Storia di Breguet: 1a parte

Di Marino Mariani

.                       “Marie-Antoinette à la rose”, di Élisabeth-Louise Vegée-Le Brun (1786)

(Articolo scritto inizialmente per “Chrono World” e pubblicato in sette puntate a partire da ottobre  2.000)  Dopo la biografia aziendale di Vacheron Constantin, conclusasi, dopo otto puntate, nel numero scorso di Chrono World, e quindi ancora sotto la suggestione della più alta orologeria, concedetemi un attimo di esitazione nello scegliere il nome della prossima Maison da presentare in queste pagine, ove stiamo raccogliendo la quintessenza dell’aristocrazia orologiera di tutti i tempi. In genere io non parlo così, non mi lascio suggestionare dai titoli nobiliari, ma da “passatista” quale sono per vocazione, quando mi capita di scoprire una falda ancora palpitante di antiche tradizioni, non relegata nei cataloghi e nei musei, ma ancora vivamente operante con le antiche tecniche, l’antico rigore e l’indomito orgoglio di una sapienza ad altri sconosciuta, allora non mi vergogno di passare per esegeta ed esaltatore. In fondo l’attuale mercato orologiero è estremamente benigno nei confronti dei più veri e nitidi valori dell’artigianato di più antica data, e chi detiene titoli di merito accumulati nei secoli, nella misura in cui s’attenta a riproporli nell’intatta confezione originale, nell’istessa misura viene compensato da uno stuolo di conoscitori selezionati, il cui numero appare sempre più sostanzioso, nutrito com’è da una letteratura specializzata che si fa, di giorno   in giorno, più vasta e più competente, ed alla quale, bene o male, anch’io comincio ad appartenere. Ebbe-

.        Orologio Breguet perpetuo a ripetizione n.8 10/83 del 1783

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ne,il nome del prossimo con-corrente è prontissimo, e se uno credeva di aver toccato le massime vette con le Case finora presentate, con Breguet avrà l’emozione di salire ulteriormente nell’empireo. Anche in questo caso saremo aiutati da un libro così intitolato: “Breguet, maestri orologiai dal 1775”. Come va di moda in questo genere di letteratura, il nome dell’autore quasi passa in sott’ordine e solo al termine del libro, in ultima pagina e dopo l’indice dei nomi, si scopre in un succinto trafiletto chi è e chi non è Emmanuel Breguet. Leggiamo insieme: “Nato nel 1962 (cielo, come mia figlia Sabina!) è uno storico specialista in storia dell’economia e delle tecniche. Ha pubblicato numerosi studi sull’aviazione civile e militare, oltre che sull’orologeria. Nel 1993 è entrato a far parte del Groupe Horloger Breguet. Questo libro è il frutto di lunghi anni di ricerche condotte in archivi privati finora poco sfruttati, alcuni dei quali appartengono alla sua famiglia e alla società fondata dal suo antenato”. Ebbene, prima di entrare nel merito, consentitemi di rievocare un antico ricordo di gioventù: si era nel 1940, all’inizio della seconda Guerra Mondiale. Noi giovinetti eravamo infiammati da pubblicazioni di guerra e dai cataloghi degli armamenti degli stati contendenti.Ricordo una rassegna dell’aviazione francese, con i caccia Morane-Soulmier ed uno strano apocalittico bombardiere bimotore denominato “l’Intégrale Breguet” contraddistinto da un enorme carrello d’atterraggio fisso, avviluppato da un’abbondante e vistosa carenatura aerodinamica. Ancor oggi sarei capace di disegnarlo a memoria, sia pur sommariamente. Sin dall’infanzia, dunque, conoscevo il nome di Breguet, ma associato all’aviazione piuttosto che all’orologeria.

L’ “ABC” di Breguet
Nel frontespizio, il nostro libro di riferimento contiene l’annotazione: “Vita e posterità di Abraham-Louis Breguet (1747 – 1823)”. Ebbene, se non avete una fretta bruciante di conoscere la genealogia della nostra Maison parigina, consentitemi una breve incursione su una delle sezioni più interessanti del volume, e precisamente sul “Glossario”, così ricco di preziose informazioni da poter tranquillamente prevedere un gran numero di citazioni. A titolo di aperitivo, fatemi prendere tre voci dalle prime lettere dell’alfabeto e proporvele sic et simpliciter per darvi un saggio immediato della caratura del libro nelle nostre mani, e del nome di Breguet, per chi non lo conoscesse. Dall’ “ABC” di questo glossario prenderemo dunque le voci: Archivio, Balzac e Certificati di Autenticità.

Archivio
L’archivio conservato da Breguet è costituito da documenti classificabili in quattro grandi categorie. A) I registri di produzione ripercorrono le fasi di fabbricazione di ogni orologio riportando la data, il costo di operazione ed il nome di chi ha partecipato alla lavorazione. Tali registri coprono il periodo che va dal 1787 alla metà del XIX secolo. B) I registri delle vendite permettono di seguire le vendite di tutti gli orologi Breguet grazie al loro numero d’identificazione. Questi registri, purtroppo lacunosi dal 1787 al 1790, sono invece completi per il periodo che va dal 1791 ai nostri giorni, e cost tuiscono un bene d’inestimabile valore. Ogni voce riporta il numero individuale dell’orologio, una sua sintetica descrizione, la data e il prezzo di vendita, il nome dell’acquirente. Se occorre, la voce è completata da numeri che rinviano   al registro delle riparazioni. Attraverso la successione delle riparazioni riportate nei registri siamo quindi in

.                                         Patente originale del “Tourbillon” di Breguet, anno 1801

grado di seguire l’iter di un orologio e dei suoi vari proprietari per diverse generazioni. C) I registri delle riparazioni con tengono informazioni utilissime. Breguet raccomandava ai suoi clienti, e “continua” a raccomandare anche oggi, di affidare il loro orologio alla sua Maison quando occorreva una revisione o una riparazione. Il laboratorio di Breguet godeva di una tale reputazione che gli venivano affidati per le riparazioni orologi di ogni marca e di ogni paese. Il più antico registro delle riparazioni che sia stato conservato inizia il 5 dicembre 1791. La tradizione – o meglio l’obbligo imperativo – di annotare ogni riparazione in un registro rilegato si è conservata sino agli inizi del decennio 1970. Grazie ai tre tipi di registri su descritti, l’archivio Breguet rappresenta qualche cosa di unico per la sua coerenza e per il periodo eccezionalmente lungo che copre senza interruzioni. Il saccheggio dei laboratori sopravvenuto nel 1794 durante il periodo rivoluzionario denominato “il Terrore”, ci ha privati dei registri che vanno dal 1787 al 1790 (è stato possibile ricostruire dal 1791 in poi) e di quasi tutti i documenti che si riferivano agli albori della Maison dal 1775 al 1787. D) Completa l’archivio una quarta categoria di registri, quella dei certificati d’autenticità. Il primo esemplare in nostro possesso risale al 1808. I certificati di autenticità vengono rilasciati anche oggi su semplice richiesta. Oltre ai suddetti registri molti altri documenti contribuiscono alla ricchezza dell’archivio Breguet: la corrispondenza epistolare con la clientela, preziosa fonte di informazioni sulla natura e sulla qualità dei rapporti che il grande orologiaio intratteneva con i suoi clienti; un gran numero di annotazioni tecniche, provenienti in gran parte dalla minuta del “Trattato di Orologeria” che Abraham-Louis (fondatore della dinastia) non ebbe il tempo di completare: fogli sparsi, taccuini di laboratorio, ecc. Oltre all’archivio custodito dalla società Breguet, altri importanti documenti sono conservati dai discendenti dell’orologiaio e da alcuni collezionisti.


Honoré de Balzac

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Balzac (Honoré de)
Più noto semplicemente co-me “Balzac”, questo scrittore francese (1799-1850) è l più celebre romanziere dell’Otto-cento, il geniale ritrattista del-la società francese del suo tempo conosceva bene l’importanza del nome Breguet sul piano culturale. In tre romanzi della Commedia Umana Balzac attribuisce a un suo personaggio il possesso di un Breguet, e cita esplicitamente il nome del famoso orologiaio: “Si voltò verso il caminetto, scorse la scatoletta quadrata, l’aprì e vi trovò un orologio di Breguet avvolto nella carta” (Papà Goriot, 1834). “Estrasse il più bell’orologio piatto che avesse mai fatto Breguet: guarda, sono le undici, sono stato mattiniero” (Eugenia Grandet,1835). “Una bella catena d’oro pendeva dalla tasca del suo panciotto, da cui faceva capolino un orologio piatto. Giocherellava con quella chiave di carica detta criquet ch’era stata inventata da poco da Breguet” (Casa di scapolo, 1842).

Certificati di Autenticità
Breguet cominciò a rilasciare i suoi certificati di autenticità nel 1808. In quell’anno alcuni ac- quirenti di orologi e pendole Breguet si videro consegnare un documento definito “fattura”, sul quale figuravano il nome dell’acquirente o dell’intermediario al quale era affidato l’oggetto, la data della vendita o dell’affidamento, la descrizione dell’orologio completa di tutti i da-ti (diametro, spessore, natura del quadrante, numero della cassa, tipo dello scappamento, peso complessivo, ecc.). Nel caso di orologi complicati o inconsueti questa “scheda” era accompagnata da una nota tecnica e da istruioni per l’uso delle varie funzioni. Le fatture erano redatte in duplice copia: la prima, su carta intestata e ornata di una tavola d’equazione del tempo, veniva consegnata al cliente; la seconda, su carta vergine, era conservata dalla Maison in un volume rilegato. Questo sistema non ha mai subito variazioni. Lo scopo dell’oiperazione è evidente, e del resto lo stesso Bre- guet lo ha spiegato in alcune avvertenze del 1817 e del 1818: “Tutte queste fatture (…) servono ai possessori delle mie opere per provarne l’origine”. Notiamo che la maggior parte dei certificati erano destinati o a clienti di rango (re, principi…) o a clienti stranieri, sicuramente più esposti al rischio di contraffazioni. Nel corso di tutto l’Ottocento gli orologi venduti o destinati alla Russia e alla Turchia, i due mercati più lontani e più piagati dalle contraffazioni, erano sempre accompagnati dal prezioso certificato. Quest’ultimo poteva contenere, oltre alla minuziosa descrizione dell’orologio e alle istruzioni per l’uso, un disegno ad inchiostro di Cina simile ad una miniatura. Alcuni certificati del 1818, i più completi in proposito che possediamo, recano l’indicazione: “In caso di incidenti ai miei orologi ci si può rivolgere a Londra presso il signor Fatton, New Bond Street 92, a Madrid presso il signor Charost. a Mosca presso il signor Ferrier, a Costantinopoli presso il signor Leroy, a San Pietroburgo presso li signor Wenham, ditta fratelli Livio a Vienna presso i signori Holzma padre & figlio, rue Rouge n° 140”. Dopo il 1860 si verificò un’evoluzione molto netta: accanto ai certificati tradizionali, riservati fino ad allora ad orologi di nuova fattura, ne vennero rilasciati altri, su richiesta dei collezionisti, per gli esemplari antichi. I due tipi di certificati hanno convissuto fianco a fianco per tutto il Novecento e fino ad oggi. L’autenticazione di esemplari antichi è facilitata dalla presenza dello straordinario archivio posseduto dalla società Breguet.

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La Maison Parisienne
Penso già che molti lettori, precedentemente non documentati sulla portata storica del marchio Breguet, comincino ad amarlo e a farne il loro preferito in una ipotetica disputa sui meriti nobiliari. Il rigore delle registrazioni in casa Breguet e l’allure letteraria conferitagli da parte di Balzac, danno immediatamente la misura della firma che, per ora, lo avanziamo al livello dei “si dice” e poi l’approfondiremo sulla base del resoconto storico, ha riformato l’arte orologiaria conferendogli la connotazione di “moderna orologeria”. Lo scenario in cui ciò primieramente avvenne fu Parigi. Ma non la Parigi della belle Époque a cavallo tra l’Otto e il Novecento, bensì la Parigi della fine del secolo precedente. Nel 1775 Parigi è incontestabilmente “la capitale delle capitali”, il luogo in cui si concentrano non soltanto gli affari dello stato, ma anche gli scambi economici e i principali punti di riferimento della vita culturale. Il Re e la corte risiedono quasi sempre a Versailles, ma agli albori del regno di Luigi XVI la capitale amministrativa, economica e culturale dellFrancia è Parigi. Qui si trovano gli organi direttivi dello Stato, qui operano i più importanti uomini d’affari del paese, qui hanno sede le università, i collegi più brillanti, le accademie. Qui, infine, a Parigi, vi sono quei salotti aristocratici che fanno e disfanno le reputazioni letterarie e le carriere artistiche, in un ribollire di idee e di critiche puntate contro l’ordine costituito. Fin dall’inizio del XVIII secolo Parigi ha imposto la sua egemonia su tutta l’Europa. Il suo splendore si irradia nel mondo intero. Intorno al 1770 la popolazione della capitale sfiora le 700.000 persone, di cui appena la metà può essere considerata di origine parigina. La città infatti accoglie ogni giorno nuove persone, provenienti dalle province francesi o da paesi stranieri: saltimbanchi, mercanti, viaggiatori, immigrati passeggeri o definitivi. Tra questi ultimi c’è Abraham-Louis Breguet. La ca- pitale non cessa di espandersi, continua ad inghiottire la campagna ed i villaggi circostanti, e nel giro di un secolo triplica addirittura la sua superficie. Fra il 1775 e il 1780 Parigi tocca il culmine sul piano economico e culturale. E lo tocca nonostante le difficoltà in cui si dibatte la Francia, la cui influenza politica comincia a scemare a vantaggio della grande rivale, l’Inghilterra, e nonostante la crisi economica che già si addensa sul regno di Luigi XVI, aggravata dai costi della prestigiosa ma rovinosa guerra d’indipendenza americana. Parigi, dove sta per spegnersi Voltaire e dove sta per arrivare il giovane Mozart, è senza dubbio la città più adatta a favorire l’affermazione e il successo di artisti ed artigiani geniali. In questa metropoli, che già conosce bene, decide di stabilirsi per iniziare l’attività di orologiaio un ventottenne di origine svizzera, come rivelano inequivocabilmente il suo nome e cognome. Prende così avvio la carriera di un uomo destinato a portare l’orologeria ai più alti fastigi. La sua decisione è il risultato di un itinerario geografico, intellettuale e sociale iniziato ventotto anni prima, in un freddo inverno, nel Giura svizzero, in riva al lago di Neuchâtel.

Abraham-Louis Breguet
E adesso che abbiamo accennato allo scenario in cui operò, assistiamo alla nascita del protagonista: una breve cerimonia rituale, come vuole la tradizione, raduna nella chiesa di Neuchâel i membri di una famiglia: è il 10 gennaio del 1747 e si battezza un neonato. A quell’epoca i battesimi si celebravano il giorno stesso della nascita. Il bambino veniva portato in chiesa completamente fasciato. Se veniva al

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mondo di sera, lo si battezzava il giorno dopo, e si scriveva, nell’atto di battesimo: “nato ieri”. Questa indicazione non compare nell’atto di battesimo del piccolo Breguet, al quale viene dato il nome di Abraham-Louis (anzi: Abram-Louis, secondo l’uso ortografico della regione). Il riferimento biblico è d’obbligo in una contrada completamente acquisita alla riforma protestante e in una famiglia che, tradizionalmente, fornisce al clero un pastore ad ogni generazione. Quanto al nome Louis, i Breguet lo usano da quattro generazioni almeno. Il bimbo battezzato in quel giorno è il primogenito di Jonas-Louis Breguet e di Suzanne-Marguerite Bolle, che si sono sposati nella primavera del 1745. I Breguet appartengono alla borghesia di Neuchâtel. Molti di loro hanno esercitato o esercitano le funzioni di Pastore, di insegnante, di notaio, o fanno parte del Gran Consiglio di Neuchâtel. Il bambino nasce quindi in una famiglia di notabili. Il suo padrino è “Monsieur Abram Boive, del Gran Consiglio”, e la madrina “Madame Suzanne Breguet nata Grède, moglie di Monsieur David Breguet, del Gran Consiglio”. I Breguet sono un’antica famiglia originaria della regione di Neuchâtel. Alcuni documenti del XV secolo segnalano la loro presenza nella regione e nella stessa città di Neuchâtel, ma anche a Boudry, a Coffrane, a Hauterive e a Colombier. Secondo una tradizione di famiglia, il nome Breguet deriva dalla pesca: il vecchio termine bregue o breguin indicava sia una rete da pesca, sia un pesce del lago di Neuchâtel. Secondo altri, invece, il nome Breguet indicherebbe una famiglia oriunda di Bregenz, sulle sponde del lago di Costanza. Non è facile decidere in merito, quando si sa che la maggior parte dei patronimici si è formata in epoca medioevale. Ma l’origine lacustre e montana del nome Breguet è confermata dallo stemma di famiglia, molto figurativo. Eccone la descrizione secondo il rigoroso linguaggio araldico: “Tagliato, ondato d’azzurro e d’argento, il primo caricato di una stella d’oro a sei raggi, il secondo di un pesce fasciato, accompagnato in punta da tre trucioli di verde”. Sole, acqua profonda, pesce, verdi colline…Tutto concorre a formare un quadro bucolico.