MOVADO: 2a parte

Di Marino Mariani

.                           .”Madre e figlio” di Tamara de Lempicka (1999-1980)

 

.                    .Il libro guida di Fritz von Osterhausen

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Nella puntata precedente abbiamo narrato le gesta della Maison Di-tesheim nei suoi primi anni di atti-vità: grande dinamicità, forte impie-go di mano d’opera, partecipazione a fiere internazionali e primi diplomi e medaglie conquistate. Ma il vero cambio di registro avviene nel 1905, quando si verificano tre eventi: la Maison si trasferisce in una fabbrica vera e propria appositamente edificata in una ben qualificata periferia di La Chaux-de-Fonds (Rue du Parc 117), in un posto che lascia spazio ad eventuali accrescimenti. La forza lavoro iniziale prevista è di 150 unità. La fabbrica è moderna e luminosa, inediti i servizi igienici e sanitari, singolare e veramente progressista la schermatura degli organi di trasmissione del macchinario ed il complesso delle misure di sicurezza per gli operai. Il modernissimo macchinario della nostra Maison proveniva dall’America, ed era anche schermato acusticamente: un moderato brusio sottolineava il ritmo operoso della fabbrica, che subì ampliamenti nel 1917 e nel 1948, anno in cui la fabbrica raddoppiò il personale (che divenne di 300 unità), nonché il suo volume, mediante un nuovo edificio fabbricato vis a vis. La Maison diventava così uno dei maggiori complessi industriali del settore. La seconda novità del 1905 è costituita dall’ingresso in ditta del quinto fratello Isaac, con il che la ragione sociale diventava “L.A.I. Ditesheim & Frère”, ove “Frère” (fratello) rappresenta, appunto, Isaac. Ma in quell’anno la compagnia adotta anche un esotico nome d’arte: “Movado”, che in esperanto significa “sempre in movimento”. E la ditta appare invero sempre in grande movimento, come è dimostrato dal gran numero delle patenti e brevetti ottenuti tra il 1902 ed il 1912, molti dei quali dedicati non tanto a particolari costruttivi orologieri, quanto a macchinari utensili e metodi di lavorazione. Tutti i brevetti ottenuti da Movado dalle origini fino al 1969 sono elencati nel libro: “The Movado History” di Fritz von Osterhausen, edito (in inglese) dalla Shiffer Publishing Ltd., che rappresenta non solo una splendida guida a tutta la storia e alla produzione Movado fino ai nostri giorni, ma è denso di ben dettagliate informazioni sulle origini dell’orologeria elvetica. Un libro che equivale all’acquisto di un prestigioso orologio da collezione. Ma pur avendo rimandato i lettori a questo ponderoso ed elegantissimo volume, qualche modello speciale dobbiamo pur presentarvelo. Per esempio il “Polyplan”, Swiss Patent N. 60 360 in data 7 giugno 1912. In molti manuali di tecnica orologiera svizzera, e per esempio nella “Histoire et Tecnique de la Montre Suisse” di E. Jaquet & A. Chapuis (Basel/Olten 1945) è trattato con un riguardo almeno pari al “Reverso” di Jaeger-LeCoultre: si dice che sia dovuto ad un’idea di Isidore Ditesheim, e viene tutt’oggi considerato come la soluzione più razionale per gli orologi da polso fortemente curvati (per fasciare perfettamente il polso). Ed in effetti il profilo del movimento, che segue la curvatura del polso, è essenziale per l’intera struttura. Il Polyplan rappresenta uno dei primi movimenti detti “di forma”, specificamente sviluppati per gli orologi da polso curvi, tanto in voga alla vigilia della Grande Guerra. Lo scopo prefisso era quello di equipaggiare un orologio elongato con un movimento articolato su più piani (da cui il nome), perché utilizzando un movimento tradizionale a “baguette” la curvatura ammessa era molto limitata. Il bilanciere, in particolare, con un diametro massimo di 5 mm, e la parte del movimento riguardante lo scappamento, sarebbero state così sacrificate da poter for-

.                                                             Il segreto del Movado “Polyplan”

nire solo prestazioni inadeguate, quando l’obiettivo a monte del pro-getto era quello di fornire la precisione di un buon orologio da polso ma-schile da 11’’’ con un bilanciere da 9 mm di diametro. L’unica soluzione razionale elaborata dagli ingegneri della Movado era quella di dare una conveniente angolatura di 25° verso il basso ad entrambe le estremità della platina del movimento. Per non farla troppo lunga, date uno sguardo alla foto che pubblichiamo. Sembra semplice, vero? Dato il costo, i Polyplan prodotti fino agli anni ‘40 sono solo 1500 (o forse poco più), e rappresentano quindi uno dei più preziosi e ricercati oggetti da collezione.

Celebrità degli anni ‘20
Miracolosamente conservati, gli antichi cataloghi della casa rivelano lo straordinario assortimento offerto da Movado alla sua clientela: non meno di mille modelli, comprese tutte le varianti negli orologi femminili, ognuno di essi accuratamente descritto e fotografato! Molti meriterebbero di essere qui presentati, ma limitiamoci ai più celebri e storici. Il primo è quello dedicato alla star di Hollywood Rodolfo Valentino, l’attore italiano che fece impazzire milioni e milioni di donne, morto nel 1926 a soli trentun’anni. Un anno prima della sua tragica scomparsa Movado gli aveva reso l’onore di due orologi, uno da polso e l’altro da taschino. Il Valentino da taschino si distingueva per una caratteristica veramente singolare: aveva una cassa d’argento completamente ricoperta in pelle di serpente. E poi: corona al 6, piccoli secondi al 12, ed un attacco che sostituiva l’anello per la catenella, che poteva essere equipaggiato con una clips tipo distintivo, o con una cordicella in cuoio o pelle di serpente. Sue varianti prodotte fino agli anni ‘40 presero il nome di “Orologio delle Infermiere” perché prediletto da questa categoria. Del pari sensazionale la versione da polso, con la corona al 3 ed i piccoli secondi al 6, con anse protratte speciali, ricoperte in pelle di serpente come il quadrante, cui veniva “annodato” il cinturino. Contemporaneo del Valentino è l’Ermeto, sicuramente il modello più noto, più diffuso, più caratteristico dell’intera produzione Movado. Anche il cosiddetto “laico”, e cioè digiuno di ogni competenza orologiera, riconosce nell’Ermeto il classico orologio Movado, quantomeno nella sua versione da viaggio o da tavolo. Trattasi di un aggraziato “scatolicchio”, che quando viene aperto rivela il quadrante di un orologio. Pur non essendo tassativamente ermetico, come il nome suggerirebbe, lo scatolicchio (che d’ora in avanti chiameremo astuccio) protegge l’orologio dalla polvere e dall’acqua. Il rivestimento dell’astuccio gode di un numero infinito di varianti realizzate nel corso dei decenni, una più bella ed accattivante dell’altra: in cuoio, in pelle, in metallo satinato o arabescato, in smalto. Il libro che vi ho menzionato varrebbe  la  pena d’essere acquistato  se non altro che

.                     .Una splenda versione del Movado Ermeto col suo astuccio da viaggio

per il numero di versioni dell’Ermeto presentate in meravigliosi colori. Il successo di vendita fu tale che, in deroga alla normale prassi di distribuzione tramite la rete degli agenti, i diritti di vendita vennero contrattati e ceduti a caro prezzo a società che, a volte, venivano costituite per questo solo scopo (la vendita in esclusiva dell’Ermeto). Un uomo d’affari di nome César de Trey, che esercitava il commercio di protesi odontoiatriche in Inghilterra, nel 1927 fece ritorno in Svizzera con l’intento di entrare nel settore orologiero. Egli acquistò dalla Movado i diritti di vendita dell’Ermeto per i mercati di Francia, Inghilterra, Spagna ed Italia per la cifra di 250.000 franchi svizzeri. L’anno successivo fondò a Losanna una società denominata Hermética SA, il cui unico ed esclusivo scopo era, appunto, la vendita dell’Ermeto. Il quale Ermeto era originariamente concepito come orologio a carica manuale con la corona al 12 (ma nell’Ermeto “Pullman” da viaggio, con carica da 8 giorni, la corona era posta al 6), ma già dal 1926 veniva brevettato un ingegnoso meccanismo che rendeva l’orologio virtualmente automatico: un’asta dentata faceva girare il pignone ad ogni apertura e chiusura dell’orologio, ed ogni volta l’orologio accumulava un’autonomia di quattr’ore. Altre popolari versioni dell’Ermeto sono l’Ermetophon con allarme (1960), l’Ermeto Calendine con datario, ma elencarle tutte sarebbe impresa vana. Il mistero degli orologi da guerra La leggenda vuole che nel 1880 la Marina Tedesca ordinò orologi d’oro da polso, con bracciale anch’esso d’oro, alla ditta Girard-Perregaux di La Chaux-de-Fonds. Nessun esemplare di questo ordinativo è sopravvissuto e nessuno sa come fossero fatti. L’uso dell’oro sta a significare come questi orologi non fossero destinati a pesanti impieghi militari operativi, ma rimane il fatto che questo episodio rappresenta il precursore di forniture specifiche per le forze armate. Attorno al 1900, nella cosiddetta “Guerra dei Boeri” (Sud-Africa, Sua Maestà Britannica contro i coloni olandesi), si dice che molto diffuso fosse l’uso di orologi da polso, che seppero resistere all’impiego nelle condizioni più dure. Ancora non si è chiarito completamente chi sia stato il primo fabbricante di orologi militari. Il primo rapporto sicuro è quello di un’altra fornitura di Girard-Perregaux alla Marina Tedesca, in data 1910. Questa volta le caratteristiche degli orologi erano chiaramente definite: costruzione in acciaio o argento, facile leggibilità in condizione di poca luce, quindi fondo (del quadrante) ad alto contrasto, luminose le sfere e i numerali. Orologi di questo tipo furono utilizzati nella Grande Guerra. Dalla  fiammata  di partenza,  essi servivano a calcolare la gittata  delle ar-

.                               .Elegantissimo cronometro automatico Movado dell’inizio del ‘900

tiglierie. Nel loro libro sulla storia e tecnica dell’orologeria svizzera (1945) Jaquet e Chapuis attestano che il primo fabbricante di orologi militari con schermo frontale traforato fu Movado, e ciò a partire dal 1914, a conferma che nel settore Girard Perregaux arrivò poco prima. Settore molto lucrativo, in virtù degli alti quantitativi richiesti, che aiutò molte ditte a rifarsi delle perdite subite nel 1907 per uno dei tanti crolli della Borsa di New York. Accanto a Girard Perregaux e Movado, le ditte che parteciparono all’affare militare furono Eterna, Omega, IWC, Longines, Ulysse Nardin, Enicar, nonché le americane Waltham ed Ingersoll. Siccome non so se avremo mai l’occasione di menzionarlo per esteso, vi dico subito che Ingersoll è il fabbricante dell’orologio di Topolino, l’orologio più venduto di tutti i tempi, di cui il cliente più illustre ed affezionato fu l’Imperatore del Giappone Hiro Hito, che se lo portò nella bara accanto ad un piccolo cannocchiale.

Il sempiterno orologio da Museo
Se dovesse risultare che il più significativo orologio Movado non fosse l’Ermeto, allora il primo posto verrebbe ad essere occupato dal modello detto “Museum”, che viene riconosciuto, per il suo disegno, non solo come il modernistico simbolo di Movado, ma come un’universale conquista “architettonica” della manifattura orologiera mondiale. Ho scelto accuratamente l’aggettivo “architettonica” non solo per evidente allusione estetica dietro cui si cela la tecnica costruttiva, ma proprio per il fatto che esso si è ispirato ai canoni della “Bauhaus”, l’impresa di costruzioni di Walter Gropius divenuta il Tao dell’architettura e, più in generale, il Tao della Forma degli Oggetti. La quale “Forma” non è più una libera scelta del progettista, bensì il naturale aspetto assunto dalla struttura e dalla funzione nell’istante in cui si concretizzano in prodotto   finito.   Precedente  a  Gropius  è  il razionalismo   funzionale  di  Le Corbusier, che ha   portato

.                   Movado “1947 Museum Watch”, apoteosi dell’archetipo

alla demolizione sistematica dell’ornamento a favore del nudismo delle applicazioni. Per capire, basta considerare le stazioni ferroviarie di Milano e di Roma (o Firenze). Ebbene, nel “Museum” Movado, disegnato da Nathan G. Horwitt, come se fossero puri ornamenti non strettamente funzionali, scompaiono le cifre ed i secondi centrali. Rimane un paesaggio vuoto, in cui le sfere delle ore e dei minuti percorrono le loro traiettorie che hanno come unico punto di riferimento un dischetto fisso apposto al 12. E così vengono soddisfatte le più alte istanze teoriche, come quella di descrivere il tempo come la successione degli eventi che si verificano in virtù della posizione di un sito terrestre, nel suo moto di rotazione quotidiana, nei riguardi della postazione fissa del Sole. Un’apoteosi del concetto, e realizzazione di un orologio di non facile intelligibilità, ma vero mattatore nelle vetrine e nei musei, nonché al polso di personaggi altolocati e selettivi. Gli inizi di questo modello non furono facili. Nathan G.Horwitt propose a partire dal 1947, il suo “quadrante vuoto” a Vacheron & Constantin, in occasione di una sua visita a Ginevra, ma senza successo. Nel 1956 chiese il brevetto americano, che gli fu concesso solo nel 1958, perché si dubitava che fosse brevettabile un quadrante privo di questo e di quello. Il Museo d’Arte Contemporanea di New York si interessò all’originalità del disegno. Allora Horwitt si fece fabbricare tre prototipi dai rappresentanti americani di Vacheron & Constantin e di Jaeger-LeCoultre, ed uno di essi fu acquistato nel 1960 proprio dal Museo, che lo pose in esposizione permanente. Un secondo esemplare fu venduto al Museo d’Arte di Brooklyn, ed il terzo se lo tenne per sé, nel tentativo di trovare un fabbricante in serie. Qualche negoziante americano montò il quadrante di Horwitt su meccanica Longines ma i fabbricanti rimanevano freddi. Movado, dopo il 1960, iniziò ad equipaggiare alcuni modelli del suo programma abituale col famoso quadrante, e ne inviò qualche esemplare a certi negozi di New York, ed infine ne iniziò la produzione in piccola serie a partire dal 1965, e dopo i timidi inizi il modello incontrò un’inaspettata fortuna commerciale, fino a giungere alle più alte vette della celebrità.

Gli anni duri
Gli anni ‘60 iniziarono una serie di fondamentali mutazioni nell’arte orologiera. Furono sviluppati orologi da polso a trazione elettrica ed elettronica, muniti di nuovi sistemi di controllo della frequenza. Per primo, nel 1960, venne il bilanciere elettrodinamico, seguito, l’anno dopo, dal controllo di frequenza a diapason, ma questi dispositivi ebbero vita breve, travolti dall’irruzione sul mercato del controllo di frequenza al quarzo negli orologi da polso, nel 1970. In virtù della loro semplicità di fabbricazione ed assenza di assistenza, della loro grande precisione e basso costo, questi orologi erano superiori alla loro controparte meccanica, ed il solco si allargava col perfezionarsi delle nuove tecnologie. Tutti i fabbricanti svizzeri soffrirono di questa nuova concorrenza, e Movado non fu risparmiato. In fretta si studiarono piani di difesa per creare orologi meccanici più competitivi: di più facile manutenzione, con un miglior rapporto qualità/prezzo, di maggior precisione. Il risultato fu quello  dei  cosiddetti  movimenti ad  alto  battito  con scappamento a leva

.                                         .Movado modello cromatico detto “Arcobaleno di Max Bill”

ed una frequenza del bilanciere pari a 36.000 alternanze/ora, che dava una precisione migliore ed una migliore stabilità in virtù della maggior frequenza. Si cercarono alleanze, e dopo una collaborazione con la Universal, la Movado si fuse con la Zenith e la famiglia Ditesheim passò la mano ad altri. Il loro regno era durato 88 anni. Quello che fu chiamato esplicitamente il “matrimonio di convenienza” fu celebrato un giorno del mese di settembre 1969 e sanciva l’unione tra Movado, Zenith e Mondia (MZM) intesa come una holding amministrata da Zenith in quanto socio maggioritario. Mondia era una ditta assemblatrice di Sierre, canton Vallese. Dal 1971 Movado cominciò a trasferirsi a Le Locle, sede storica della Zenith sin dalla fondazione, avvenuta nel 1865. Molti modelli prodotti dalla MZM si chiamavano Movado su un mercato, Zenith su un altro, oppure Zenith-Movado, ed occasionalmente “Movado – a Zenith Company”. Nel 1972 la holding fu acquistata da una grossa società americana, la “Zenith Radio Corporation”, in cui la quasi omonimia è del tutto casuale. Prima del 1972 la Zenith Radio pagava alla Zenith Suisse royalties per l’uso del nome Zenith, pur essendo sostanzialmente estranea al settore orologiario. Nel giugno del 1978 Zenith e Movado passano nelle mani di un nuovo proprietario svizzero, la Dixi, società i cui azionisti principali sono Paul Castella e Michael J. Pannet. Ma dopo poco anche essi passano la mano…

I nuovi signori di Movado
Gedalio Grinberg e suo figlio Efraim, americani originari di Cuba, iniziarono nell’estate del 1982 i negoziati con Paul Castella, direttore della Dixi SA, per l’acquisto della Movado. Infischiandosene del parere contrario degli esperti finanziari, nel 1983 i Grinberg acquistano la Movado. Gedalio Grinberg era stato da sempre innamorato di Movado per l’eleganza senza tempo dei suoi modelli, ed in particolare del Museum Watch, tanto che volle conoscere personalmente il suo creatore Horwitt. Ci vollero 3 anni, ed il 1984 fu il peggiore, per riorganizzare la Movado, per ridargli nuovi scopi ed una nuova immagine indipendente, e riportarla sul mercato. Grinberg si rendeva conto che con Movado aveva acquistato non solo una ditta dall’inconfondibile immagine e dal grande know-how, ma addirittura una pagina di storia ricca di avvenimenti, decisivi nello sviluppo dell’orologeria. Per ricostituire il marchio era necessario ridefinire l’immagine di Movado, disattesa dalle precedenti amministrazioni ad interim. In pratica, solo il Museum Watch aveva mantenuto vivo il legame tra Movado e la sua clientela effettiva e potenziale. La prima misura fu dunque quella di potenziare modelli e varianti imperniati sul celebre “Quadrante Vuoto”, arricchendoli di una gamma cromatica desiderata dal pubblico femminile. Il catalogo si arricchisce, nella seconda metà degli anni 80, dei modelli commissionati ad illustri artisti come Andy Warhol, Yaacov Agam, Arman, James

.                          .Movado “Bold Indigo Blue”. moderna variante del quadrante “Museum”

Rosenquist, Max Bill, Romero Britto. Ma accanto a questo ricco assortimento di modelli attuali in marcia con i tempi, i nuovi padroni hanno recepito una struggente e quasi inesprimibile richiesta degli affezionati: la rinascita dei gloriosi modelli degli anni ‘40 e ‘50: il Calendomatic, il Chronograf, il Chronoplan, il Celestograf, le cui quotazioni in ascesa verticale nelle aste esprimevano il desiderio di un ritorno ai bei tempi. È nata così una serie speciale di repliche, denominata “Collection 1881”, dedicata alla memoria del capostipite Achille Ditesheim ed al centenario della Maison. I primi modelli di questa serie vengono presentati al Salone di Basilea 1990: l’Automatic, un modello rettangolare sullo stile del “Curviplan” ed un meraviglioso “Calendomatic”. E, dulcis in fundo, la nuova produzione Movado si arricchisce di inestimabili riproduzioni, la prima delle quali è quella dell’Orologio Militare della Grande Guerra in edizione speciale di 250 pezzi, editi nel 1993, in oro a 18 carati, con movimento meccanico, astuccio in cuoio con gli antichi accessori per la manutenzione e certificato di garanzia vecchio stile. Il successivo modello oggetto di riproduzione è il Museum Watch secondo il prototipo originale con carica manuale, cassa laminata in oro, astuccio in legno. Poiché esso è apparso nel 1994, nel 75° anniversario della Bauhaus fondata nel 1919, esso è denominato “Bauhaus Watch” ed è stato battuto in 1919 esemplari. Conclusioni: la Movado ha trovato nei signori Grinberg gli eredi diretti di papà Achille Ditesheim. La Maison è rinata per la gioia di tutti i sinceri amici dell’orologeria. Il resto è cronaca attuale… (Fine). PS: Gedalio Grinberg è morto il 4 gennaio 2009 all’età di 77 anni.

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