BREITLING: 1a parte

Di Marino Mariani

.                                                 Giovane aviatrice della pattuglia Breitling

–                     .Stemma araldico della Casa Breitling

.
.
.
.
.
.
.
.
.

.
.
.
.
.
.
.
.
Digressione semantica
Perché si collezionano orologi? La domanda, mi vien quasi istintivo dire, è “anodina”, ma prima di scriverlo, vado a consultare il Battaglia, che per l’aggettivo “anodino” fornisce due significati, di ui il primo è di carattere medico (“lenitivo, calmante antispastico”), che chiaramente non attiene al nostro caso, mentre il secondo è indicato come figurativo, e così sentenzia: ”senza carattere, senza energia, insignificante, inoffensivo, di lieve conto, di poca efficacia”, che quasi collima con ciò che pensavo io, e cioè: “ovvio, banale” Ma la precisazione del Battaglia mi fa capire che non è quello che volevo io: ogni domanda, afferma Benedetto Croce nella sua “Estetica”, contiene in sé i germi della risposta, e si può giungere a concludere che la forma della domanda già ipotizza ed ipoteca la risposta. La domanda dialettica è sempre provocativa, mentre può essere anodina (cioè inoffensiva) una domanda non dialettica, ma ingenuamente informativa, come “Sa dirmi che ora è’” o ”Sa dirmi se c’è un elettrauto da queste parti?”. Ebbene, stando così le cose, mi correggo e dico: “La domanda non è anodina, ed ho una risposta tanto dialettica Quand’ero fanciullo (anni Trenta), l’Italia era percorsa da una febbre: la collezione delle figurine della Perugina. queste figurine erano basate sui personaggi di un libro fortunato di Nizza e Morbelli: “I quattro Moschettieri” e di un’ancor più fortunata trasmissione radiofonica, in cui il moschettiere Aramis veniva interpretato da Nunzio Filogamo, indimenticabile presentatore dei primi Festival di Sanremo (“Amici vicini e lontani…Buonasera1”), che oggi è ancora vivo e dovrebbe avere non meno di cent’anni. Esse non venivano vendute come tali, ma abbinate a determinati prodotti commerciali come la cioccolata Perugina, la pasta Buitoni, le sigarette “Principe di Piemonte” etc. Ce n’erano di rare e rarissime, come il Feroce Saladino e Il Conte di Montecristo, ed a Roma il Gran Caffè Materozzoli, a lato del Palazzo delle Esposizioni su via Nazionale si era trasformato in una vera e propria Borsa Valori in cui una folla di (falsi) avventori effettuava contrattazioni e scambi. Personalmente, non so se si giungeva a pagare in soldi le figurine mancanti, o se ci si limitava agli scambi. Il fatto è che sussisteva la necessità oggettiva di completare la collezione, perché, in realtà, la raccolta era coordinata ad un concorso a premi: a seconda del numero degli album completati, c’era da vincere premi che andavano da una scatola di pastelli Giotto, ad un servizio da tavola, ad una bicicletta, ad una macchina per scrivere, ad un apparecchio radio, ad un’automobile Fiat “Topolino”. Noi completammo tre o quattro album e ricevemmo in premio un servizio da tè in ceramica per 12 persone. Pitturato in modo che lo chiamammo “raffaellesco”, e che a distanza di oltre mezzo secolo e a dispetto di traversie traslochi, ancora possediamo, perfettamente integro!

.                                    .Panorama della Valle di St. Imier, alma mater di Breitling

La vera collezione
Ma basta riflettere un istante per capire che quella delle figurine Perugina non era una “vera” collezione, perché nessuno le cercava per tenersele ed esibirle, ma solo per ottenere i premi messi in palio. Ma quale si può definire una collezione vera e propria? Io, per esempio, sono giunto a possedere alcune migliaia di libri essendo partito dal disegno originale di raccogliere romanzi di autrici italiane tra il periodo del Manzoni e la fine della 2a Guerra Mondiale. Il disegno si è poi ingrandito fino a comprendere generi diversi, ma senza mai travalicare il criterio dell’opera che acquisto per leggere e consultare, finalizzato quindi all’acquisizione di una determinata cultura specifica. Per me, dunque, il libro è un tramite, non un fine. Sono convinto che nessuno legge tanti libri quanto me (i miei amici dicono: “Beato te, che non hai niente da fare”), ma mai e poi mai e poi mai mi definirei un bibliofilo, anzi mi sentirei offeso! “Collezionare” libri, secondo me, significherebbe attribuire un valore al libro come tale, a prescindere dal suo contenuto, e cioè valutare milioni un rarissimo trattato di cartomanzia del sedicesimo secolo, che io mi vergognerei di mischiare ai miei libri. E quale sarebbe il criterio per impostare una collezione di orologi? Grazie al cielo i criteri sono veramente infiniti, e vanno dall’interesse storico (l’orologio di Maria Antonietta) alla valutazione dei contenuti tecnici (grandi complicazioni), dalla raffinatezza estetica (decorazione della cassa) al numero delle funzioni (calendario, lunario, svegliarino…), allo specifico campo d’applicazione (militare, ferroviario, navale, aeronautico) etc. In italiano è difficile (almeno per me) definire le principali categorie orologiere secondo le tipiche e sintetiche denominazioni inglesi di ”clock” e “watch”. La prima di queste denominazioni è attribuita agli orologi da torre e da campanile, da tavolo e da muro, alle pendole e ai cucù, mentre la seconda si riferisce agli orologi personali, che prima erano esclusivamente da taschino, e poi sono diventati da polso. Quanto al contenuto semantico, direi che un orologio è da collezione quando di esso tutto interessa tranne l’ora che segna. Certe marche d’orologi sembrano predestinate al collezionismo per una certa loro determinata caratteristica che si tramanda nel tempo, che li fa diventare veri e propri punti di riferimento in determinati settori Vogliamo dire, con linguaggio televisivo, che certe marche hanno il germe del collezionismo nel loro DNA? Ebbene, se uno punta alla collezione di orologi “tecnici”, Breitling costituisce un sicuro punto di riferimento. Se, prima di entrare in tema, abbiamo premesso questa lunga divagazione sul tema del collezionismo, è perché il libro che ci servirà da base per tracciare la storia di questa Casa è il testo di Benno Richter dal titolo. “Breitling – The History of a Great Brand of Watches – 1884 to the Present. With Price Guide”., che significa: “Breitling, storia di una grande marca di orologi da tasca e da polso, dal 1884 ai nostri giorni, con guida all’acquisto”. La Casa Editrice è la “Schiffer Books for Collectors”, ed in effetti è un libro che, più che al generico e benpensante amante di bella orologeria, è diretto, con la specifica funzione di strumento di lavoro, al collezionista professionale che, al pari dei più accaniti filatelisti, vuol conoscere ogni particolare dentello per dentello.
.

.                      leon Breitling, il capostipite

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
Storia di Breitling
La storia di Breitling comincia il 26 gennaio 1860, il giorno in cui Leon Breitling, ancora giovanotto, decise di studiare orologeria. Alcuni anni prima, i suoi genitori si erano mossi da Stoccarda, città tedesca, per approdare nel Jura elvetico, in cerca di lavoro. D’estate essi coltivavano la terra ed allevavano mucche, ma durante i lunghi mesi invernali, allo scopo di arrotondare le loro limitatissime entrate, era necessario lavorare in casa a far pendole e parti meccaniche per orologeria. Queste parti venivano successivamente fornite ai fabbricanti di orologi fella regione. A quei tempi, su una popolazione totale di 2,5 milioni di abitanti, circa 40.000 lavoravano nell’industria orologiera, ed il 75% di costoro lavoravano in casa. I genitori di Leon Breitling si erano stabiliti nella città di Saint-Imier, che a quel tempo consisteva in poche casupole. Qui Leon crebbe ed acquisì i germi di quell’arte che fu motivo dominante della sua successiva carriera. Per avere qualche riferimento temporale, diremo che era solo seienne quando fu fondata la Croce Rossa Internazionale, ed aveva dodici anni quando furono iniziati i lavori per il traforo del San Gottardo. Sin dagli inizi Leon Breitling fu allenato alla scuola del duro lavoro, e sin da fanciullo era di grado di fabbricare componenti meccanici per orologi e di guadagnarsi di che vivere come lavoratore casalingo. In effetti, sin dalla giovinezza, era affascinato dai dispositivi meccanici e dalle macchine segnatempo.

Gli anni difficili
Nel 1884 (vogliamo dirlo? Un anno dopo la nascita di Mussolini) la Svizzera si dibatteva in una dura lotta contro la recessione, e molti, persa ogni speranza, furono costretti ad emigrare in terra straniera per ricominciare da capo. A quei tempi, secondo le cronache anglo-tedesche, Daimler e Maybach avevano appena costruito i loro primi motori, aprendo un’epoca di rapidi cambiamenti, che videro le prime automobili strombazzanti e le prime macchine volanti. A dire la verità, in base alle cronache in nostro possesso, il primo motore a combustione interna (a scoppio) fu brevettato e costruito dal padre scolopio

.                                     La Chaux de Fonds è la pulsante fucina dell’orologeria svizzera

Eugenio Barsanti di Pietrasanta, assieme al fisico lucchese Felice Matteucci nel 1854, e questo mi fu insegnato quando andavo alle scuole elementari. Ma è inutile impelagarsi in queste questioni, tanto la storia che vogliamo narrare è quella di Breitling, e non dei pionieri del motorismo. Va detto comunque che a quei tempi fu introdotta ul’illuminazione elettrica, ed innumerevoli invenzioni tecniche erano pronte ad affacciarsi alla ribalta internazionale. In altre parole, in quei tempi il mondo andava modernizzandosi, ed altrettanto fervore regnava nel Jura elvetico, più precisamente nella Valleé de Jour, ma gli alti e bassi dell’economia, ed in particolar modo nell’industria orologiera, non rendevano proprio semplice l’avvio di nuove attività. Nonostante tutto, all’età di ventiquattr’anni, Leon Breitling portò a termine il suo tirocinio di maestro orologiaio, ed aprì un piccolo studio a Saint-Imier, allo scopo di produrre complicati dispositivi meccanici ed orologi. In breve tempo dové apprendere questa massima: la cosa più necessaria è la specializzazione, per evitare di confondersi nella massa dei concorrenti qualunque.

Primi successi
La sua iniziativa ebbe successo, e così, dopo poco, egli fondò una piccola manifattura orologiera col nome di G. Leon Breitling, che divenne la pietra angolare di una grande marca di orologi. Da quel momento il nome di Breitling divenne rapidamente famoso. Le prime creazioni prodotte da Leon Breitling furono i congegni del tempo di sua originale progettazione e fabbricazione: diversi orologi di grande complicazione e cronografi, come anche strumenti di misura altamente richiesti dall’industria orologiera. Egli lanciò prodotti in occasione di fiere, mostre ed esibizioni, in cui si guadagnò un gran numero di premi e certificazioni d’onore. E così Saint-Imier divenne in breve una località troppo angusta per la sua fama, ed egli dovette guardarsi intorno per fruire di più ampi spazi. Fu del tutto naturale pensare a La Chaux-de-Fonds, dove, d’altr’onde, era alloggiata la maggior parte dei suoi fornitori. La Chaux-de-Fonds era, ed è tutt’oggi, il centro dell’industria dell’orologeria, ed ivi egli acquistò terra sulla Rue de Montbrillant ove edificò una fabbrica. Nel 1892 la ditta si trasferì a La Chaux-de-Fonds e Leon ne mutò la denominazione in “Leon G. Breitling S.A. Montbrillant Watch Manufacturing”. In tale operazione, il suo piccolo studio si trasformò in un grosso stabilimento d’orologeria con sessanta operai. La maggior parte del lavoro era affidato a piccole imprese familiari e a lavoratori a domicilio, perché era impossibile impiegare nello stabilimento tutta questa gente. Per mettersi in grado di vendere i suoi prodotti in Francia, egli aprì una succursale a Besançon, ma dopo breve tempo questa fu chiusa, visto che per la Francia si apriva la possibilità della vendita diretta. L’undici agosto del 1914 Leon Breitling moriva, e suo figlio Gaston fervidamente iniziò la sua carriera nella conduzione degli affari, dopo essere stato istruito nell’arte del maestro orologiaio..

.             Breitling prodotto nella Montbrillant Watch Manufactory


.

.

.

.

.

.

Il figlio Gaston
Alla morte di Leon, l’intera responsabilità dello sviluppo di ciò che era diventata una ditta di considerevoli dimen-sioni, passò nelle mani di Gaston, Leon aveva tracciato la rotta, e adesso diventava compito di Gaston quello di continuarla e guidarne l’espansione. Avendo già visto gran parte del mondo, egli era ora in grado di assumere, dunque, il comando della ditta. Leon aveva allenato il figlio, sin dalla fanciullezza, al comando della sua impresa in gran crescita, e gli aveva mostrato le grandi possibilità che una buona pubblicità e buone iniziative promozionali potevano offrire. L’intenzione di Gaston era quella di proseguire nel perfezionamento dei cronografi, che costituivano il prodotto specializzato della sua fabbrica, e che costituivano altresì la parte preponderante del totale delle vendite. Da quell’istante Gaston impiegò tutto il suo tempo libero nella conquista del mercato per i suoi nuovi cronografi. Egli progettò una grande varietà di orologi di questo tipo, ognuno di essi con un particolare quadrante originale. Più tardi patentò e pose in commercio il “Vitesse” (Velocità), un cronometro manuale con indicatore di 30 minuti e lancetta centrale. Le prime ordinazioni del Vitesse vennero dalle forze di polizia, che lo utilizzarono per le prime misure di velocità del traffico stradale, e cosìla ditta Breitling divenne contribuì alla cattura dei primi infrattori dei limiti di velocità. Probabilmente, la più originale di tutte e innovazioni, una vera novità assoluta, era costituita da un cronometro che poteva essere portato al polso mediante un cinturino, invece che sospeso ad una catenella ed alloggiato nel taschino. Questo “orologio da polso” ebbe immediato successo per il suo fascino irresistibile nell’abbigliamento sportivo, come pure per la sua vasta gamma di applicazioni in campo tecnico-industriale. Ma fra tutte, l’applicazione più importante fu in campo militare e diversi governi fecero importanti ordinativi di questo nuovo dispositivo di misura del tempo. Il termine “Timing”, che significa “Temporizzazione”. O meglio ancora: “Cronometria”, divenne un acclamato neologismo, e Breitling fu annoverato tra i migliori fabbricanti di strumenti per la cronometria. Nel corso dei primi anni dall’introduzione di questi nuovi orologi, non v’era, di regola, nessuna apparizione sul quadrante della denominazione del loro fabbricante, benché alcuni di essi venivano identificati con i nomi di “Montbrillant”, “Hoko” e “Vitesse”. Non fu che alla fine degli anni Venti che il nome di Breitling cominciò ad apparire sul quadrante. In seguito, all’inizio degli anni Trenta, cominciarono ad essere introdotti ben definiti numeri di serie.

Ferite di guerraI
Disagi politici e commerciali conseguenti alla 1a Guerra Mondiale non mancarono di lasciare la loro impronta sulla ditta Breitling. Quando i mercati europei si chiusero, Gaston Breitling dovette cercare nuovi sbocchi. Questa firma, vecchia ormai d’oltre un quarto di secolo, non si lasciò travolgere dalle difficoltà, e la crisi fu superata principalmente in virtù del buon nome del casato, e dell’incessante spirito d’iniziativa di Gaston, continuamente in viaggio, ottimo conoscitore dei mercati mondiali, che fu così in grado di assicurare, con indefesso lavoro, la sopravvivenza della ditta. A causa della crescente industrializzazione, divenne sempre più necessaria la comparazione degli eventi con l’unità di tempo, il numero dei giri al minuto di un motore, la velocitò di spostamento di ogni persona o di un oggetto viaggiante, e le distanze coperte in ogni intervallo di tempo. La ditta Breitling disegnò i suoi orologi da misura cronometrica con speciali quadranti, specificamente dedicati a particolari situazioni spazio-temporali. Questi quadranti sempre più innovativi e specializzati, muniti di particolari gradazioni, scale e tabelle, contribuirono in modo decisivo all’espansione di Breitling su tutti i mercati. A titolo di curiosa citazione, Breitling sviluppò per la Chiesa il cosiddetto modello “Unedeu” (“Un-due”), per il conteggio delle preghiere, un “rosario” meccanico di assoluta precisione!!! Si trattava di un dispositivo di conteggio in forma d’orologio da taschino, a tre cifre, comandato da un pulsante, che il prete teneva con sé, cosa che gli consentiva, in ogni istante, di conoscere il numero di fedeli venuti ad assistere alle sue prediche e alle sue orazioni.(Segue)

.                               Cronometro “della Polizia” speciale per gli automobilisti

.