzero del Jura, ma rappresenta un tentativo di invasione industriale americana sulle rive del Reno, in prossimità delle cascate di Sciaffusa, per sfruttarne la forza motrice necessaria per muovere le macchine utensili importate da oltre atlantico. Se ben ricordate, sotto certi aspetti l’IWC assomiglia all’americana Hamilton, che fabbricava orologi di grande precisione sfruttando un modernissimo macchinario sempre in linea con il progresso tecnico, in contrapposizione con le più celebri Maison europee che sfruttavano l’incomparabile abilità artigiana dei cantoni svizzero-francesi, e gli orologi li fabbricavano praticamente a mano. Ma nonostante questa anomalia, accompagnata da grosse sventure finanziarie iniziali, l’IWC divenne, con il marchio di qualità “Probus Scafusiae”, l’onore e il vanto prima del-

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la città e del cantone omonimi, e poi di tutta la Svizzera tedesca, che, in tal virtù, era orgogliosa di rappresentare un polo orologiero distinto da quello atavico di Ginevra. Nel corso degli anni ho avuto anche la sensazione che l’inclusione dell’IWC nel piccolo Gotha fosse proprio dovuta ad un certo campanilismo di marca nord-orientale. Io, comunque, a seguito di quella inchiesta, comprai per me e per la mia famiglia proprio l’IWC… e me ne vanto! L’altra evidente anomalia è l’esclusione del marchio Rolex, che più svizzero non potrebbe essere. Il motivo dell’esclusione sta, forse, nel fatto che tale marchio è prevalentemente dedito all’esportazione, e nel resto del mondo rappresenta la più celebre e stimata Maison elvetica, mentre all’interno rappresenta l’oggetto maggiormente agognato da parte… dei turisti! Io stesso, in tutti questi anni, ho avuto la netta impressione che la quantità di cittadini elvetici che, in patria, acquistano un Rolex, costituisce una piccola minoranza rispetto agli acquisti effettuati da visitatori esteri. Ma, come vi avevo detto, il piccolo Gotha ha rappresentato per me un inizio ed un incitamento, un affascinante filo d’Arianna che ora finalmente giunge al suo termine, facendoci conoscere l’ultimo componente del patriottico quintetto svizzero. La casa che finora mancava all’appello è la Piaget

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La Riviera delle Fate
Nel blasone del villaggio di Côte-aux-Fées, il luogo natale di Maison Piaget, cam-peggia una pecora rampante, e quindi, prima che arrivassero le fate, il sito doveva essere una sorta di santuario degli armenti. Come si giunse all’avvicendamento? Pare che la popolazione locale le pecore le chiamasse non “Mouton” o “Agneau”, bensì col nome dialettale di “Fayes”, e quindi, ineluttabilmente, la Côte-aux-Fayes si trasformò in Côte-aux Fées per via puramente linguistica, senza che le pecore fossero messe al bando e senza che il paese fosse invaso da fate guerriere. Ma entrambe le creature meritano di simboleggiare la località, le une per la mansueta laboriosità, le altre per i lampi della fantasia. Con ciò realizzando la sintesi dell’arte orologiera stessa, il connubio tra la manifattura di precisione e la creatività artistica. E gli orologi Piaget combinano la perfezione funzionale con le tecnologie più avanzate, e vengono ammirati, desiderati ed acquistati come gioielli. La storia della Côte-aux-Fées e della Maison Piaget ricalca quella della maggior parte dei villaggi giurassici e degli artigiani manifatturieri ivi stabiliti: si tratta di una regione, a ridosso del confine francese, fatta di valli parallele strette, profonde e lunghe, praticamente isolate l’una dall’altra e dal resto del mondo. L’inverno obbliga ad integrare l’economia agricola con l’artigianato familiare, e quindi, nei secoli precedenti la Riforma Luterana, questi paesi erano tradizionali produttori di una congerie di oggetti, arredi e corredi sacri: immagini della Beata Vergine Maria, tabernacoli, ostensori, specchi, cornici e paramenti sacri. Ma la Riforma Luterana, cioè l’avvento del Protestantesimo, l’afflusso degli Ugonotti (i perseguitati dal Re di Francia, e la predicazione di Zwingli e Calvino, misero al bando l’industria degli oggetti sacri, tacciati di idolatria, ed imposero una nuova morale, più solerte e creativa

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(cioè meno bigotta). L’artigianato familiare si spostò dal settore ecclesiastico a quello meccanico e tessile. AllaCôte-aux-Feés si formano due partiti: gli uni fabbricano ruote dentate, suonerie e scatole musicali, perni, quadranti e lancette, gli altri ricamano meravigliosi merletti. E così, la trasformazione iniziata alla fine del ‘500, si completa nella seconda metà dell’800, quando la nostra Riviera delle Fate si consacra come centro di produzione orologiera soppiantando completamente il commercio dei merletti, e tutto il Jura Elvetico diventa una vasto laboratorio di operai altamente specializzati che, individualmente o aggregati, lavorano instancabilmente assicurando il rifornimento delle fabbriche di Ginevra, capitale indiscussa dell’orologeria. Questo tipo di suddivisione del lavoro portava alla produzione di orologi da polso, da tasca, da parete e da pavimento a partire dai “pièces briseès”, cioè dai componenti separati in cui ciascuna officina era specializzata. Ma attorno al 1870 scoppia una crisi provocata dalla concorrenza americana. Siamo proprio negli anni in cui, come si legge nella storia della IWC, Florentine Ariosto Jones giungeva dagli USA per tentare l’industrializzazione del Jura (in un secondo momento decise di stabilirsi a Sciaffusa, dall’altra parte della Svizzera). Sembrava che nulla potesse resistere alla spinta della meccanizzazione e della produzione in serie, e gli orologiai svizzeri furono costretti ad una radicale riorganizzazione della loro attività. Ma tale processo colpì solo marginalmente i marchi più prestigiosi, che continuarono a basarsi sui laboratori specializzati onde assicurare alla propria produzione un inarrivabile livello di qualità. E, paradossalmente, gli artigiani maggiormente specializzati consolidarono le loro posizioni, poiché il loro frazionamento casalingo gli consentiva di mettere a frutto tutti i vantaggi della flessibilità e rinverdire la fama della loro qualità. Essi divennero il perno attorno al quale ruotava l’innovazione tecnica ed estetica, mentre la produzione corrente si concentrava nei grossi opifici. Nel bel mezzo di questo specifico contesto economico e sociale, Georges Edouard Piaget, all’età di appena diciannove anni, fondava nel 1874 la Maison che porta tuttora il suo nome.

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I segreti del mestiere
Essendo il nome Piaget molto diffuso nella zona di Côte-aux-Fées ed in tutto il cantone di Neuchâtel, ed essendo l’orolo-geria un’attività tipica del luogo, non ci sarebbe da meravigliarsi che ci siano stati altri orologiai Piaget ben prima del 1874. Ed infatti il museo della Maison raccoglie quattro orologi firmati Piaget, fabbricati tra il 1820 ed il 1836, prima della fondazione della ditta, probabilmente da parenti di Georges Piaget stesso. Il quale da fanciullo sognava un avvenire di viaggi ed avventure in America e nel Canada, ma poiché non disponeva dei fondi necessari, dové adattarsi alle esigenze della vita quotidiana. E venne così a fare un apprendistato nel piccolo laboratorio d’orologeria Bayard, in cui s’impadronì dei segreti del mestiere. Tra le varie soluzioni tecniche, optò per lo scappamento a leva che, accanto agli indubbi vantaggi qualitativi, gli offriva il destro di sviluppare movimenti assai sottili, esteticamente molto attraenti. La sua officina produsse subito eccellenti risultati. Nel 1911, quando dovette abbandonare il vecchio laboratorio per alloggiare il suo numeroso personale in più ampi locali, si era già conquistata una chiara fama presso i maggiori orologiai di Ginevra. Piaget ed i suoi successori s’erano specializzati nella fabbricazione di movimenti completi, e persino di orologi finiti, sui quali le grandi marche incidevano il proprio nominativo. Lavorava con umiltà e nel più completo anonimato, e per decenni la Casa Piaget rinunciava a firmare i suoi orologi e i suoi movimenti. Nel 1855, Georges, che nel 1881 aveva sposato Emma Bünzli, aveva quattro figli di cui tre maschi: un inizio promettente per una florida figliolanza, che alla fine assommava a quattordici unità. Com’era usanza dei tempi, i quartieri abitati (al piano inferiore), ed il laboratorio (ben illuminato nei piani superiori), alloggiavano sotto lo stesso tetto, e tutti vivevano e lavoravano insieme. Nel 1911, dunque, l’attività era in pieno sviluppo ed i locali divennero insufficienti, ed il laboratorio si dovette trasferire. Nel Jura Elvetico vige una ferrea legge: il talento fa agio sul lignaggio (cioè sui diritti di primogenitura), per cui, in quello stesso anno, Georges, all’età di cinquantasei anni, decise di lasciare gli affari e scelse, come suo successore, il quartogenito Timothée, il più abile di tutti i fratelli nell’arte orologiera. Contemporaneamente la ditta si trasformò in una società che comprendeva Georges stesso, suo fratello William, Timothée e i suoi due fratelli maggiori Edouard e Georges.

 

.            Piaget Callibro 600P: Tourbillon più sottile del mondo

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La Maison spicca il volo
Nell’intervallo tra le due guerre mondiali, il piccolo laboratorio di Georges Piaget (che morì nel 1931 a settantasei anni) era diventato una tra le maggiori compagnie, seppure ignorato dal grosso pubblico, e Ginevra non era più la bella addormentata sulle rive del lago Lemano, bensì una metropoli internazionale sede della Società delle Nazioni (che dopo la Seconda Guerra Mondiale divenne l’ONU) e di notevoli attività economiche e finanziarie. A partire dal 1920 cominciò un’intensa vita sociale, con eventi destinati alla società elegante organizzati attorno alle nuove istituzioni, e sotto il crescente influsso di autorità politiche. Orologi e gioielli, per i quali Ginevra era da sempre rinomata, attraevano l’alta società internazionale, e le amene passeggiate attorno alle rive del lago brillavano per le vetrine ricolme delle collezioni in oro, diamanti e pietre preziose. La famiglia Piaget spesso si recava a Ginevra per incontrare i clienti più importanti, tra cui primeggiavano i nomi più famosi degli orologiai e dei gioiellieri accreditati presso le corti di tutto il mondo. Fu forse Timothée il primo a fantasticare di fronte alle vetrine da cui occhieggiavano orologi trasformati in gioiellli? Comunque, alcuni anni dopo, il vecchio laboratorio di Côte-aux-Fées si trasforma in una delle più celebrate fucine di orologi… gioiello Ma nel 1945, quando termina la Seconda Guerra Mondiale, e quando l’Europa si trova di fronte ad una prorompente ripresa economica, Timothée passa la mano alla terza generazione dei Piaget. Al pari dei suoi prolifici predecessori, anche egli ha una bella progenie: dodici figli, due dei quali, ciascuno nel proprio campo, ebbero modo di dispiegare il loro genio, quello che avrebbe portato la Maison Piaget a primeggiare sulla scena internazionale. Gérald, forte dei suoi solidi studi in affari e finanza, divenne l’ispiratore delle strategie di mercato della Piaget. Aveva viaggiato in lungo e in largo ed era felicemente riuscito a stabilire un’importante rete di relazioni con i suoi futuri clienti e distributori. Fu nominato Direttore della Società nel 1944, e Presidente nonché Direttore Amministrativo nel 1945. Valentin era il tecnico esperto, l’orologiaio che, pur seguendo le orme del nonno, sviluppò un genio creativo che era del tutto suo, un dono di natura che non si poteva né ereditare né traasmettere. Nel 1940, allorché la nuova generazione s’aprì a nuove idee e a più arditi progetti, la famiglia Piaget cominciò a firmare i propri orologi. Dopo sessantasei anni, questa non era certamente una decisione prematura o azzardata, e d’allora il passo della Maison cominciò ad assumere un ritmo accelerato. Il 1945, l’anno in cui Timothée passava lo scettro a Gérald (che era assistito da Valentin come Direttore Vicario e da Camille Pilet (come Direttore alle

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Vendite), vide anche l’inaugurazione di un nuovo e più vasto laboratorio nel villaggio della Côte-aux-Fées. Tanto grande da consen-tire la fabbricazione di orologi d’avanguardia, e nel villaggio nessuno s’era mai sognato di veder sorgere una costruzione di tale grandiosità: questo impianto ultramoderno era progettato per accogliere non meno di duecento operai specializzati, molto più di quanto il villaggio potesse offrire, a quei tempi.

La via dei trionfi
“Lusso e precisione” era il motto scelto dalla famiglia Piaget, a partire dal 1942, per le prorpie creazioni. A quel tempo, gli orologi fabbricati e firmati dalla Maison Piaget erano troppo pochi per giustificare la stampa di un catalogo vero e proprio. Sin dall’inizio era ovvio che Gérald e Valentin puntavano dritti alla vetta della produzione orologiera, tanto in termini di qualità, quanto per ciò che concerne la categoria di prezzo. E nonostante che i competitori di Piaget, fino alla fine degli anni ’50, riguardassero tale politica come francamente suicida, in realtà si rivelò come coraggiosa e previdente. In quel periodo di tempo si verificarono due eventi cruciali, tali da determinare un punto di svolta nella storia della Maison, ed atti a giustificare in pieno la politica scelta dai due fratelli. Il primo evento era costituito dalla creazione, nel 1956, e dalla successiva presentazione alla Fiera di Basilea del 1957, del calibro 9P, il più sottile movimento meccanico dell’epoca. Il suo progetto e la sua fabbricazione sono interamente dovuti alla luminosa intelligenza di Valentin Piaget, e da un giorno all’altro il mercato ne risultò completamente rivoluzionato, specie quello degli orologi per signora. A quel tempo, mentre le donne cercavano orologi leggeri ed aggraziati per mettere in evidenza il loro polso sottile, ciò che il mercato offriva erano ingombranti mostruosità in cui le rotelle del movimento erano distribuite in due strati per adattarsi alla cassa di piccolo diametro. Il calibro 9P rendeva possibile uno stupefacente incremento delle dimensioni del quadrante senza aumentare l’ingombro ed il peso dell’orologio. Le donne corte di vista (e la maggior parte della clientela femminile doveva esserlo, dato il prezzo di questi orologi…) applaudirono entusiasticamente questa sensazionale innovazione. E mentre il laboratorio rimaneva nel villaggio nativo dei Piaget, dove la tradizione in meccanica fine garantiva l’eccellenza del grado di fabbricazione, i due fratelli stabilirono il loro showroom nella cosmopolita metropoli di Ginevra, al numero 40 di Rue du Rhône, in uno dei quartieri più prestigiosi della città. Lo showroom fu inaugurato il 15 giugno del 1959 ed ebbe l’effetto immediato di proiettare alle stelle il marchio Piaget, e l’onda del successo continuò a durare per tutti gli anni ’60.

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