CARTIER: 1a parte

Di Marino Mariani

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Tracciare un profilo storico di Cartier è compito, da far tremare. Naturalmente, nel nostro caso, non po- tremmo comunque ricostruire “tutta” la storia della Maison Cartier, ma, più semplicemente, cercheremo almeno di ricostruire l’attività della casa nel campo dell’orologeria. Cartier, per nascita e vocazione, è stato sempre un grande dispensatore di sogni, forse proibiti per le sartine, le commesse e le cameriere, ma più che leciti, anzi dovuti e doverosi, per quanto riguarda le nobildonne, le grandi artiste, le ballerine e quelle che nel nostro libro di riferimento vengono chiamate “cocottes”. Sul Garzanti, alla voce cocotte, abbiamo trovato le seguenti interpretazioni. 1. Pesante  pentola di ghisa per la cottura a fuoco lento. 2. (nel

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linguaggio infantile) Cocca, gallina. 3. (in senso affettuoso) Cocca, coccola. Poi c’è un significato ritenuto speciale, dato che il lemma è chiuso tra virgolette “cocotte”: donna di facili costumi. Ma in definitiva, proibiti oppure leciti, quali  sono i sogni che  Cartier dispensa a tutte  le donne d’ogni ordine e  grado?   Chi lo  direbbe mai:  i gioielli!Ma c’è di più, oltre ai gioielli intesi come oggetti carichi di un più o meno elevato valore venale, il sogno con cui Cartier turba il sonno, ad occhi aperti o chiusi, delle donne, è l’idea stessa del lusso, dell’eleganza, l’empireo di una vita a parte costellata di qualità e proprietà esclusive. Il contesto di tali incantate aspirazioni è la scenografia di un’opera realmente rappresentata, storicamente accertata e replicata con delirante successo, il cui nome, lo sapete già, è quello di “Belle Époque”. In quest’opera Cartier impersona due ruoli, quello del “re dei gioiellieri”, e quello di “gioielliere dei re”. Al tempo di Maria Antonietta, Breguet era stato sia “il principe degli orologiai”, sia “l’orologiaio dei principi”.

La Belle Époque
Il nostro libro di riferimento, questa volta, è “Le Temps de Cartier” che, nonostante il suo titolo in francese,  è in lingua italiana ed è opera di tre illustri personaggi della storiografia orologiera, internazionalmente riconosciuti: Jader Barracca, Giampiero Negretti e Franco Nencini, ovviamente italiani, che in seguito chiameremo “la triade”. Ebbene, lì per lì sono rimasto sorpreso che il libro iniziasse con una vasta panoramica sulla Belle Époque. Poi ho capito che quello non era uno dei mille modi di cominciare la storia orologiera di Cartier, bensì l’unico modo  possibile. Infatti noi siamo abituati a trattare i fondatori di una illu-

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–                                La piccola Errazuriz

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stre dinastia orologiera partendo dai primi apprendistati, dai viaggi di perfezionamen-to, dalla nascita della prima bottega, ed arriviamo infine ai momenti del trionfo presso la più distinta clientela. Nel caso di Cartier le cose stanno molto diversamente. Innanzitutto il Cartier della nostra storia è Louis Cartier, che si trova ad essere rampollo di un business avviato mezzo secolo prima, ed il suo problema non era quello di trovare clientela per un certo prodotto. No, lui la clientela già la possedeva, e doveva semplicemente fornirle un prodotto che, più che di un certificato di marcia firmato da un Osservatorio Astronomico, presentasse ottime referenze in seno all’alta società. Che presentasse sia la sostanza, sia l’aura dell’oggetto esclusivo, degno di essere introdotto nella cerchia beata, e destinato a rimanervi circoscritto. Anche se poi, su base statistica, i migliori acquirenti si rivelarono non tanto gli aristocratici quanto la grassa borghesia. Ma sulla caratura del prodotto non si potevano fare sconti, perché la grassa (nel senso di ricca) borghesia era avida di possedere gli oggetti destinati all’aristocrazia, e non si sarebbe contentata di versioni popolari. La ricca borghesia diventava aristocrazia comprando beni (proprietà terriere, palazzi, scuderie, gioielli) che l’aristocrazia non si poteva più permettere. Ma era comunque l’aristocrazia che forniva l’archetipo: Napoleone (lui, il primo, l’Empereur), benché erede di una rivoluzione antiaristocratica (oltre che anticlericale), conferiva ogni incarico di fiducia e di rappresentanza nell’ambito del suo entourage, esclusivamente ai nobili, perché sapevano servire con una classe ed un’eleganza irraggiungibili da parte del più beneducato e fedele servitore di carriera. Il fascino dell’aristocrazia era irresistible: più di una madame avventuriera s’era arricchita a dismisura, per esempio col commercio degli schiavi, e coronava il suo sogno di potenza presentandosi a Parigi col titolo, regolarmente acquisito, anzi acquistato, di granduchessa. Non meno abietta poteva essere la ricchezza accumulata dagli sfruttatori di miniere e di piantagioni d’oltremare, ma il traguardo era eguale per tutti: lasciare che i loro cespiti di lucro crescessero in incognito nell’altra parte del mondo, ed esibirsi a Parigi nel ruolo di nobiluomini. In tal caso erano questi aristocratici di recente acquisizione a circondarsi della servitù dei nobili decaduti, per imparare le raffinate maniere. Ma non solo l’aristocrazia dettava legge: a Parigi confluivano i nababbi indiani, i finanzieri americani, scrittori, pensatori, musicisti di ogni provenien-

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za, ed artisti, specie pittori, d’ogni genere. C’erano anche gli Italiani che venivano alla conquista di Parigi, e molti di essi giungevano in cima alla piramide del rispetto e della fama: quando morì il pittore De Nittis, i cordoni della bara vennero tenuti dall’ambasciatore Menabrea, dal pittore Degas, dal drammaturgo Alexandre Dumas Fil (Dumas figlio: La signora delle Camelie; Dumas padre era quello dei Tre Moschettieri), e dall’accademico Goncourt. Ma, in attesa che gli impressionisti vincessero la loro battaglia, il vero dominatore della scena pittorica parigina era il ferrarese Giovanni Boldini, un vero “figlio di Dio” per la facilità del suo pennello a creare e ricreare, “a propria immagine e simiglianza” la bellezza femminile. L’alta società si affidava ai gioielli di Cartier, alla cucina di Maxim ed al pennello di Boldini. Ogni signora, dopo aver posato per Boldini, si ritrovava 30 centimetri più alta e capace di torcere il proprio vitino come una michelangiolesca figura sulla volta della Cappella Sistina. Boldini aveva il culto delle “donne pioppo”, o, meglio ancora, delle “donne campanile”. Ed ora un aneddoto: tra la clientela di Boldini, un giorno capitò nell’atelier madame Josephine Alvear de Errazuriz, accompagnata dalla graziosa figliola. Il pittore, alla prima occhiata, già sa come sistemare mammà, ma gli punge vaghezza di ritrarre anche la bambina, e si concerta con la madre, la quale accondiscende di buon grado. Nasce così ritratto della “Giovinetta Errazuriz”: la fanciullina siede su un divano, veste un abito bianco ricco di guarnizioni, merletti e falpalà, tiene le gambe accavallate in primo piano, e su di esse indossa un paio di rilucenti calze di seta nera. La gonna è sollevata sopra il ginocchio, un millimetro al di sopra del bordo delle calze, rivelando un millimetro quadrato di rosee gambette. Lo sguardo della fanciulla fissa intensamente il pittore che la ritrae. Questo ritratto di grosse dimensioni, assieme a quello di mammà Josephine, andò in seguito ad arricchire la collezione Rotschild, ma quando Boldini lo presentò in prima visione all’Exposition de Paris del 1892, destò una tempesta di critiche. In un mondo in cui artisti e modelle vivevano in peccaminosa promiscuità, che aveva visto le discinte donne da bordello ritratte da Toulouse-Lautrec, in cui circolavano liberamente l’assenzio e le droghe, in cui le ballerine di can-can, con le applaudite levate delle loro gambe, abbattevano sfrontatamente ogni forma di riserbo in tema di intimità femminile… In tale scenario Boldini fu subissato, un po’ per celia e un po’ per davvero, dall’accusa di aver eseguito un quadro “morbidement sensuel”, che fu ufficialmente tradotto in italiano, e conservato fino ai nostri giorni, in ogni biografia o saggio su Boldini, come “morbidamente piccante”, un’accusa fatua ed irrilevante rispetto all’acredine delle polemiche allora sollevate. Ma l’accusa originale era un bel po’ più grave, perché in francese (ed anche in inglese),  morbide non significa morbido ma morboso. In tal caso l’accusa vera era quella di “morbosità sensuale”o “sensualità morbosa”, un’accusa infamante che, ancorché esagerata, non era del tutto infondata. Ed infatti, anche se il gesto era solo accennato, Boldini aveva intenzionalmente sollevato un lembo di gonna della bambina, lasciando immaginare il seguito. Naturalmente, dopo un debito lasso di tempo, la polemica si spense e rivelò la sua vera natura: un tiro scagliato, tra il serio ed il faceto, da colleghi burloni (forse anche invidiosi), sostenuto da giornalisti e critici che stettero al gioco, ma Boldini, sensibilissimo al parere altrui, c’era rimasto molto male. Questo episodio viene comunque invariabilmente riportato in ogni biografia ed in ogni saggio critico in lingua italiana, e a distanza di oltre un secolo immancabilmente marchiato come “morbidamente piccante”. Non sarebbe ora di riportare la traduzione giusta invece di quella maccheronica?

.      Orologio in nefrite e oro 18K, grande sonnerie, fasi lunari, astuccio in marocchino…..(Patrizzi & Co.)

La Maison Cartier
Il primo capitolo del nostro libro di riferimento, inizia proprio col titolo di Belle Èpoque e col riferimento temporale del periodo 1873-1910. Nel 1873 Napoleone III era già stato sbalzato dal trono, la Francia sarebbe diventava una repubblica, mentre l’Italia profittavna della caduta del grande protettore del Papa per occupare Roma. Moriva George Bizet, appena in tempo per veder rappresentata la sua Carmen, ma amareggiato a morte per la feroce critica contraria. Ed era stato aperto il canale di Suez, per l’inaugurazione del quale Verdi aveva composto l’Aida. Ma per l’inaugurazione ufficiale al posto dell’Aida venne rappresentato il Rigoletto. Perché? Perché i costumi dell’Aida dovevano arrivare da Parigi, la quale era assediata dai Prussiani, e niente poteva passare attraverso le mura di cinta della città. Eccezion fatta per il fotografo Nadar, che a bordo di una mongolfiera sorvolava le linee nemiche ed effettuava le sue riprese. La storia del gioielliere Cartier inizia prima di questa data che fa da spartiacque, quella di Cartier orologiaio inzia dopo. In realtà, è solo nel 1898, quando Louis Cartier si associa, all’età di 23 anni, al padre nella ditta Alfred Cartier et Fils, ed assume nell’azienda il ruolo di mente creativa, che il mondo dell’orologeria entra nell’universo Cartier. Ma la prima volta che la Maison trattò un orologio, fu nel 1853, come risulta dai registri. Louis-François Cartier, fondatore della casa nel 1847, aveva da poco trasferito la sede della sua piccola oreficeria dalla rue Montorgueil, vicino al mercato delle ostriche, al più prestigioso indirizzo di rue Neuve-des Petits-Champs, in prossimità del Palais Royal. In questa nuova dimora Louis-François accoglie il suo primo cliente altolocato, il conte Alfred-Emilien de Nieuwekerke, scultore di fama, recentemente nominato curatore delle Belle Arti, in virtù della protezione accordatagli da Napoleone III, spinto dalla nipote principessa Matilde che nutriva un’ardente passione per il conte scultore. E fu grazie al conte di Neuwekerke, che Louis-François Cartier guadagnò il brevetto di fornitore dell’Imperial Casa, e nell’anno del primo orologio commissionato, il 1853, l’imperatrice Eugenia gli ordinò un servizio da tè in argento, cui fecero seguito ordinazioni di spille, cammei, braccialetti ed orecchini con “pietre modeste”, prevalentemente destinati al mondo altoborghese, o di nobiltà minore, che ruotava attorno all’orbita imperiale. Anche gli orologi erano di livello medio, acquistati presso fornitori esterni, che Cartier rivendeva a caro prezzo dopo averli impreziositi con intarsi, catene e decorazioni nello stile tipico del Secondo Impero. Il gioielliere, per aumentare il suo fatturato e legare maggiormente a sé la clientela in cerca di un regalo di gran gusto, teneva a disposizione diversi pezzi di antiquariato, e così risultano venduti anche orologi da tasca in smalto firmati Lépine, di cui due, udite udite, di Abraham-Louis Breguet! Ma per trovare nei registri il primo orologio degno della Maison Cartier, bisogna aspettare una ventina d’anni, cioè fino al 1873, l’anno “spartiacque” fissato dalla nostra triade di autori. Si tratta di un orologio da taschino archiviato col numero 27, che viene soprannominato “egizio”, in virtù delle decorazioni che adornano il fondello e la “châtelaine” (catenella). Importante è anche la montatura in oro, con diamanti tagliati a rosa e rubini calibrati. Questo pezzo risulta venduto ad  un non meglio identificato  monsieur Santos. Potrebbe  trattarsi

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di un esponente della ricca famiglia brasiliana che diede i natali ad Alberto Santos-Dumont, l’aviatore e viveur per il quale il suo amico Louis Cartier disegnerà il celebre orologio da polso (battezzato per l’appunto “Santos” nel 1911, quando viene lanciato sul mercato), ”Saremmo di fronte ad un segno premonitore del destino”. Così scrive la triade, ma, oggettivamente, la differenza di quasi quarant’anni tra le due date (1873-1911) è tale da rendere nulle le probabilità di un legame familiare tra i due personaggi. Ma questo non ha nessuna importanza, perché è senz’altro un segno del destino che il primo acquirente di un orologio Cartier “si chiamasse” come il futuro aviatore legato alla storia di Cartier. E se proprio si dovesse credere ai segni del destino, anch’io ho da raccontare la mia: un giorno di mezz’estate del 1985 decisi di smettere di fumare ricorrendo alla sola forza di volontà. Sforzo non indifferente, visto che fumavo abitualmente non meno di tre pacchetti al giorno. Contai le sigarette che mi rimanevano: erano sei. Decisi che me le sarei fumate con gusto, e che sarebbero state le ultime. Erano sigarette estremamente raffinate, lunghe 120 millimetri, aromatiche ed ottimamente confezionate. Rimasi io stesso stupefatto di essere riuscito in quell’impresa, che mi era costata almeno due anni di sofferta preparazione mentale, e dopo quel successo mi considerai onnipotente. Fumai, dunque, la sesta sigaretta, strinsi nel pugno il pacchetto vuoto e lo gettai nel secchio della spazzatura, ma mi dispiace di non averlo conservato: era un pacchetto di Santos Dumont “gialle”, extralusso, reperibili solo in Svizzera. Cito questo episodio personale per porre in evidenza che, ad oltre mezzo secolo dalla sua morte, la fama di quest’uomo audace ed elegante era un timbro di garanzia per ogni articolo di lusso.

Alla ricerca di uno stile
Ma ritorniamo alla Maison Cartier riprendendo la linea tracciata dalla triade, e rifacciamoci alla fatidica data spartiacque 1873: già da due anni Alfred Cartier si trova a Londra, città in cui, nel 1904, riceverà il brevetto di fornitore di Sua Maestà Edoardo VII, ed ivi si confermava gioielliere di fama internazionale in seguito alla vendita dei gioielli della cortigiana italiana Giulia Beneni, detta La Barucci, morta di tisi come la Signora delle Camelie. I favori concessi, spesso per una sola notte, a personaggi come il Principe di Galles e lo stesso Napoleone III, le avevano permesso di collezionare un patrimonio che, sotto l’esperta regia di Alfred Cartier, spuntò all’asta londinese la somma di 800 mila franchi-oro. In questo mondo di “cocottes” internazionali e di principi impenitenti, dove i gioielli più fastosi erano una moneta che non conosceva crisi e svalutazioni, un grande gioielliere doveva al tempo stesso essere artista e diplomatico, maestro di buon gusto e di mondanità, esperto in preziosi, ma anche in finanza, tutte doti che Alfred Cartier possedeva in varia misura, e che gli permisero di pilotare l’ascesa della Maison (la cui guida aveva assunto nel 1874) nel difficile periodo di rivolgimenti sociali ed economici che caratterizza la vita francese dalla costituzione della terza Repubblica (1875) allo scandalo Wilson (1887). In questo periodo gli orologi più in voga sono

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.                 Stile orientale nella sfilata di Bin Bing Fan

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quelli con bracciale a pietre preziose, che anticipano di qualche anno l’av-vento degli orologi da polso. I bracciali presentano, sempre più frequente-mente, figure e teste di animali, se-condo lo stile animalier che viene dal-l’Inghilterra e che, per il successo dovuto a Cartier, nel ’900 tutti tenteranno d’imitare. La Maison, da quando nel 1859 si è trasferita nel boulevard des Italiens, trova sempre più nell’aristocrazia e nelle corti che trascorrono la vita tra balli e banchetti, tra le cacce e le corse a Longchamps, la sua clientela trainante. Ma, come abbiamo premesso, il grosso del fatturato viene fornito dall’alta borghesia affaristica. Nella produzione Cartier, dagli anni ’70 fino alla prima Guerra Mondiale, vediamo convivere almeno tre stili diversi. Troviamo infatti gioielli e orologi (soprattutto pendole e pendulettes) in stile Luigi XVI, sempre preferito dall’aristocrazia. Ma sempre in voga rimane anche lo stile Egizio, rinverdito dall’apertura del canale di Suez (1869) e dalla prima dell’Aida (1871), e che tornerà di moda negli anni ’30. A questi stili si affiancheranno creazioni di animali e fiori che esploderanno negli eccessi deliranti dell’Art Nouveau, ma che saranno trattate con discrezione dalla Maison.

Il vento del rinnovamento
Gli stessi temi dei bracciali verranno proposti negli orologi da donna, nelle châtelaines e nei pendentifs. I registri della Maison segnalano due splendidi esempi di châtelaines: una del 1874 in stile Impero con urna e tempietto, ed una del 1875 smaltata con la tecnica settecentesca dell’occhio di pavone e venduta al principe di Wagram. Per quanto riguarda l’uomo, il classico orologio da taschino presenta in Cartier nuove forme e nuovi materiali. A quelle tonde, si aggiungono casse rettangolari ed esagonali. All’oro ed ai preziosi smalti in colore, si affiancano materiali di grande raffinatezza estetica come il platino, metallo prezioso che in virtù di nuovi processi di fusione inventati alla fine dell’800 diventerà un protagonista nuovo della gioielleria, permettendo una grande libertà nella creazione di forme e montature, evidente nel nuovo stile detto “a ghirlanda”. Il vento di rinnovamento comincia a spirare sempre più impetuoso. L’esposizione universale del 1889 ripropone Parigi come il centro dell’universo. La Tour Eiffel con le sue 7.000 tonnellate di ferro ed i suoi 330 metri d’altezza, ben simboleggia la sfida industriale e tecnologica. E poi, la nuova meraviglia: l’illuminazione elettrica che fa brillare le Tuileries, il Trocadero ed il Campo di Marte. Il nuovo negozio di Cartier sarà tra i primi ad avere l’illuminazione elettrica. Un appassionato biografo della Maison scrive: “Una nuova clientela, proveniente in buona parte dall’America Latina, dal Nordamerica, dall’Inghilterra e dalla Germania, prese ad ordinare gioielli che avrebbero messo in ombra quelli dell’Imperatrice Eugenia. Uno dei motivi principali per cui la casa Cartier si trasferì in rue de la Paix fu il desiderio di soddisfare le pretese di questi clienti esageratamente ricchi. Nella stessa via, al numero 7, c’era Worth, il più celebre atelier di moda parigino, frequentato da una società internazionale disposta a pagare per gli abiti gli stessi prezzi pagati per le opere d’arte, e che desiderava completare il proprio guardaroba con gioielli adeguati. L’amicizia e due matrimoni crearono legami stretti tra le imprese Worth e Cartier, per cui anche le loro politiche di vendita e le rispettive sfere d’influenza si intrecciarono…”. Il 1895 vede la celebrazione di due fastosi matrimoni, nei quali la nuova aristocrazia di miliardari nuovayorkesi si lega alla vecchia aristocrazia europea. Prima le nozze di Anna Gould, l’ereditiera più ricca del mondo, col parigino Boni de Castellane, amico di Louis Cartier e suo mentore nella scena mondana e nell’amore per l’arte e l’antiquariato. Fra i regali di nozze, un diadema di diamanti, perle, smeraldi e rubini, ed una broche con al centro il famoso diamante Esterhazy. Poi il matrimonio di Consuelo Vanderbilt con il duca di Marlborough. Nelle sue memorie, la stessa Consuelo racconta con una certa ironia il ruolo dei gioielli nell’ascesa sociale: “Mia madre mi aveva regalato tutte le perle che aveva ricevuto da mio padre (fra l’altro, due bellissimi fili appartenuti a Caterina di Russia e  all’Imperatrice Eugenia).. .Mio padre mi  regalò una

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tiara di diamanti sormontata da pietre tagliate a forma di perle. Certo, questi gioielli erano belli, ma non mi hanno mai procurato un particolare piacere: la pesante tiara mi faceva venire invariabilmente l’emicrania, ed il collare da cane con nove fili di perle ed un alto fermaglio mi aveva scorticato tutto il collo. Ingioiellata e bardata a quel modo, fui tuttavia giudicata degna di essere presentata alla buona società inglese…”. Questo brano, citato da un’altra appassionata cronista di personaggi e vicende di Casa Cartier dal 1847 ai nostri giorni, mostra che il mondo non poteva offrire migliore scenario alla fine del secolo, per l’esordio di un giovane e brillante gioielliere. Infatti, il 1898 è un anno fondamentale per Louis Cartier. A soli 23 anni diventa socio del padre Alfred, ed il 30 marzo dello stesso anno sposa Andrée-Caroline Worth. È lui stesso a sollecitare il trasferimento nella nuova sede al numero 13 di rue de la Paix, inaugurata con una festa memorabile nel novembre del 1899. E così, in chiusura della puntata, non mi rimane che rievocare lo sbigottimento manifestato all’inizio, quello di dover fare la storia di una Maison del tutto singolare, che ancor prima di “produrre veramente” il suo primo orologio, aveva già la più ricca clientela del mondo, e questa clientela non aspettava  altro che le nuove collezioni da disputarsi con furore, e che comunque già finanziava lautamente la casa che, al momento ritenuto più opportuno, avrebbe effettuato il suo esordio in “Alta Orologeria”. (Segue)