Museo PATEK PHILIPPE: 1a parte

Di Marino Mariani

“Primavera” di Tamara de Lemicka (1898-1980), pittrice polacca e compatriota di A. Patek

Questo articolo fu scritto in occasione dell’inaugurazione del Museo Patek Philipp e recava il seguente sottotitolo: “Giovedì 8 novembre 2001, alla presenza delle autorità della Città e del Cantone di Ginevra, è avvenuta l’inaugurazione ufficiale del Museo Patek Philippe. Una raccolta unica, che comprende non solo le meravigie della Maison ginevrina, ma anche tanti altri pezzi pregiati di storia orologiera, a partire dal XVI secolo…”. L’articolo fu pubblicato nel numero di febbraio di “Chrono World”, 2a parte nel mese successivo.

L’edificio del Museo al n.7 di Rue des Vieux-Grenadiers


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Più volte, nella biografia a-ziendale della Maison gine-vrina, abbiamo avuto occasio-ne di citare la Collezione Priva-ta o Museo Patek Philippe. Ebbene, questa raccolta d’inestimabile valore storico, artistico, tecnico e tecnologico, non è più un “sancta sanctorum” di difficile fruibilità, ma si è trasformata in una istituzione aperta al pubblico, dove si possono ammirare non solo le pietre miliari di 160 anni di produzione Patek Philippe, bensì anche utensili, carillon, automi, nonché veri e propri orologi a partire dal XVI secolo, cioè ai tempi di Michelangelo e Galileo! Dunque, accanto a ricercatori e tecnici, anche i semplici appassionati vengono accolti in questo tempio dell’orologeria ginevrina. Per la Patek Philippe il miracolo irripetibile è stato quello di trovare, nel corso di quasi due secoli di storia, una serie di condottieri che hanno tenuto fede al credo inizialmente espresso da Antoine Norbert de Patek, ed hanno traghettato la compagnia ad un livello nettamente al di sopra di ogni norma convenzionale. La prova provata di tale asserzione è costituita dalla realizzazione di questo museo, portata a termine da Philippe Stern, rampollo di terza generazione della famiglia attualmente proprietaria. Ebbene, dalla descrizione che segue, non vi sembra che emerga il segreto fondamentale di questa impresa: la “competenza”, in tutta la portata semantica di questo sostantivo? Per un museo eccezionale occorreva una sede parimenti eccezionale, come il numero 7 di Rue des Vieux-Grenadiers, nel quartiere di Plainpalais a Ginevra, che vanta una lunga storia interamente dedicata all’orologeria. Questo immobile industriale fu probabilmente costruito dall’architetto William Henssler, artefice di numerose realizzazioni nel medesimo quartiere. L’edificio era destinato ad ospitare il laboratorio di taglio delle pietre preziose della gioielleria Heller & Son. La licenza di fabbricazione venne concessa il 6 agosto 1919. Il cantiere si mise rapidamente all’opera e già alla fine del 1920 l’immobile fu pronto ad accogliere i primi dei numerosi artigiani gioiellieri che si avvicenderanno nel corso del secolo. Nel progetto del Museo, Philippe Stern ha coinvolto la moglie Gerdi come responsabile dei lavori. Lo studio d’architettura Groupement d’Architectes SA, ed in particolare l’architetto Massimo Bianco, vengono incaricati della trasformazione dello stabile industriale in museo. L’architetto Bianco è anche l’autore della manifattura Patek Philippe a Plan-les-Ouates. Questa volta la sfida è ben diversa: si tratta  di  rinnovare ed  ingrandire un vecchio  edificio, nel ri-

Piano terra

1. Piano

2. Piano

3. piano


Piano terra
:1 Ricezione, 2 Guardarobe, Toilette, 3 Auditorio, 4 Mostra Artigianato, 5 Laboratorio Restauri – 1. Piano: 1 Orologi da Tasca, 2 Orologi da Tasca Complicati, 3 Orologi di Henry Graves, 4 Orologi da Polso con Complicazioni, 5 Orologi Commemorativi, 6 .Orologi da Polso, 7 Orologi a Pendolo – 2. Piano: Le Antiche Collezioni: 1 Orologi del XVI Secolo, 2 Orologi del XVIII Secolo, 3 Salone degli Automi, 4 Salone dei Ritratti in Miniatura, 5 L’Arte di Breguet, 6 Orologeria Tecnica, 7 Orologi di Fantasia, 8 Orologi Realizzati per il Mercato Cinese, 9 Orologi Realizzati per il Mercato Turco – 3. piano:  1 Archivi Patek Philippe, 2 Ufficio di Henri Stern, 3 Biblioteca

spetto delle sue mura e della sua storia, ma conferendogli un’immagine contemporanea. Essendo classificato come edificio d’interesse storico, non lo si può certamente modificare o trasformare a proprio piacimento. “Sembrerà strano – fa osservare Massimo Bianco – ma è stato più facile ottenere l’assenso della commissione di edilizia monumentale all’aggiunta di un attico al piano superiore e alla costruzione di passaggi verso gli edifici contigui, che alla ristrutturazione dell’ingresso e delle scale interne…”. L’arredamento interno dei locali è stato realizzato in collaborazione tra l’architetto d’interni Jackie Nyffeler e Gerdi Stern. Philippe Stern ha dato carta bianca a sua moglie, che aveva idee molto chiare sull’atmosfera che le sale d’esposizione dovevano avere: “Volevo un museo caldo, ovattato, dove il decoro e l’ambiente fossero testimonianza del suo carattere privato”. Jackie Nyffeler l’ha ben compresa. “Anche se aperto al pubblico, questo museo doveva apparire come uno scrigno prezioso, un luogo intimo e riservato”. Da risolvere, soprattutto, il problema delle dimensioni: quattro piani di 700 metri quadrati ciascuno, da rivestire, arredare ed illuminare, in modo originale ma rigoroso. “Ho sempre amato lavorare con una prospettiva senza tempo, guardandomi soprattutto dalle mode. Dire moda vuol dire, ben presto, fuori moda”, osserva l’architetto. Le sue fonti d’ispirazione affondano dunque nella classicità. “Ho pensato spesso all’Egitto, ricercandone la purezza dei volumi, la nobiltà dei materiali, la patina del tempo”. Granito americano per i pavimenti, pietra provenzale per i muri, serpentina delle Alpi per i fregi, marmo spagnolo per l’ingresso e le scale – tutti materiali scelti in funzione della loro qualità eccezionale e dei loro colori. L’armonia che ne risulta, assieme ai rivestimenti in legno, ai tessuti e all’illuminazione contribuisce a creare una sensazione di calma e di serenità. I lavori di restauro dell’edificio e di sistemazione del museo sono iniziati il 25 marzo 1999 e sono stati gestiti secondo procedure insolite, in quanto gli operatori di ciascuna specialità non soltanto hanno dovuto coordinare perfettamente i loro interventi, ma spesso hanno dovuto lavorare simultaneamente. Dopo due anni e mezzo, le collezioni Patek Philippe vengono ora svelate al pubblico in una cornice degna del loro eccezionale valore tecnico, artistico, estetico, storico, ed anche scientifico. (Segue)