Storia di IWC: 1a parte

Di Marino Mariani

.                                           .Cascate del Reno a Sciaffusa ritratte attorno all’anno 1900

Diversi anni fa, scrissi quest’articolo in tre puntate per la rivista Chrono World, e con vero stupore il mio amico Luciano Zambianchi, nel corso di sue ricerche su internet, l’ha ritrovato su un sito in cui veniva premiato dai lettori con il punteggio di cinque stelle su cinque. Quella del mio primo acquisto d’un orologio costoso, in condizioni romanzesche, è una storiella che, in vari contesti, avevo già servito, opportunamente riscaldata, più volte sulle colonne di Chrono World, per cui, in questa riedizione, avevo chiesto scusa al mio pubblico affezionato. Negli ultimo vent’anni molte cose sono cambiate, ma non la storia del mio acquisto, né la storia delle origini della maggiore marca prodotta nella Svizzera Tedesca. In compenso s’è trovata una fotografia del misterioso fondatore.

 

.    .”Grande Complication” di Manfred Fritz: il libro guida

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Cari lettori, quando avrete letto le prime righe di questo articolo, resistete alla tentazione di voltare pagina e passare oltre: inizio, è vero, con una vecchia storia che vi ho narrato diverse volte, ma questa volta c’è un’importantissima ed inattesa variante, che certamente vi divertirà. La vecchia storia è sempre quella dell’estate del 1980: mi trovavo a bordo della mia Alfetta 2000, avevo da poco varcato il confine svizzero con l’intento di farmi un mesetto di vacanza in territorio federale, quando mi accorsi di non avere più al polso il mio orologio, di cui non ricordo neanche la marca, e che, dopo molti mesi, riemerse spontaneamente dall’interno della vettura, mentre aveva eluso ogni mia affannata ricerca. Ero solo, perché mia moglie aveva deciso d’andare in crocera, e da solo mi toccò prendere la decisione di comprarmi un nuovo orologio. Se si pensa che proprio quell’anno festeggiavo il 25simo anno di matrimonio, si dirà che avevo l’età per prendere tale decisione, ma in famiglia avevamo l’abitudine di scegliere insieme ogni acquisto d’un certo valore, e quindi iniziai le mie ricerche carico di dubbi e d’incertezze. Mi trovavo nel cantone di Lucerna, il cui capoluogo è una vera capitale del turismo mondiale, il che significa che le sue vie sono un’incomparabile, unica, immensa e scintillante vetrina di gioiellieri ed orologiai. Se avessi avuto una piccola idea di ciò che volevo, avrei potuto risolvere la questione in una mattinata, ma di quello che volevo non avevo la minima idea. Marche d’orologi da me conosciute? Mio padre aveva uno Zenith automatico, in casa c’era anche un Longines. E poi, altri nomi da me conosciuti, erano Omega, Eterna, l’Alpina di mio suocero e…basta! E poi sorse anche la questione della spesa: secondo me un buon orologio in acciaio non avrebbe dovuto costare più di cento franchi, che a quel tempo saranno valsi sulle 50-60 mila lire. Ebbene, poiché questa storia già l’ho raccontata, saltiamo alle conclusioni: per effettuare la mia scelta impiegai diverse settimane: in fondo era un divertimento inerpicarmi tra i boschi montani di Engelberg la mattina, e poi scendere in città a fare il riccone nei negozi più lussuosi. Non solo setacciai tutti i negozi di Lucerna, riempiendomi di cataloghi e listini, ma feci puntate anche a Zurigo e a Winterthur, e questo per dire che la mia indagine fu veramente completa, ed i risultati veramente attendibili: i negozianti non mi riempivano la testa con centinaia di modelli. Poiché non mi presentavo come turista, bensì come fervido aspirante ad un acquisto profondamente ed incondizionatamente “elvetico”, essi furono unanimi nel confidarmi il loro Gotha della vera ed esclusiva nobiltà svizzera: Audemars Piguet, IWC, Patek Philippe, Piaget e Vacheron Constantin, in rigoroso ordine alfabetico. Non si tratta di una vera e propria classifica di merito: di orologi buoni o buonissimi ce ne sono molti di rispettabilissima marca al di fuori di questo ristretto florilegio, ma la tribuna d’onore rimane comunque riservata a questi nomi. E quali furono le conclusioni? Alla fine acquistai un IWC modello “Yacht Club II” in oro e acciaio al prezzo di 3.600 franchi, che oltre a piacermi istintivamente, mi veniva da più parti caldeggiato. Nel corso di quello stesso anno 1980 comprai l’identico modello, versione femminile, per mia figlia, e quello in oro massiccio (compreso il bracciale), per mia moglie. Come dissi, in effetti avevamo il 25simo anno di matrimonio da festeggiare. E veniamo all’inaspettata e divertente variante di questo racconto.

.                              .Recenti ampliamenti e migliorie negli edifici IWC a Schaffhausen

Origini
Può darsi che se avessi svolto la mia inchiesta nei cantoni occidentali di lingua francese, dove c’è Ginevra e la Vallée de Joux, assieme al 90% dell’-industria orologiaria elevetica, i risultati sarebbero stati alquanto differenti, almeno in un punto specifico, e cioè nella bea-tificazione di IWC che, avendo sede in Sciaffusa, nella Svizzera nord-orientale, gode dell’incondizionato appoggio dei cantoni tedeschi della Svizzera interna. Ma si tratta di sottigliezze: i cantoni tedeschi rappresentano la stragrande maggioranza dell’etnia svizzera, ed hanno ogni titolo per parlare a nome dell’intera nazione. Ebbene, avendo acquisito tanti titoli nobiliari alla borsa valori del Gotha svizzero, potete immaginare il mio stato d’attesa quando, nella mia serie di profili aziendali delle più famose marche mondiali, è venuto il momento della International Watch Company, la maison svizzera di cui mi sento azionista onorario. Ebbene, vi dico subito che la prima impressione, alla lettura del libro di Manfred Fritz sulla “Grande Complication” e sulla storia della IWC (disponibile anche in italiano, Edition Stemmle), è stata quella di una profonda delusione. Niente di simile alle origini “eroiche”, ed anche aristocratiche, di Breguet, Vacheron Constantin, Patek Philippe. D’altra parte, anche le famiglie Colonna e Torlonia, prima di diventare roccaforti della nobiltà pontificia, erano dedite al brigantaggio! Nel caso di IWC, il fondatore viene dall’America con l’intento di compiere un’operazione molto simile a quelle che, ai miei tempi, venivano chiamate, appunto, truffe all’americana. Non ci riesce, e fallisce. Il suo successore, anch’egli americano, fugge con la cassa… E per fortuna il finale è a lieto fine! Ma veniamo alla storia vera, come viene ricostruita nel libro di Manfred Fritz. Quale fu il primo passo? Nel 1867-68 l’orologiaio americano Florentine Ariosto Jones, dopo aver lavorato a Boston presso le fabbriche E. Howard Watch & Clock e G.P.Reed, parte per la Svizzera. Il giovane americano di 27 anni non aveva preso la sua decisione alla leggera: prima aveva svolto, come si direbbe oggi, un’accurata indagine di mercato sulle possibilità d’insediamento e sviluppo in Europa. I risultati di questa ricerca lo avevano convinto che sarebbe stato economicamente interessante, ed assai stimolante da un punto di vista tecnico, combinare due dimensioni produttive ideali per il settore orologiero: la competenza americana in fatto di meccanizzazione e l’accuratezza svizzera per le lavorazioni d’alta precisione, già allora leggendaria in America. Fu dunque così che F.A.Jones, insieme all’amico e stretto collaboratore Charles Kidder, giunse – probabilmente a cavallo del 1867-68 – nella Svizzera Occidentale, con l’intenzione di meccanizzare l’industria orologiera del Giura, a quell’epoca basata prevalentemente su lavorazioni manuali, e quindi piuttosto “arretrata”, secondo i criteri americani. È facile immaginare come questo progetto causasse ovunque gravi preoccupazioni, per l’implicita minaccia ai posti di lavoro nel settore orologiero. Un giorno, sempre alla ricerca del modo adeguato per realizzare i suoi piani imprenditoriali, Jones incontra – probabilmente a Ginevra – l’orologiaio e industriale Johann Heinrich Moser. Costui, attivissimo nipote dell’orologiaio di Sciaffusa Erhard Moser, aveva appena ultimato nella sua città natale la costruzione di un costoso impianto idraulico sul Reno, in grado di fornire energia meccanica a diverse aziende, tramite enormi cinghie di trasmissione. Con questa prospettiva Heinrich Moser convinse l’americano a dar vita alle sue idee nella Svizzera nord-orientale, e cioè a Sciaffusa anziché nel Giura. Nasceva così, nel 1868, la “International Watch Co., Schaffhausen, New York” insediata inizialmente in alcuni locali e laboratori presi in affitto e collegati alla rete di distribuzione dell’energia idraulica. Qui il signor Jones installò la maggior parte delle macchine per la produzione di componenti d’orologi, che aveva fatto arrivare dagli Stati Uniti. Riguardo al preciso anno di nascita della ditta, le ricerche svolte in occasione della compilazione del libro storico sulla IWC, pubblicato nel 1986, avevano convinto gli autori ad accettare come prova dell’anno di fondazione 1869 il certificato emesso dal Controllo Residenti. Una deduzione che oggi non è più sostenibile alla luce di nuovi reperti: recentemente la IWC è venuta in possesso di orologi con “calibro Jones” recanti l’indicazione dell’anno di produzione 1868. L’autenticità delle sigle è stata scrupolosamente accertata.

Il "Calibro Jones

.                .Il “Calibro Jones” reca la data di nascita “1868”, Click per ingrandire. (Antiquorum)

Truffa all’americana
L’indicazione fornita da questo materiale viene indirettamente confermata anche da un’inserzione, pubblicata nel 1874, nella quale si offrono azioni per una società da costituire. Il documento riporta: “Dopo essersi personalmente dedicato ad un esame approfondito dell’orologeria americana e svizzera, il signor F.A.Jones, già direttore della fabbrica d’orologi F. Howard Watch Co.’s Movements di Boston & New York, ha iniziato sei anni or sono la costituzione di una fabbrica meccanizzata per la produzione di orologi a Sciaffusa…”. Facendo un semplice calcolo, risulta chiaro che l’anno di fondazione è il 1868. Jones aveva probabilmente bisogno di ampliare la sua base economica per poter continuare con successo le sue attività imprenditoriali. Ma ciò che mi ha fatto balenare l’idea della “truffa all’americana” è un curioso annuncio pubblicitario apparso sulla rivista americana “The Watchmaker and Jeweler” nel maggio 1873, che mostra un imponente stabilimento di Sciaffusa con l’insegna “International Watch Co., United States”. Naturalmente questo ciclopico edificio era del tutto inesistente. Nel testo sottostante si leggeva: “La International Watch Co., allo scopo di unire gli eccellenti sistemi meccanici americani alla più alta abilità artigianale svizzera, ha fondato la propria manifattura di orologi a Sciaffusa, Svizzera, ed è ora pronta a commercializzare orologi affidabili con tutti i vantaggi della perfezione meccanica, nonché artisticamente rifiniti…”. Venivano poi reclamizzati anche i grandi pregi del nuovo sistema di carica a corona, al quale Jones aveva lavorato quando era alle dipendenze di Howard a Boston, e che a quei tempi cominciava a sostituire lo scomodo caricamento a chiavetta negli orologi da taschino. Se lo stabilimento IWC, raffigurato nell’illustrazione dell’annuncio, esisteva solo nella fantasia di F.A.Jones, nondimeno il testo dell’inserzione, che si rivolgeva al mercato americano, esprimeva con molta chiarezza gli intendimenti dell’azienda: produrre orologi che offrissero sia i più moderni ritrovati tecnici dell’epoca, sia la proverbiale accuratezza artigianale dell’antica ed esperta orologeria svizzera. La brillante idea avuta da Jones, di conquistare il vivace e ricettivo mercato americano con un prodotto che recasse l’impronta della qualità svizzera, fu però duramente ostacolata dal governo di Washington, che per molti anni si rifiutò di abbassare gli esorbitanti diritti doganali stabiliti nel 1864, al tempo della Guerra di Secessione, ed applicati anche sull’importazione di orologi. Ben il 25% del valore di ogni IWC che entrava in USA finiva nelle casse dello Stato.

Gli “americani” fasulli”
Inoltre, nello stesso periodo, anche i fabbricanti americani cominciavano ad imparare la costruzione di orologi da taschino di miglior qualità. Perciò Jones e la sua IWC si trovarono a dover combattere su due fronti: da un lato contro le elevate tasse d’importazione americane che annullavano i vantaggi del minor costo della mano d’opera in Svizzera; dall’altro contro la temibile concorrenza dei produttori locali. Si verificò, poi, una terza circostanza sfavorevole: alcuni importatori americani di pochi scrupoli, cominciarono a distribuire, negli Stati Uniti, ingenti quantitativi di orologi molto scadenti provenienti soprattutto dall’Inghilterra e dalla Svizzera, camuffandoli con nomi americani puramente inventati, o addirittura con nomi di orologi esistenti, prodotti sul mercato locale. Questi orologi di terz’ordine, ben presto scoperti e messi al bando come “fake americans” (americani fasulli) minarono il buon nome dell’orologeria europea negli Stati Uniti. Proprio Mr Jones, l’americano di Sciaffusa, divenne la vittima innocente di questa situazione, a dispetto del proposito con cui aveva fondato la sua azienda in Svizzera: quello di stabilire un nuovo standard qualitativo, unendo i moderni metodi di produzione alla tradizionale precisione elvetica. La IWC, che in quegli anni indirizzava la sua produzione esclusivamente al mercato americano, dovette così registrare un preoccupante regresso. Le cifre di quel periodo parlano chiaro: l’esportazione di orologi svizzeri negli Stati Uniti – 366.000 unità nel 1872 – era scesa quattro anni più tardi a soli 65.000 esemplari.

.                    .IWC dispone dei ricambi d’oltre un secolo fa

Addio, Mr Jones
Si delineava così la prima crisi finanziaria della IWC, ormai trasformatasi in società per azioni con propria sede in un moderno edificio nella Baumagartnerstrasse di Sciaffusa, in cui è installata anche una macchina a vapore per la forza motrice. In questa situazione già precaria, Jones stipula, senza informare il consiglio d’amministrazione, un contratto per la fornitura di 9.000 orologi all’anno ad una ditta svizzera di La Chaux-de-Fonds. I prodotti, invece della marca IWC, recano nomi di fantasia come “Greenleaf” o “Stuyvesant”. A parte il fatto dell’insufficienza di tale misura d’emergenza nel risanamento dell’azienda, il comportamento di Jones incrina il suo rapporto di fiducia con gli altri soci. Dopo sei anni dal suo arrivo a Sciaffusa, quando la IWC è costretta a dichiarare fallimento, Jones se ne torna in America, lasciandosi dietro una fabbrica moderna e completa, creata e portata avanti nonostante le molte avversità. Numerose innovazioni e brevetti portano la sua firma e quelle dei suoi molti collaboratori, soprattutto riguardo ai dispositivi per la regolazione di precisione della marcia, a quell’epoca punto focale degli sforzi del settore per migliorare la qualità dell’orologio. Già a Boston Jones aveva partecipato all’invenzione della carica a corona, introducendo poi questa innovazione negli orologi da taschino prodotti a Sciaffusa. Una caratteristica del cosiddetto “calibro Jones” di quei tempi è la racchetta eccezionalmente lunga per la regolazione di precisione del gruppo oscillante, che garantiva una qualità eccellente. È molto probabile che, una volta risolte le problematiche aziendali, il nostro americano sarebbe riuscito a concretizzare l’ambizione comune ad ogni orologiaio: produrre orologi da taschino “complicati”. Tale sogno non fu però mai realizzato. Anche negli anni successivi, nei quali l’azienda si trovò a fronteggiare una nuova crisi, le attività vennero concentrate nella produzione di orologi semplici ma di eccellente qualità meccanica, e nel continuo perfezionamento dei particolari costruttivi. Dopo lo smacco subito da Jones, la storia che precede la nascita della “Grande Complication” di Sciaffusa, si svolgerà, per diversi anni ancora, sul filo dell’avventura e del rischio. Nel 1873 la Banca Commerciale di Sciaffusa rileva, al prezzo irrisorio di 143.000 franchi, l’azienda in fallimento. Viene costituita una nuova società con un nuovo nome: “Internationale Uhrenfabrik”, ed un altro americano, Frederik Frank Seeland, ne diventa direttore generale.