ROLEX: 1a parte

Di Marino Mariani

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I miei più affezionati lettori già sanno che con 90 probabilità su cento inizierò una nuova biografia storica rievocando la mia inchiesta, compiuta nel-l’estate del 1980, presso i maggiori orologiai e gioiellieri di Zurigo, Lucerna e Winterthur: ero in vacanza in Svizzera e ad un certo momento mi accorsi d’aver perso il mio orologio. Rapida decisione: me ne compro un altro, ma quale? Io non possedevo alcuna competenza specifica, ed a quel tempo, tutte le riviste d’orologi, compresa la nostra, erano di là da venire. Ebbene, a seguito della mia inchiesta, la lista fornitami dai titolari dei massimi saloni d’esposizione delle tre città menzionate, si componeva di cinque nomi, la più genuina nobiltà orologiera elvetica, in ordine alfabetico: Audemars Piguet, International Watch Company (IWC), Patek Philippe, Piaget e Vacheron Constantin. Forse, se l’inchiesta l’avessi svolta nei cantoni francesi uno o due nomi sarebbero stati sostituiti da altri, ma la mia inchiesta rispecchiava il parere dei cantoni della Svizzera cosiddetta interna, di lingua tedesca, che rappresentano la grande maggioranza nazionale in temini demografici e, specialmente, finanziari. Ebbene, dopo aver rievocato tante volte questa inchiesta ed aver tante volte pubblicato quella lista dei nobili, è giunto il momento di domandarsi: e Rolex? Nel corso dell’inchiesta questo nome è stato fatto e rifatto col dovuto rispetto, anche perché si trovava al vertice delle vendite. Ma veniva considerato più che un marchio nazionale, un marchio internazionale e, più propriamente, d’esportazione. Vedremo infatti che, in origine, la produzione Rolex era specificamente concepita per il mercato londinese, poi rapidamente espandendosi in tutte le colonie dell’immenso impero britannico. Ed inoltre, ritornando al tempo della mia inchiesta, sullo stesso mercato svizzero la domanda era maggiormente determinata più dai turisti provenienti da ogni parte del mondo che non dalla richiesta dei cittadini svizzeri. Ciò bastava a giustificare l’omissione del nome Rolex da quella lista “nazionale”, per non dire “nazionalista”.

Orologi di culto
Viceversa, stiamo parlando della Casa orologiera che ha nel mondo il maggior numero di ammira-tori, addirittura con punte di fanatismo… Del resto, anche noi di Chrono World abbiamo fatto la nostra parte. Nel numero 48 del gennaio 1999, nell’articolo “Rolex racconta” si legge: “Pensiamo proprio di non esagerare! Basta slacciare il cinturino e passarsi l’orologio tra le mani: anche ad occhi chiusi riconoscereste che è  un Rolex dal  peso ( che però  al polso,  come per  incanto, si dimentica subito), dalla  presenza  fisica  dell’og-

.                     “Mickey Rolex. Anche l’Imperatore Hiro Hito possedeva un orologio di Topolino

getto, dalla sensazione che comunica. Gli orologi Rolex da polso, qualunque sia il modello o il periodo di fabbricazione, continuano ad esercitare tra i collezionisti un’attrazione più che “fatale”. D’altra parte le straordinarie valenze culturali, tecniche ed estetiche hanno da tempo elevato gli orologi Rolex al rango di cult objects, alla stregua degli occhiali da sole Rayban, della stilografica Montblanc, dell’impermeabile Burberry, dei jeans Levi’s 501 e di altri celebri prodotti”. Il redattore mio collega che ha lanciato questo proclama ha su di me almeno trent’anni di giovinezza a suo vantaggio, ed è quindi più di me in sintonia con i tempi. Ma da parte mia questo direi: che non m’interessano gli occhiali da sole, che preferisco la stilografica Aurora che fu mia compagna di scuola al ginnasio ed al liceo, che niente potrà mai superare l’impermeabile Watro che ereditai da mio padre, che i jeans Lee Cooper mi stanno meglio dei Levi’s, e che comunque, acquistando in blocco tutti i prodotti di quella lista e della mia, arriviamo si e no a metà del prezzo di un Rolex, e quindi questo tipo di confronto mi sembra proprio un massimalismo… minimalista. Al contrario, al tempo di Audiovisione, (la rivista di hi-fi, videoregistrazione e tv-color da me diretta anni fa) mi ricordo che nella risposta alla lettera di un lettore, io lanciai il trittico “Rolex, Rolleiflex, Rolls Royce”, perché il prodotto Rolex, anche se non mi è sentimentalmente vicino, possiede la “competenza” dei prodotti di categoria superiore in termini di qualità intrinseca, di fascino e di prestigio. Il mio è certamente un massimalismo… massimalista, e la verità probabilmente starà nel mezzo.

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Rolex Submariner al polso di 007

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La “Bibbia” Rolex

Per documentarmi sulla nostra Maison ginevrina ho innanzitutto preso atto delle quattro puntate dedicate alla Rolex, a cura di Franco Nencini, apparse sulla rivista sorella “L’Orologio” alla fine del 1992, nonché al citato articolo di Chrono World, redatto da Fabrizio Rinversi. Ma prima di poter scrivere qualche cosa di mio, sono ricorso alla “Bibbia” in persona, cioè alla terza edizione del ponderoso volume intitolato “Come collezionare orologi da polso ROLEX” di Osvaldo Patrizzi, pubblicato da Guido Mondani Editore. Ebbene, attraverso il catalogo quanto mai completo dei modelli, il libro di Patrizzi fornisce la verità storica sull’evoluzione della ditta, e costituisce pertanto un acquisto obbligatorio da parte di tutti i cultori dell’arte orologiera in generale, non solo quella firmata Rolex. Il volume contiene le perfette illustrazioni di non meno di un migliaio di modelli da polso, nonché la riproduzione di numerose pagine pubblicitarie d’epoca, che costituiscono un inestimabile ausilio all’inquadramento storico della maison. Questo patrimonio iconografico è talmente ricco da renderne pallida (ma non insignificante) la rassegna che ne stralciamo.

Quintessenza Rolex
Mi sono spesso domandato da dove provenisse tutta questa fama mondiale che accompagna il marchio Rolex. Va detto, innanzitutto, che la Rolex nasce “moderna”, nel senso che non affonda le sue radici nel XVIII secolo (cioè nel ‘700) come per esempio Breguet. A quei tempi l’orologiaio era innanzitutto un artigiano di suprema abilità, un vero Michelangelo, un Benvenuto Cellini, nell’ideazione e nella fabbricazione manuale dei più delicati e geniali meccanismi. Basta pensare che, in quei tempi pioneristici, Breguet inventò e fabbricò orologi “perpetui”, cioè a ricarica automatica, mentre la cosiddetta “spirale Breguet” equipaggia tuttora gli orologi moderni. No, in Rolex non vige il retaggio del passato e l’idolatria della manifattura manuale. Rolex, come meglio vedremo, più che arrovellarsi nella fabbricazione, ha scelto la via di “gestire” l’avanguardia tecnologica per porre in commercio orologi irreprensibili dal punto di vista delle prestazioni tecniche, e signorili, distinti, aggiornati ed innovativi dal punto di vista estetico. Ebbene, ciò che non mi era balzato agli occhi occhieggiando le vetrine della Bahnhofstrasse, il Viale della Stazione, la più elegante arteria di Zurigo, città di cui, da semplice residente, sono diventato cittadino “diplomato”, ebbene ciò che non avevo rilevato dal vivo, mi è stato rivelato come una folgorazione dalle immagini della Bibbia di Osvaldo Patrizzi. Nelle vetrine, di fronte all’epigrafica e scevra compostezza di Audemars Piguet, Patek Philippe e IWC, i Rolex “bucavano lo schermo” per una ricchezza e iattanza quasi smodata, per una sfrenata esibizione di forme e colori, come un branco di sfacciate fanciulle “Oba Oba” a profanare (o risvegliare?) il silenzio sepolcrale d’un convento. Ed invece, raggruppati in una quadrata coorte di mille esemplari, in una rassegna che va dagli albori alla fine del secolo (scorso), i Rolex da polso rivelano un’incredibile ed inarrivabile coerenza di stile e compostezza di forme. Di questi modelli non sapresti dire

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qual è quello degli anni 30 e quello degli anni ‘90: entrambi possono figurare al polso del banchiere d’altri tempi Pierpont Morgan o del moderno manager di una multinazionale. Ci sono linee sportive in cui il nome Daytona ed il quadrante bicolore rosso e blu “sono” il film stesso della corsa e l’immagine del protagonista Paul Newman. E poi modelli sfarzosi, da pascià, fatti di un’incontenibile attrazione sensuale, ispirata non tanto all’olimpica perfezione di una Venere di Milo (o del Botticelli, o di una Beata Vergine Maria), quanto a quella di una moderna odalisca, seni protesi, le punte volte in su, calze lamé e tacchi alti. Ebbene, dai modelli seriosi per funzionari e comandanti, dai modelli sportivi fatti per le olimpiche leggende metropolitane, ai modelli lussuriosi concepiti per oniriche evasioni sensuali, i Rolex mantengono una loro quintessenziale coerenza: sono modelli estroversi fatti per piacere. Condannarli perché piacciono? Essi non si ergono a depositari esclusivi ed esoterici guardiani della fede. Non hanno accompagnato Maria Antonietta al patibolo, non erano con Napoleone a Wagram, né con Nelson a Trafalgar. Ma sicuramente erano al polso del Principe quando ballò con Cenerentola…

Hans Wilsdorf, il fondatore
Nato a Kulmach in Baviera il 22 marzo 1881 (due anni dopo Einstein e due anni prima di Mussolini) da una famiglia protestante che ebbe in tutto tre figli, e rimasto orfano a dodici anni, venne allevato dagli zii i quali, ben presto, pur restando nell’ambito familiare, l’abituarono ad essere indipendente e responsabile di se stesso. In seguito egli affermerà che gran parte del suo successo fu dovuto proprio a quell’impostazione giovanile della sua vita. Studente in un istituto assai reputato ad alto livello, fu attratto principalmente dalla matematica e dalle lingue, predisposizioni che lo spinsero ben presto a viaggiare e lavorare in Paesi stranieri. Inizialmente apprendista presso un’importante società esportatrice di perle coltivate, a livello mondiale, acquisirà utili esperienze che metterà in pratica nel corso della propria carriera. Nel 1900 si stabilisce a La Chaux de Fonds, nel cantone svizzero di Neuchatel, come corrispondente in lingua inglese ed impiegato tuttofare presso Cuno Kourten in Rue Leopold Robert 49. Si trattava di una primaria fabbrica di orologi d’ogni tipo e qualità, che disponeva di un “comptoir”, una struttura commerciale con salone d’esposizione ad uso dei grossisti, ed aveva un giro d’affari annuale di un milione di franchi dell’epoca. In quegli anni Hans Wilsdorf fu in contatto diretto col mondo dell’orologeria svizzera e straniera, e ciò gli permise di apprendere le nozioni commerciali e tecniche necessarie ad un giovane ambizioso ed intraprendente quale egli era. Un bagaglio importante di parametri qualitativi indispensabili, che in seguito hanno contrassegnato le scelte di Hans Wilsdorf imprenditore. All’epoca La Chaux de Fonds era una città fiorente che divideva con Ginevra il massimo ruolo nel campo dell’alta orologeria. Tutta la regione del Jura Neocastellano, che si estendeva fino a Besançon, faceva capo a La Chaux de Fonds, il centro che con i comptoir di vendita, oltre alle sue manifatture, attirava nel proprio ambito gli addetti ai lavori ed i commercianti del mondo intero. Non per nulla orologiai come gli Huguenin, i Moser, i Perregaux e i Le

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Phare gravitavano costantemente in quel-l’atmosfera. In quell’epoca, par gonabile agli anni ‘60, con l’avvento degli orologi al quarzo, l’orologeria cominciava a vivere un periodo di cambiamenti eccitante e pieno di promesse. L’orologio da taschino, baluardo di generazioni di fabbricanti, lasciava il posto al più pratico e moderno orologio da polso. Vecchie manifatture sparivano per non essersi adattate alle richieste di mercato, mentre altre nascevano. È in quel contesto così favorevole alle nuove idee che Hans Wilsdorf decide, nel 1903, di stabilirsi a Londra, sempre in qualità d’impiegato, in un grande negozio di orologeria installato da decenni ed assai famoso. Fu nel 1905, all’età di 24 anni, che egli decise di fare il grande passo e di mettersi in proprio. Suoi compagni di ventura, nella conduzione della nuova società, il cognato e la sorella che avevano contribuito al finanziamento. La ditta, che si trovava all’indirizzo di Hatton Garden 83 a Londra, era la “Wilsdorf & Davis”; l’attività era quella della manifattura di casse per orologi e la distribuzione di orologi da polso. Nelle sue memorie pubblicate nel vademecum “Jubilé Rolex”, si legge che l’azienda conobbe da subito un grande successo, grazie ai prodotti nuovi e particolari che proponeva. Tra essi si distinguevano gli orologi da viaggio, detti anche “portafoglio”: si trattava di oggetti di lusso in pelle pregiata i quali, in tutte le forme e colori, invasero il mercato inglese. L’orologio da polso, apprezzato dai giovani e dagli sportivi come uno strumento moderno e di grande avvenire, era, dalla maggioranza del pubblico, trattato ancora con diffidenza e scetticismo. Era considerato poco elegante rispetto al classico orologio da taschino, con la sua catena che pendeva dal gilé, nonché troppo piccolo, fragile ed esposto ai colpi, all’umidità e alla polvere. Per il giovane Wilsdorf, invece, non vi erano dubbi: nonostante che il mercato non rispondesse pienamente alle aspettative, l’orologio da polso rappresentava l’avvenire. Sfruttando le correnti innovatrici della moda in generale e l’interesse immediatamente manifestato da quella femminile in particolare, tesa ad armonizzare l’orologio al vestito indossato, egli si recò a Bienne e, forte delle conoscenze fatte durante la sua precedente permanenza nella regione, comandò ad Herman Aegler, fabbricante d’orologeria di eccellente qualità, la più grossa ordinazione di movimenti per orologi da polso che mai fosse avvenuta fino ad allora, per un ammontare di parecchie centinaia di migliaia di franchi. In realtà, l’importo dell’ordinativo era cinque volte maggiore del valore dell’intera ditta di Hans Wilsdorf: quale fornitore avrebbe rischiato tanto, per di più nei confronti di un committente, poco più che ventenne, alle prime armi nella difficile carriera di imprenditore indipendente? (segue)

Raro Rolex del passato nel catalogo dell’Antica Orologeria Zamberlan di Treviso