PATEK PHILIPPE. 3a parte

Di Marino Mariani

.         ”Primavera” di Tamara de Lempicka (1898-1980) polacca e compatriota di A. Patek

Allo scoccare del 150° anniversario (1989), è interessante e rivelatore esaminare la Maison ginevrina nel suo aspetto contemporaneo. Come fa a librarsi in un empireo aleggiante al di sopra di ogni altro fabbricante mondiale, a dispetto delle sue dimensioni relativamente ridotte e della sua produzione relativamente limitata? Come può, nel mezzo di tanta turbolenza e di tanti cambiamenti avvenuti nell’ambito dell’industria orologiera di tutto il mondo, come può la Patek Philippe seguitare a tracciare il solco, espandersi e mantenere quell’aura esclusiva stabilita già al suo primo insorgere, un secolo e mezzo fa? Ce ne sarebbero di capitoli da riempire! Come fare?

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La Patek “contemporanea”
I visitatori degli uffici Patek Philippe di Ginevra rimangono stupiti e spesso imbarazzati di fronte alla “scarna” (nel senso di “non spettacolare”) efficienza che circonda l’organizzazione. Ma ciò che è importante è che tale impressione non è una pura apparenza, bensì una realtà meticolosamente preservata in anni ed anni di dedizione da parte di molti tra i migliori maestri orologiai, gioiellieri ed orefici che ci fossero al mondo. I concetti e gli ideali originari definiti tanti anni fa dai fondatori Patek e Philippe, sono tutt’ora le pietre angolari sulle quali questi inarrivabili artefici basano le loro abilità. Ma non bisogna compiere l’errore di credere che queste preziose abilità siano di facile acquisizione: esse richiedono un apprendistato di quattro, cinque, sei anni presso la Scuola Orologiera Svizzera; o un pari numero di anni di apprendimento dell’arte della gioielleria, dell’oreficeria, della fabbricazione di catenelle, dell’incisione e della laccatura. Tuttavia, questi primi anni non costituiscono altro che il principio di un lungo cammino teso alla conquista dell’ambitissimo titolo di “maestro” della propria arte. È qui che Patek Philippe registra un forte vantaggio già in partenza, quello di annoverare un eccezionale esercito di maestri, ognuno dei quali è giustamente orgoglioso della propria abilità in un campo particolare dell’industria. E nuovamente insorge qui la mai sopita, intrinseca sfida tra artisti di questa levatura: produrre quanto di meglio nel proprio campo, sfida da cui vengono generati orologi da polso, da taschino, da tavolo, da parete veramente unici, nonché gioielleria, pezzi ricercati dai conoscitori e dagli amanti di raffinata eleganza artigianale di tutto il mondo. E, non per caso, specifiche direttive e decisioni politiche vengono prese ed eseguite in uno scenario di obiettivi a lunga scadenza. Una terza generazione di amministratori-proprietari ha plasmato attorno a sé un folto gruppo, dina-mico ed intraprendente, di “colleghi”. Questo gruppo va dal Dipartimento Commerciale di straordinaria esperienza al Dipartimento Tecnico, egualmente sperimentato, ed alla Divisione Elettronica, tenuta dietro le quinte, fondata nel 1948. A questo punto va sottolineato che quest’ultima non è fatta di novellini nel complesso campo dell’elettronica. Ed infatti, non più tardi del 1956, la Divisione Elettronica della Patek Philippe esordì in campo mondiale col primo orologio “autonomo” completamente al quarzo. Diverse invenzioni vennero protette da brevetto, e nello stesso anno Patek Philippe fabbricò il primo orologio al mondo completamente elettronico, regolato al quarzo, del tutto privo di ogni parte in movimento. Due anni dopo la Maison vinse l’United States Miniaturisation Award fabbricando quello che allora era il più piccolo orologio al quarzo “autonomo” (cioè a batteria). Questo pezzo di bravura viene attualmente custodito nel Museo Patek Philippe di Ginevra. Questi passi da gigante nelle tecnologie elettroniche hanno portato la compagnia ad emergere come leader nel campo dell’orologeria industriale elettronica d’alta qualità. In molti paesi orologi-master Patek Philippe al quarzo, vengono installati in stabilimenti industriali, ospedali, edifici governativi, aeroporti, uffici postali ed impianti idroelettrici. Probabilmente la più nota tra le installazione Patek Philippe è quella situata nel Vaticano.

.                  Patek Philippe Nautilus: una delle infinite versioni del modello corrente

Condizioni per lo sviluppo
Durante la fase acuta del “dominio” giapponese, la Patek Philippe si distinse, rispetto a tante altre Maison, prendendo due sagge decisioni. La prima fu di continuare a produrre i più raffinati orologi meccanici del mondo (in effetti, anche in quei momenti, la domanda superava le capacità produttive). La seconda fu quella di evitare la fabbricazione di orologi a LED (a diodi fotoemettitori), e tanto meno quelli equipaggiati di LCD (con quadrante a cristalli liquidi). Tuttavia, all’unanimità si convenne che, in vista della profonda conoscenza e dell’esperienza acquisita dalla Divisione Elettronica della Patek Philippe, era del tutto logico ed attuabile seguitare lo sviluppo di propri orologi regolati al quarzo, ma con quadrante analogico. Ai tecnici coinvolti in questo progetto vennero poste due condizioni aggiuntive, in aggiunta ai problemi che accompagnano comunque la ricerca e lo sviluppo di qualsiasi calibro orologiero, in questo caso elettronico. Innanzitutto il movimento al quarzo doveva sottostare ai rigidi standard qualitativi stabiliti da Patek Philippe e, in seconda battuta, dovevano incorporare la maggior parte possibile delle tecniche di finitura manuale utilizzate nei movimenti meccanici. A tali condizioni… capestro, tecnici e maestranze dei reparti Ricerca e Sviluppo, diedero, in tempo record, una risposta a dir poco sorprendente: il calibro E26. Il nuovo calibro funzionava in modo del tutto impeccabile, e per un breve periodo di tempo, con 2,5 mm di spessore, fu il movimento al quarzo più sottile del mondo. L’aspetto estetico superava ogni aspettativa, e si confrontava favorevolmente con la superlativa finitura e la leggendaria eleganza di tutti gli orologi Patek Philippe a movimento meccanico. Ripercorrendo la storia della compagnia, a partire dalla data della sua fondazione fino ai nostri tempi, non c’è dubbio che la gran parte del suo prestigio e della sua reputazione si basa sugli straordinari orologi, dalle sorprendenti complicazioni, da essa prodotti. Gli splendidi capolavori riprodotti in tanti libri magnificamente illustrati ne sono eloquente testimonianza. Con la sua caratteristica perseveranza e dedizione alla tradizione dell’orologeria fine, Patek Philippe seguita a fabbricare orologi complicati, sia pure in qertità molto limitata. La sfida è gettata: Patek Philippe è determinata a mantenere la sua posizione leader in questo specialissimo campo, così pieno di fascino.

,                                       Arriva James Ward Packard a bordo di una…Packard

Orologeria trascendente
Nell’universo divinatorio orientale ci sono alcune basi concettuali accettabili anche da uno scettico occidentale: l’universo è un mondo chiuso in cui gli elementi e gli eventi vengono continuamente rimescolati e continuamente riaffiorano, per cui ciò che avviene già avvenne, e ciò che avvenne riavverrà. Qualche cosa di vero potrebbe esserci, se si pensa che fino al ‘400 si riteneva che l’arte di Fidia e di Mirone era definitivamente sepolta nelle tenebre del passato, quando invece venne Michelangelo e tutta la schiera di inarrivabili artisti che diedero vita al Rinascimento. Ci sarà un “Rinascimento” orologiero in cui i potenti del mondo (per esempio un Bill Gates) ordineranno al novello Breguet il loro orologio personale munito di “n + 1 “ complicazioni, cioè di tutte le complicazioni esistenti più una, nuova, tale da rendere l’esemplare unico ed eternare il nome del committente? Se ciò avverrà, l’incontro si terrà in un ovattato studio privato della Patek Philippe & Co. del futuro, perché tale è la vocazione presente e passata della Maison, e quindi lo sarà anche nelle prossime ere. Per concludere questa biografia aziendale ritengo opportuno tracciare una breve sintesi storica di questo tipo esclusivo di orologeria cui volentieri attribuisco il titolo di “orologeria trascendente”. In questa “competizione” Patek Philippe & Co. conquistarono rapidamente la fama di virtuosi per i loro orologi equipaggiati di una quantità massimale di complessi meccanismi addizionali. La committenza di orologi costruiti su particolari specificazioni individuali, che nei tempi passati costituiva un’usanza riservata alle teste coronate, rimase possibile in tutto il corso del XX secolo, nonostante l’avvento dell’industrializzazione e la produzione di massa. I maggiori onori vanno a due appassionati di orologeria ed accaniti collezionisti USA, che non solo acquistarono numerosi orologi Patek Philippe & Co., ma ne ordinarono diversi con caratteristiche speciali. Questi illustri personaggi erano James Ward Packard, famoso fabbricante di automobili di Warren, Ohio, ed Henry Graves Jr di New York. Packard, per esempio, la cui collezione comprendeva 13 orologi della Patek Philippe, volle un esemplare con allarme, in cui una dolce musichetta doveva sostituire lo stridente battito della campanella. E prescrisse quale dovesse essere la dolce melodia: una ninnananna che gli cantava sua madre, cioè “La Berceuse” dall’opera “Jocelyn” di Benjamin Godard. A seguito di tale commissione, Patek Philippe si trovò a disegnare un orologio di inusitate dimensioni dotato di un movimento da 29 linee, comprendente un meccanismo di ripetizione dei minuti nonché l’allarme con la melodia specificata, che in data 8 marzo 1927 fu ritirato da Packard al controvalore di 8.300 franchi svizzeri. In fase di progetto era sorto un problema, perché Packard esigeva che la melodia fosse suonata per intero. Per poter montare sul cilindro tutti gli “spilli” necessari, questo avrebbe dovuto avere un diametro esagerato per un orologio che già era assai voluminoso in partenza. Ma fu trovata un’elegante soluzione: dopo la prima metà dell’aria quando il cilindro aveva esattamente percorso un’intera rotazione, questo automaticamente subiva un leggero spostamento  laterale, sfruttando  una breve  pausa alla  fine della frase, cosicché, una ulteriore serie di

.                                     Henry Graves Jr, collezionista

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spilli, potesse produrre la se-conda parte della melodia durante la rotazione successiva. Con questo artificio la circon-ferenza richiesta, e con essa il diametro, venivano dimezzati. La notizia del più complicato orologio della collezione Packard (venduto il 6 aprile 1927 per 12.815 franchi svizzeri) spinse il collezionista Henry Graves Jr a rivolgersi a Patek Philippe, con la proposta di fabbricargli un orologio comprendente un numero anche maggiore di com-plicazioni. Escludendo i tre anni di studio preliminari, ci vollero cinque anni, dal 1928 al 1933, prima che questo capolavoro dell’arte orologiera fosse completato: il trionfo di una gran mole di studi nel campo dell’astronomia, della matematica e della meccanica fine. Esso venne consegnato ad Henry Graves il 19 gennaio 1933, e gli costò 60.000 franchi svizzeri. Sia il Packard che il Graves possono essere ammirati nelle pagine seguenti, dedicate al Museo Patek Philippe.

“La Fine del Tempo”
Ma se il Packard ed il Graves sono indelebili testimonianze di “tempi che furono”, nel 1989, in occasione del suo 150° anniversario, Patek Philippe, dopo anni ed anni di studi e di lavoro tenuti rigorosamente segreti, svelò di fronte ad un pubblico stupefatto il suo “sigillo del futuro”, destinato a durare, come fu solennemente proclamato, per tutto il “Viaggio verso la Fine del Tempo”. Si tratta del “Calibro 89”, l’orologio più complicato mai costruito, che può essere così descritto: orologio astronomico a doppia faccia, comprendente 33 complicazioni divise in cinque categorie principali: cronometro, calendario, cronografo, suoneria e funzioni operative, creato da un team di maestri orologiai per celebrare il 150° anniversario della Maison. I disegni preliminari ed i primi calcoli iniziarono nel 1980, e il primo prototipo funzionante fu terminato nel luglio del 1988. Ed ecco l’elenco delle funzioni. Ore, minuti e secondi del tempo solare medio; ore, minuti e secondi del tempo siderale; ore e minuti di un secondo fuso orario; equazione del tempo; regolatore “Tourbillon”; calendario perpetuo con ciclo bisestile, equinozi, solstizi, stagioni e zodiaco; calendario perpetuo secolare; giorno, data e mese; alba e tramonto durante l’anno a Ginevra; carta stellare alla latitudine di Ginevra; calendario e fasi lunari; data della Pasqua; cronografi con secondi, minuti e ore; grande e piccola suoneria a carillon su quattro gong, ripetizione dei minuti; sveglia. Finisce così la nostra breve storia di Patek Philippe, ma niente tristezze: la ditta è più che mai viva e vegeta e le sue caratteristiche di eleganza esclusiva sono garantite anche per il fut ro. Per una panoramica su alcune delle sue più recenti realizzazioni, potete ad esempio dare un’occhiata a Chrono World N°74 (“Come funziona – Il Calatrava Travel Time di Patek Philippe”, alle pagine 46-49, e “Quattro passi tra le nuvole”, dedicato allo Star Caliber 2000 e allo Sky Moon Tourbillon, alle pagine 52-57). Se poi avete qualche soldo da investire, cominciate a studiarvi il catalogo…(Fine)

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