Museo PATEK PHILIPPE: 2a parte

Di Marino Mariani

”Primavera” di Tamara de Lempicka (1898-1980) polacca e compatriota di A. Patek

Dopo aver descritto la struttura del Museo nello scorsa puntata, ora passiamo ad esaminare gli orologi che vi si possono ammirare. Si tratta di una delle collezioni più complete del mondo e non basterebbe un libro per descriverli tutti. Cercheremo di darne una panoramica il più possibile …indicativa.

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La struttura del Museo Patek Philippe prevede suddivisioni praticamente monotematiche su ognuno dei piani di cui è composto: al piano terreno si trova il ricevimento, la collezione di utensili orologieri antichi, il laboratorio di restauro (a vista per i visitatori) e l’auditorium; al primo piano è possibile ammirare la collezione di orologi Patek Philippe dal 1839 (data di fondazione della casa) a oggi; il secondo piano è interamente dedicato agli orologi antichi “pre-Patek Philippe”, dal XVI al XIX secolo; infine, al terzo piano trovano posto l’archivio storico della casa e una ricchissima biblioteca. Anche se non si rispetta l’ordine in cui un visitatore può ammirare gli orologi, iniziamo cronologicamente con gli esemplari più antichi, quelli realizzati a partire dal 1500, periodo in cui sono venuti alla luce i primi orologi da persona mai costruiti. Se da una parte l’orologio a tamburo tedesco del 1530-1540 con il suo movimento interamente in ferro mostra ancora una tecnologia costruttiva ai primordi, dall’altra l’orologio a forma di Croce dell’Ordine dello Spirito Santo firmato Abraham Cusin (del 1630-1635) mostra già forme e decori in grado di trasmettere l’esclusività e il costo di un oggetto di tale fattura. A partire dalla fine del XVI secolo Ginevra inizia ad accogliere gli Ugonotti francesi in fuga dalle persecuzioni di Carlo IX contro i Protestanti. Questa situazione permette a Ginevra di avere una riserva di “forza lavoro” che trova nell’artigianato e nell’orologeria una concreta possibilità di sviluppo: sono le basi per la nascita dell’orologeria ginevrina. La tecnica orologiera compie passi da gigante, come dimostra l’orologio “bassine” con indicazioni astronomiche di Etienne Ester (1660-1670). In questo caso non ci sono solo le piacevoli incisioni sulla cassa a mostrarne il prestigio, ma sul quadrante compaiono indicazioni fino ad allora leggibili esclusivamente su orologi da campanile: data, mese, fasi di luna, segni zodiacali. Per tradizione si fa risalire alla prima metà del 1600 la nascita dell’arte della miniatura su smalto e più precisamente alla maestria dell’orafo parigino Jean Toutin.  Di questo periodo  sono  orologi, ciondoli, sca-

Orologio del londinese Henricus Jones, uno dei primi ad utilizzare il bilanciere-spirale

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tole ed altro con raffigurazioni sa-cre e profane di grande pregio artistico. Tra gli orologi forse il più bello del Museo è quello realizzato alla metà del 1600 dall’orologiaio parigino Denis Champion, con miniature di Robert Vauquer che rappresentano Teagene e Chariclea tratte da un dipinto di Charles Poerson. Splendidi grazie all’arte che li personalizza, gli orologi a partire dalla seconda metà del 1600 diventano anche sempre più precisi grazie all’invenzione del sistema bilanciere spirale. Tra i primi della storia ad adottare questo nuovo sistema di regolazione della scansione temporale è il modello del londinese Henricus Jones (1675-1680), dotato di un sistema di regolazione della spirale a vite senza fine e di una lancetta dei minuti allungabile. Si tratta, inoltre, del più antico orologio conosciuto con indicazione dei minuti. Un’ampia sezione del Museo è dedicata agli orologi che, a partire dalla fine  del  1600, sono destinati  al mercato turco ed  a quello cinese.

.                -Il famoso Pateck Philippe “Packard” rifabbricato da Vacheron Constantin

 In questo caso miniature e decori seguono uno stile che potesse incontrare il gusto orientale, mentre la tecnica costruttiva rimane quella inarrivabile della migliore orologeria svizzera. Per la Cina, poi, il mercato locale chiede orologi sempre in coppia, caratteristica che permette a incisori e miniaturisti di sbizzarrirsi in modelli con riproduzioni e decorazioni identiche ma speculari. Se il 1600 e il 1700 non vedono altre grandi rivoluzioni tecniche e stilistiche, a partire dalla fine del 1700 si va sempre più affermando la produzione di orologi abbinati ad automi, sia di forma classica, sia riproducenti la forma di scatole o oggetti vari: pistole, necessaire per signora, ventagli, ciondoli. Al Museo Patek Philippe non potevano certo mancare le opere di Abraham-Louis Breguet, da tutti universalmente considerato l’inventore dell’orologeria moderna. Del “Maestro” si possono ammirare una pendola a tre ruote, un orologio “a tatto”, cioè con lancetta delle ore esterna che indica l’ora semplicemente toccandola con le dita, e un orologio da tasca con ripetizione a quarti, carica automatica, riserva di carica e fasi di luna. L’orologio, prima da persona e poi da tasca, ha già tre secoli di vita quando nel 1839 Antoine Norbert de Patek e François Czapek fondano quella che poi nel 1845, con l’entrata di Adrien Philippe, diverrà la Patek Philippe. La casa si presenta al mondo subito introducendo per la prima volta la ricarica senza chiave, una trovata tecnica destinata a cambiare l’orologeria così come era conosciuta fino ad allora.  Abbinando questa i nvenzione ad una  costruzione di

Il Patek Philippe “Graves”, l’orologio più pagato del mondo

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altissimo livello tecnico ed estetico, in breve la Patek Philippe diviene la casa più apprezzata dalla nobiltà e dalla buona borghesia europea. Al punto che un orologio con corona di carica viene offerto alla Regina Vittoria, sedotta tanto dalla novità tecnica della carica senza chiave quanto dal blu dello smalto che le ricorda il colore dei propri occhi. Alla fine del secolo si afferma l’Art Nouveau, che con la sua ricerca sulle arti decorative dà nuovo impulso all’estetica degli orologi. Con la Prima Guerra Mondiale, poi, l’Art Nouveau lascia il posto all’Art Déco, ispirata alle geometrie delle avanguardie cubiste, futuriste e costruttiviste. Dello stesso periodo sono anche i primi Patek Philippe complicati di concezione veramente moderna. Ricordiamo il cronografo da tasca del 1897 venduto a Vittorio Emanuele III, il ripetizione minuti con grande e piccola suoneria e carillon Westminster su cinque timbri venduto nel 1910 al Duca di Régla in Messico, per finire con il pluricomplicato (ripetizione a minuti su tre timbri, calendario perpetuo con fasi di luna, cronografo sdoppiante e sveglia) del 1925. Ma di quel periodo sono anche due dei più famosi e complicati orologi mai prodotti, il Packard (1925-27) e il Graves (1926-27), così universalmente conosciuti dal nome dei magnati dell’industria che li ordinarono alla Patek Philippe. Il Packard vanta ripetizione a minuti su tre timbri, calendario perpetuo con fasi di luna, ora di alba e tramonto, equazione del tempo e carta del cielo visibile da Warren in Ohio. Il Graves lo supera con le sue ripetizione a minuti su tre timbri, grande e piccola suoneria al passaggio, calendario perpetuo con data retrograda e fasi di luna e indicazione della riserva di marcia dell’orologio e della suoneria. Solo nel 1989 Patek Philippe sarà in grado di superare sé stessa con la creazione del Calibro 89, a tutt’oggi il più complicato mai realizzato con le sue 33 funzioni ed i 1728 componenti. Se i primi orologi da polso della storia sono in realtà bracciali ornamentali per donne raffinatissime (il primo è del 1868), con gli anni ’30 si diffondono sempre di più gli orologi da polso maschili. La tecnica orologiera in quegli anni già permette di miniaturizzare le complicazioni fino ad allora destinate ai modelli da tasca e nel contempo si possono esplorare forme dalla cassa improponibili prima. Nasce così un nuovo importantissimo capitolo della storia di Patek Philippe, rappresentato da oltre 500 pezzi esposti nel Museo. Dai Cronometro Gondolo prodotti per il mercato brasiliano, ai primi ripetizione a minuti da polso, si passa per i modelli Ore del Mondo recentemente assurti all’onore delle cronache per i ripetuti record di aggiudicazione battuti in varie aste o per i calendari perpe-

.                            .Il Patek Philippe “calibro 89”, l’orologio più “complicato” del mondo

tui,i cronografi sdoppianti o i raffinatissimi Calatrava. Tra i modelli più interessanti troviamo senza dubbio il Ref.2512, cronografo sdoppiante da aviatore del 1952, e il Ref. 2499, cronografo con calendario perpetuo del 1957, capostipite di una dinastia ancora oggi in listino. A questo punto le proposte sono tali e tante che approfondirne solo alcune sarebbe fare un torto alle altre. Si tratta d’altronde di modelli più recenti che un appassionato di orologeria ha senza dubbio già visto sulle pagine di Chrono World o dell’Orologio nei resoconti delle vendite all’asta o per i richiami storici dei modelli più recenti. Quello che invece non andrebbe assolutamente tralasciato è un viaggio per visitare il Museo Patek Philippe: virtuale al sito www.patekmuseum.com oppure a Ginevra, in Rue des Vieux-Grenadiers, 7 (tel. 0041/22/80.70.910). (Fine)